16/05/2012
Giorno per giorno - 16 Maggio 2012
Carissimi,
“Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future” (Gv 16, 12-13). Il contesto dei brani di Vangelo che leggiamo in questi giorni è sempre quello della Cena, il momento culminante dell’addio di Gesù ai suoi discepoli. Ma è anche quello della ripresa e della riflessione da parte delle prime comunità sui temi, i pensieri, le preoccupazioni, manifestati da Gesù in quella come in altre occasioni. A prima vista si direbbe che c’è una contraddizione tra ciò che Gesù afferma ora - “ho ancora molte cose da dirvi” - e quanto aveva detto poco prima: “Tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15). E però, no, non c’è contraddizione, perché Lui aveva già detto davvero tutto, anche se la sua Parola più grande, quella della Croce, si sarebbe data di lì a poco. E la verità di quella, loro l’avrebbero capita solo più tardi, grazie appunto all’aiuto dello Spirito. È noi non l’abbiamo capita ancora, o la capiamo per un momento e già la scordiamo subito. Beh, Gesù ci avverte: lo Spirito vi dirà di me (se vi dice altro, non è il mio Spirito) e vi guiderà a fare di me la verità della vostra vita. Allora anche la Croce, che oggi vi può sembrare un peso impossibile da sopportare, si rivelerà per quello che realmente è: la maniera d’essere di Dio, il suo dono definitivo di sé. In favore della vita di tutti. Ci lasceremo trascinare in questo progetto?
Il calendario ci porta anche le memorie di Teodoro di Tabennesi, monaco, e di Teodosio delle Grotte di Kiev, fondatore della vita cenobitica in Russia.
Teodoro era nato verso il 314 da una ricca famiglia a Shne, in Egitto. Si racconta che, quattordicenne, tornando a casa da scuola, vedendo la famiglia riunita a banchettare, fu colpito da un pensiero improvviso: “Se ti perdi dietro a questi cibi e a questi vini, non conoscerai mai l’allegria vera della vita di Dio”. Il giovane si ritirò allora in un angolo tranquillo della casa, si prostrò a terra e, piangendo, disse: “Signor mio Gesù Cristo, tu sai che non desidero nulla, ma solo te e la tua grande misericordia che amo”. Il giorno seguente lasciò la sua casa e la sua città e si recò in monastero a Tabennesi, dove Pacomio (lo abbiamo ricordato ieri) aveva dato vita alla prima comunità monastica in terra d’Egitto. Pacomio fece di lui, ben presto, il suo discepolo prediletto, ma questo non gli evitò di dover combattere per molti anni la tentazione dell’orgoglio e del potere, che accompagnò da subito il suo radicalismo ascetico. Pacomio percepì la sua fragilità e non lo volle perciò a succedergli nell’ufficio di abate. Solo dopo la morte di quello, il monaco Orsiesi, che gli era subentrato, non riuscendo a mantenere l’unità nella comunità lacerata da antagonismi e divisioni, chiese a Teodoro di prendere il suo posto. Cosa che egli fece, mettendo a frutto la lezione dell’umiltà e della mitezza appresa dal suo maestro. Mantenne questo incarico dal 350 al 368, anno della sua morte. Teodoro è definito dalla liturgia “il santificato”, per mettere in rilievo le difficoltà incontrate e il lungo cammino che gli fu necessario per arrivare a vivere in conformità con l’Evangelo. Il che ci consola non poco.
Teodosio era nato nel 1029 in una famiglia benestante di Vasilev, nelle regione di Kiev, in una famiglia benestante. Ancor giovane, desideroso di abbracciare la vita religiosa, si era unito ad Antonio (cf il 23 luglio), un santo monaco che, sull’esempio degli antichi padri del deserto, era andato a vivere in una grotta sulle colline nei pressi della città di Kiev, ed era così divenuto uno dei suoi primi discepoli. Quando Antonio decise di stabilirsi in una grotta ancora più lontana, in completa solitudine, separato anche dai suoi discepoli, Teodosio trascorse alcuni anni sotto il governo spirituale del suo successore l’egumeno Barlaam. Nel 1062, tuttavia, egli stesso divenne egumeno della comunità monastica. Questa poi, con l’incremento del numero dei monaci, aveva visto aumentare anche donazioni, possedimenti e costruzioni. Per organizzare più adeguatamente la vita del monastero, Teodosio fece tradurre e adottò la regola di S. Teodosio Studita, che da allora reggerà tutta la vita cenobitica del monachesimo russo. Guidato per tutta la vita dai princípi di un ascetismo austero, e animato da uno spirito di semplicità e di amore per la povertà, il lavoro e la preghiera, Teodosio morì il 3 maggio 1074 (data del calendario giuliano, corrispondente al 16 maggio del nostro calendario). Fu canonizzato nel 1108.
I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.17, 15.22 -18, 1; Salmo 148; Vangelo di Giovanni, cap.16, 12-15.
La preghiera del mercoledì è in comunione con quanti ricercano l’Assoluto della loro vita nella testimonianza per la pace, la fraternità e la giustizia.
Noi non vi si menziona quasi più i compleanni di amici e amiche. Però, oggi, ci va di fare un’eccezione. E vi chiediamo di mettere nella vostra preghiera, Sebastião Neto, che ha perso la mamma qualche mese fa. E poi, Dorvando, che, zitto zitto, senza darlo a vedere, fa grandi cose. E, tra gli amici di costì, Roberto. Che, di tanto in tanto si fa vivo, per dirci la sua comunione con noi.
Per stasera è tutto. Noi, congedandoci, vi si lascia alla lettura di un brano della “Vita copta di Pacomio e Teodoro”, scritta da un anonimo monaco che ebbe la sorte di conoscere entrambi. È, per oggi, il nostro
PENSIERO DEL GIORNO
Un altro giorno, Teodoro si trovava a lavorare con i fratelli in un certo posto; terminato il lavoro, fece preparare il pasto della sera. Mentre mangiavano, Teodoro stava in piedi a servirli e notò uno che mangiava molti porri. Era un giovane vigoroso, giunto tra i fratelli da non molto tempo. Quando finì di servire il pasto ai fratelli, Teodoro si ritirò in disparte, appoggiandosi al muro; digiunava infatti ogni due giorni, e fuori faceva un gran caldo. Rivolse poi la parola ai fratelli, a proposito di colui che aveva mangiato molti porri, e che era lì presente ad ascoltare: “Non conviene che un monaco mangi molti porri: danno vigore al corpo, e suscitano guerra all’anima”. Mentre parlava, giunse da loro il nostro padre Pacomio, che voleva vedere il luogo in cui Teodoro lavorava con i fratelli. Vedutolo appoggiato al muro, gli disse con tristezza: “Dovrà forse il muro sostenere il tuo corpo?”. Subito Teodoro si raddrizzò e chiese umilmente perdono al nostro padre; infatti si umiliava in tutto, senza posa, per diventare perfetto nella legge del Signore. Teodoro era molto addolorato a proposito del fratello cui aveva rimproverato di mangiare porri. Forse non era volontà di Dio che egli usasse quel tono. Diceva tra sé: “Perché non ho atteso che il Signore lo stimolasse nella sua libera scelta e che imparasse a sottomettere il corpo, nella virtù di coloro che conducono una buona vita?”. Quel fratello, che aveva ascoltato le parole di Teodoro, non cercò più di mangiare porri fino al giorno della sua morte. Neppure Teodoro, dopo aver constatato ciò, ne mangiò più fino alla morte, temendo di essere condannato da Dio per non essersi astenuto da una cosa di cui aveva rimproverato un altro. (Anonimo, Vita copta di Pacomio e Teodoro).
Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.
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15/05/2012
Giorno per giorno - 15 Maggio 2012
Carissimi,
“Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando sarà venuto, smaschererà il mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio” (Gv 16, 7-8). Brano difficile, quello che si è letto stasera a casa di dona Dalva; e, forse, neanche solo per noi, a giudicare dalla varietà delle traduzioni proposte nelle diverse Bibbie di quella frasettina con cui Gesù designa la missione dello Spirito, che si appresta ad inviare dopo la sua dipartita. E comunque la nostra gente non si lascia facilmente intimorire dalle difficoltà, soprattutto se si tratta di scoprire qualcosa riguardo al Divino (come è chiamato qui lo Spirito Santo), a cui potrà forse capitare di essere trascurato in altre parti del mondo, ma non certo qui da noi. In che consiste, dunque, l’ingrato compito, che lo Spirito si è assunto, da allora fino ad oggi, con alunni duri di cuore e di comprendonio come si è anche noi? Una volta di più, Gesù non è preoccupato della sua fine come persona. Vuole piuttosto che sappiamo cosa ha a che vedere la sua morte con l’esistenza nostra e del mondo, e allertarci sulle cause che ne determinano il ripetersi nella storia. Egli insiste nel dire che è bene che Lui (come persona) se ne vada. Puó sembrare un’enormità, ma, a pensarci, è vero che, fintanto che egli resta coi suoi, la sua vicenda, per quanto straordinaria, è solo la storia di un uomo. È la sua morte, “quella” morte, che coincide con la sua glorificazione, a rivelarcelo come più di un semplice uomo, come figlio di Dio, sua Verità, Dio stesso nel seno della storia. È di questo che lo Spirito, e soltanto Lui, può renderci convinti e proporcelo come senso più vero della nostra esistenza, svelando nel contempo la reale natura del Sistema - il “mondo”, di cui si fa menzione - che a Lui si oppone. Il cui peccato radicale consiste nel non accettare (e, quindi, nell’uccidere) il significato di Gesù come principio di un mondo-altro, rispetto a quello che conosciamo da sempre: la misericordia, il servizio, il dono di sé, in alternativa alla spietatezza, lo sfruttamento, la rapina. Certo, nel Sud del mondo, questo volto brutale del Sistema assume forme assai più evidenti e macroscopiche, ma negli ultimi tempi sembra che anche lì da voi non si scherzi troppo. Dunque, lo Spirito ci rende manifesto in che consiste il peccato. E, dicendoci di esso, ci rivela anche cos’è la giustizia, anzi, diremmo meglio, chi è la giustizia, che Dio riconosce come sua. Ed è la forma di Gesù, di cui abbiamo appena detto. E, infine, ci dice chi cade sotto il giudizio, sotto l’unica sentenza di condanna che Dio accetti di pronunciare: il Principe di questo mondo, la logica, cioè, che regge un Sistema disumano, che divora i suoi figli. Ma, noi possiamo davvero dire che lo Spirito ci abbia convinti “quanto al peccato, alla giustizia, al giudizio” (v.8)?
Oggi è memoria di Isidoro e Maria, santi contadini, di Pacomio, padre del monachesimo, e di Michel Kayoya, martire nel Burundi.
Di Isidoro, sappiamo proprio poco. Nacque in una famiglia contadina e fece sempre il bracciante. Gli piaceva lavorare la terra, ma trovava il tempo, ogni giorno, di ritagliarsi i suoi spazi di gratuità, partecipando alla Messa e dedicandosi alle sue devozioni. Con un certo spasso dei suoi compagni di lavoro.Ma lui li lasciava dire. Incontrò la donna che faceva per lui, una tale Maria, che sposò e da cui ebbe un figlio, morto da piccolo. Vissero insieme il resto della vita, lui lavorando duro fuori casa, e lei dentro. E il denaro che si sudavano, poco, bastava comunque per tanti. Se un povero bussava alla porta, per loro era sempre il Povero. E non se ne andava mai via a mani o con la pancia vuote. E loro erano pieni di allegria. Un giorno poi lui, uno dei piccoli amati da Dio, morì. Era il 15 maggio 1130.
Pacomio era nato nell'Alto Egitto, l'anno 287, da genitori pagani. A vent’anni era stato arruolato a forza nell'esercito imperiale e, durante un trasferimento, era finito in carcere a Tebe con tutte le reclute. Fu in quell’occasione che il giovane venne per la prima volta a contatto con dei cristiani: gente che di notte portava ai prigionieri del cibo. Chi vi manda?, chiedevano loro. Il Dio del cielo, rispondevano. E Pacomio pregò allora quel Dio di liberarlo, che lo avrebbe servito per la vita intera. Quando fu congedado, si recò a Khenoboskion e si aggregò ad una piccola comunità cristiana, dove fu istruito nei santi misteri, al fine di ricevere il battesimo. Visse lì per un certo tempo, dedicandosi al servizio della gente. Conobbe un vecchio anacoreta, Palamone, e lo scelse come guida spirituale. Infine gli giunse un’illuminazione: perché non dar vita a una comunità alternativa? C’erano altri cristiani e cristiane che si erano allontanate dalle città, insoddisfatte dello stile di vita che le caratterizzava. Forse valeva la pena di mettersi insieme e provare a se stessi e agli altri che “un altro mondo era possibile”. Si stabilirono nel villaggio abbandonato di Tabennesi e cominciarono ad organizzarsi in una vita di preghiera, lettura della Parola di Dio e lavoro manuale. Nasceva così il monachesimo cenobitico. Al vescovo Atanasio che gli chiese un giorno: Ma insomma chi diavolo siete?, Pacomio rispose: siamo semplici cristiani. Perdinci, ma se è vero che il monaco è un semplice cristiano, allora ogni cristiano è un monaco. Corretto! Ma nell’uno e nell’altro caso, vale la pena di aggiungere: se si prende sul serio. Pacomio morì nel 346, durante un’epidemia di peste, dopo aver servito i suoi sino alla fine.
Michel Kayoya era nato nel 1934 a Kibumbu, in Burundi. Entrato in seminario, dopo gli studi filosofici, nel 1958 venne mandato in Belgio a studiare teologia. Nel 1963 fu ordinato sacerdote. Nominato vice parroco a Rusengo, si impegnò nei movimenti di Azione Cattolica e assunse la responsabilità delle cooperative. Dal 1967, per tre anni, fu rettore del seminario minore di Mugera; nel 1970 fu chiamato a ricoprire l’ufficio di economo generale della Diocesi di Muynga. Nel mese di aprile 1972, le autorità ecclesiastiche l’obbligarono a lasciare il luogo. Il 15 maggio venne ucciso dai Tutsi nel corso del massacro che costerà la vita ad altre 200 mila persone. Il cadavere fu gettato in una fossa comune. Era sostenitore di un umanesimo che ha alla base il rispetto: “Rispetto del povero, rispetto del piccolo, rispetto del vecchio, rispetto dell’invalido”. Il contrario della civiltà occidentale. A chi gli chiedeva conto del perché fosse cristiano, rispondeva: “Ho deciso di restare cristiano non per paura di impegnarmi, non per paura di lottare. Come cristiano sentivo in me una gioia, un motivo di impegno superiore ed un’energia nuova per consacrarmi alla causa dei miei fratelli, gli uomini. Ero cristiano, volevo che nella lotta contro la fame, la carestia, l’ingiustizia, il disonore, il mio popolo si tessesse un’eternità vera”.
I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.16, 22-34; Salmo 138; Vangelo di Giovanni, cap.16, 5-11.
La preghiera del martedì è in comunione con le religioni tradizionali del Continente africano.
Noi ci si congeda qui, lasciandovi alla lettura di un brano dell’abate Pacomio, tratto dalla sua “Catéchèse pour un moine rancunier”. Che è, per oggi, il nostro
PENSIERO DEL GIORNO
Figlio mio, sii saggio, accetta la vera dottrina. Sii paziente, affinché tu possa entrare a far parte delle schiere dei santi. Perché ti adiri quando un fratello ti rivolge una parola spiacevole, perché divieni come una belva nei suoi confronti? Cristo è morto per te, l’hai, dunque, dimenticato? Di più, nel momento stesso in cui il nemico, cioè il diavolo, sussurra alle tue orecchie, tu le inclini verso di lui, perché egli vi versi le sue nefandezze, tu gli apri il tuo cuore e assapori il veleno che egli vi ha sparso. Infelice! Controllati, sopporta allegramente chi ti insulta, sii misericordioso verso tuo fratello, non temere le pene della carne. Figlio mio, rifugiati ai piedi di Dio, perché è Lui che ti ha creato, è a causa tua che ha subito queste sofferenze; egli ha detto infatti: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance agli schiaffi, non ho sottratto la faccia all’ignominia degli sputi”. Non essere in difficoltà con nessuno, perché chi si oppone a suo fratello, diventa nemico di Dio, e chi è in pace con suo fratello è in pace con Dio. Non hai dunque imparato che nulla è superiore alla pace e che la pace deriva dal fatto che ognuno ama suo fratello? Quand’anche tu fossi immune da ogni peccato, se tu non ami tuo fratello, diventi estraneo a Dio, poiché è scritto: “Cercate la pace e la purezza”; queste due virtù sono legate insieme. Se il Signore ci ha comandato di amare i nostri nemici, di benedire coloro che ci maledicono e di fare del bene a quanti ci perseguitano, non saremo allora in grande pericolo se ci odiamo gli uni gli altri, se odiamo questi fratelli uniti a noi? Dato che essi sono i tralci della vera vite, le pecore del gregge spirituale che ha riunito il Figlio unico di Dio, vero pastore, che si è offerto in sacrificio per noi! È per un’opera così grande che la Parola vivente ha sopportato le sofferenze, e tu odi quest’opera, o uomo, per gelosia e vanagloria! Il nemico ti ha avviluppato con tutti questi vizi per renderti straniero a Dio. Come ti difenderai davanti a Cristo? (Pacôme, Catéchèse pour un moine rancunier).
Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.
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14/05/2012
Giorno per giorno - 14 Maggio 2012
Carissimi,
“Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me” (Gv 16, 2-3). A dire il vero, la liturgia di oggi riproponeva, per via della festa di Mattia apostolo, il brano di Giovanni, che si era ascoltato già ieri e durante la scorsa settimana (Gv 15, 9-17). Così, durante l’incontro di stasera, a casa di Jane e Pedro, abbiamo preferito leggere quello previsto in sequenza per il lunedì della sesta settimana di Pasqua. In cui Gesù nuovamente annuncia l’invio dello Spirito che procede dal Padre e che gli renderà testimonianza. In ballo c’è la pretesa alta di Gesù di non essere un semplice inviato di Dio, ma di rappresentarne la verità e la logica in una storia che voglia disegnarsi come Sua. Funzione dello Spirito è, dunque, non di ispirare qualunque cosa, ma di richiamare e portare ad attualizzare il significato dell’evento di Gesù lungo le generazioni. Si innesta qui la profezia “vi scacceranno dalle sinagoghe”, che richiama la scomunica comminata, a partire dagli anni 80, agli ebrei che confessavano Gesù come messia. E che, tuttavia, possiamo vedere estesa alle diverse persecuzioni che i poteri in generale (i quali conoscono, magari, una certa immagine di Dio, ma non di certo il Padre, né suo Figlio) scateneranno contro i seguaci di Gesù, a causa del gioioso annuncio, di cui si fanno latori ai poveri, della loro liberazione. Ora, lo Spirito da cui ci lasciamo condurre e guidare nell’azione è di Gesù e di suo Padre che ci dà testimonianza o di qualcosa d’altro? E noi testimoniamo davvero Gesù?
Il calendario ci porta dunque oggi la memoria di Mattia, apostolo e martire, e anche quella di Isacco di Ninive, eremita del VII secolo.
Ciò che sappiamo di Mattia ci è raccontato negli Atti degli Apostoli. Pietro, parlando alla comunità riunita, la invita a coprire il posto lasciato vacante da Giuda il traditore e suggerisce che il prescelto sia del numero di coloro “che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo”. La scelta cadde su Mattia, “che fu aggiunto al gruppo degli undici apostoli”. Di ciò che accadde in seguito, si sa nulla. Ma se se l’era scelto Lui, dobbiamo pensare che si portò bene. E che, come tutti gli altri, in un ottica puramente umana, finì male. Ma, incontrò Lui. Ed era tutto ciò che contava.
Isacco di Ninive doveva essere uno di quei frati Nessuno che, in quest’epoca di protagonismo diffuso, ci sconfinferano un bel po’. Di fatto, sappiamo solo che, nato nei primi decenni del VII secolo nel Bet Qatraye (l’attuale Qatar), si ritirò a menar vita solitaria nei deserti di quella regione, fino a quando mar Giorgio, catholicos di Seleucia-Ctesifonte, lo nominò vescovo di Ninive (nell’attuale Iraq), verso il 680. Ma non durò molto, non sappiamo bene perché. Fatto sta che lui se ne tornò a vivere in solitudine, nel Bet Huzaye (attuale Iran). Consumati letteralmente gli occhi sulle Scritture, lasciò una serie di discorsi, trasmessici dai suoi discepoli, che costituiscono uno dei pilastri della spiritualità cristiana. La cui sostanza è l’amore per la misericordia, “fondamento dell’adorazione, e l’umiltà, baluardo della virtù”. Isacco morì verso la fine del VII secolo, nel monastero di Rabban Shabur, dove fu sepolto.
I testi che la liturgia odierna propone oggi alla nostra riflessione sono propri della memoria dell’Apostolo Mattia e sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.1, 15-17. 20-26; Salmo 113; Vangelo di Giovanni, cap.15, 9-17.
La preghiera di questo lunedì è in comunione con i fedeli del Sangha buddhista.
Bene. Noi ci si congeda qui, con una preghiera di Isacco di Ninive, tratta dai suoi “Discorsi ascetici, Terza collezione” (Edizioni Qiqajon). Che facciamo nostra e che è, per oggi, il nostro
PENSIERO DEL GIORNO
La tua bontà che riversi su ogni cosa non sia per me, mio Signore, una ragione [che mi spinge] al male; per la tua dolcezza, che io non diventi presuntuoso nel [fare il] male! Tienimi con le briglie della tua misericordia, perché io sia capace di resistere ai moti che mi assalgono e alle occasioni che mi si presentano. Manda presso di me il tuo santo angelo custode. Guarisci l’infermità dei miei pensieri perché, essendo un mortale, io [ne] sono colmo. Custodisci il mio cammino dai lacci del nemico che egli ha nascosto per me, per [spingermi] all’empietà del peccato. Soprattutto, mio Dio, custodiscimi dalla stupidità dell’intelletto che pensa cose erronee, colme di insania e da compiangere, che davanti alla tua grandezza concepisce un’opinione abominevole circa la tua essenza. E concedimi, mio Signore, l’umiltà di chi conosce la misura della natura e la miseria della sua debolezza, e [concedimi] un pensiero di retta conoscenza, degno di esseri dotati di ragione. Guida dei viventi, svelami i miei pensieri e mostrami i sentieri dell’assiduità con te. Crea in me, nel mio intimo, mio Signore, la luce spirituale che è la conoscenza del Cristo. In essa possa io trovare la tua verità e concepire pensieri retti riguardo alla tua divinità e a ciò che riguarda la mia anima. Che io non sia tentato, mio Signore, dal mio nemico, per mezzo dell’inganno dei demoni, perché quanti sono provati dall’orgoglio, sono ad essi consegnati. Ma sotto la protezione dell’Umiltà che mi ha creato, mentre cresco nella tua conoscenza per l’aiuto che mi viene dalla tua grzia, io adoro la luce grande della creazione, Gesù Cristo, sorta nel suo tempo, secondo l’intelligenza ineffabile del Dio creatore del tutto. [Intelligenza] che ha pensato, prima delle epoche e di tutti i tempi, di inviare [sulla terra] la magnificenza della creazione e la sua gioia: la Luce unigenita che [viene] dalla natura di quella [intelligenza], che è giunta a pienezza al compiersi di questo mondo e si leva nei nostri cuori, e di cui, quando è piaciuto alla sua volontà, ci ha fatto conoscere la grandezza. [Questa Luce] mi ha ricondotto alla casa del Padre mio e mi ha mostrato che per me prepara anche un’eredità gloriosa, al di là dei confini dei mondi. È per questo che mi ha creato, e perché siano rese visibili il principio del Bene e la sua azione creatrice che tutto porta all’esistenza. Benedetta sia la sua magnificenza per i secoli dei secoli. Amen. (Isacco di Ninive, Discorsi ascetici, Terza collezione, VII, 44-48).
Ricevete l’abbraccio dei nostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.
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13/05/2012
Giorno per giorno - 13 Maggio 2012
Carissimi,
“Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4, 8-10). Era la seconda lettura della liturgia di oggi, che scandiva quasi all’unisono gli stessi contenuti del Vangelo (Gv 15, 9-17), da noi già meditati durante la settimana. Dona Nady, stasera, a casa di dona Luisa, diceva: noi non ce lo ricordiamo, né ci fermiamo mai a pensare che è così, perché se lo facessimo la nostra vita sarebbe diversa. Lui ci precede, ci ha preceduti da sempre. Noi siamo abituati a pensare all’amore come a un sentimento reciproco, da qui nascono delusioni, frustrazioni, crisi e separazioni, Giovanni invece ci ricorda che, nel caso di Dio, almeno, non si tratta semplicemente di un suo sentimento che noi si possa ricambiare (e ci risulterebbe tutto sommato facile, dato che, sul piano dei sentimenti, e più ancora del sentimentalismo, ci sappiamo giostrare abbastanza bene). L’amore di Dio è un evento, situato nella storia, con cui Lui, che pure già, con un moto d’amore aveva dato origine al mondo (come non lo sappiamo, né ci importa molto saperlo), ha scelto di sacrificare a noi, al nostro bene, il suo bene più prezioso, il suo Figlio amato, di dire in pratica No a sé, per dire Sì a noi. Come, diceva dona Lourença, capita abbastanza spesso di fare alle mamme. Ed è vero, e deve dipendere da un qualche canale di comunicazione diretta che esse hanno con l’Eterno, o una rivelazione inscritta nella propia carne. Quanto a noi, se riuscissimo davvere a pensare, a capire, a credere, a una tale verità, non smetteremmo mai d’amare, non tanto un Dio che non possiamo vedere, ma il Dio presente nei fratelli che vediamo, e lo faremmo senza sosta, senza limiti, senza confini e barriere. In questo Giovanni è categorico: se non amiamo così, non abbiamo ancora conosciuto davvero Dio. Al massimo, coltiviamo pietosamente un nostro personalissimo idolino. Che, per carità, niente paura: Lui ride teneramente di questa nostra inutile e autoreferenziale religione, ma continua ad additarci la Croce. Ceto che, un giorno o l’altro, s’impari anche noi la lezione. E si entri nel gioco, di amare per primi (anche se saremo sempre secondi). Senza attenderci nulla in cambio.
I testi che la liturgia di questa VI Domenica di Pasqua propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.10, 25-26.34-35. 44-48; Salmo 98; 1ª Lettera di Giovanni, cap.4, 7-10; Vangelo di Giovanni, cap.15, 9-17.
La preghiera della Domenica è in comunione con tutte le comunità e Chiese cristiane.
Oggi il nostro calendario ci porta le memoria di Bede Griffiths, monaco-sannyasi, e di René Voillaume, piccolo fratello di Gesù.
Alan Richard Griffiths era nato, ultimo di tre figli, il 17 dicembre 1906 a Walton-on-Thames, in Inghilterra, da una famiglia un tempo benestante, ma ora impoverita. Giunta l’età degli studi, il giovane ottenne tuttavia una borsa di studio, che gli consentirà di studiare fino al conseguimento della laurea in giornalismo, a Oxford. Dopo la laurea, per circa un anno, il giovane Griffiths visse con due amici un’esperienza di vita semplice ed essenziale, a contatto con la natura, alimentata dalla lettura della Bibbia e di altri testi di letteratura cristiana. Dopo una visita all’abbazia benedettina di Prinknash, chiese di ricevere il battesimo - che gli fu somministrato la vigilia del Natale 1931 e, l’anno successivo entrò in monastero, assumendo il nome di Bede. Nel 1937 pronunciò i suoi voti perpetui e nel 1940 fu ordinato sacerdote. Per circa quindici anni se ne stette relativamente tranquillo, scandendo la sua vita, come vuole la Regola, tra preghiera, studio e lavoro. Nel 1955, la svolta, con la richiesta di trasferirsi in India, “alla scoperta dell’altra metà dell’anima”. Assieme a Benedict Alapott, un prete indiano nato in Europa, si stabilì per tre anni a Kengeri, nel Bangalore, poi nel 1958, raggiunse p. Francis Acharya, nel Kerala, collaborando alla fondazione dell’ Ashram Kurisumala, un monastero di rito siriaco, dove assunse il nome di Dhayananda (Beatitudine della preghiera). Nel 1968, infine, si trasferì, con altri due monaci indiani, Swami Amaldas e Swami Christodas, all’Ashram Saccidananda, a Shantivanam, nello stato del Tamilnadu, vicino a Tiruchirappalli. L'ashram, fondato nel 1950 da Jules Monchanin e Henry Le Saux, era stato il primo tentativo di fondare in India una comunità cristiana che seguisse i costumi di un ashram e s'adattasse, nel modo di vivere e di pensare, allo stile indù. Bede Griffiths, che adesso prese a chiamarsi Dayananda (Beatitudine della Compassione), si conformò in tutto al costume vedico, vestendo la veste arancione del sannyasi e vivendo in assoluta povertà, fino alla morte, che lo colse, uomo dal cuore universale, il 13 maggio 1993.
René Voillaume era nato a Versailles il 19 luglio 1905. Ordinato prete nel 1929, aveva proseguito gli studi all’Angelicum di Roma e si era poi specializzato in lingua araba e islamistica a Tunisi. L’8 settembre 1933, nella basilica parigina del Sacro Cuore a Montmartre, insieme a Guy Champenois, Marcel Boucher, Georges Gorrée e Marc Gerin, Voillaume dava inizio alla famiglia dei Piccoli fratelli di Gesù. Decisero di stabilirsi insieme a El-Abiodh, nell’Algeria del Sud, seguendo le impronte di Charles de Foucauld, l’eremita solitario che a lungo sognò, senza riuscirvi, di fondare una congregazione che avesse come ideale la vita nascosta di Gesù a Nazareth. Nel 1939, dall’incontro di Voillaume con Magdeleine Hutin, avvenuto l’anno prima, sarebbe nata la congegazione delle Piccole sorelle di Gesù. Altre famiglie sarebbero in seguito sorte, alimentate dall'intuizione spirituale di fratel Charles e dalla traduzione che Voillaume seppe farne nel cuore del nostro tempo. Quando, prima di morire Voillaume diede spazio ai ricordi autobiografici, volle sottolineare l’importanza che, nella sua vicenda spirituale, ebbero il Santissimo Sacramento e Nazareth. Quest’ultima letta nei suoi due significati di vita di silenzio, preghiera, lavoro e povertà, e quello di inserimento in un ambiente povero, in cui, fuori da ogni troppo facile retorica, si condivide la vita e il lavoro di tutti. Il 13 maggio 2003, alle soglie dei 98 anni padre Voillaume moriva a Aix-en-Provence, assistito dai rappresentanti delle varie famiglie spirituali nate dai suoi scritti e dalla sua vita.
Noi, Alberto, lo si è messo nell’Eucaristia di stamattina. Alberto è un’amico di lì, che ha deciso di andarsene, definitivamente, in quel di Nazareth. Cioè, di restare dov’è. Ovunque Egli sia. Inamovibile, appresso a Lui, che è sempre in movimento. Nascosto, come sapeva e sa nascondersi Lui, prima di darsi a conoscere, e dopo. E, più ancora, adesso. Povero e felice. Perciò, ricco. Negandosi a sé, per darsi a tutti. Dicono che ci vuole del fegato. E soprattutto del cuore. Il Suo. Di Lui, vogliamo dire. Che, come dice Giovanni oggi, lo ha preceduto. E poi lo ha trascinato. Beh, noi si resta a guardare, con un po’ di invidia, questo piccolo fratello del Vangelo. Che è ciò che si dovrebbe essere tutti.
Noi ci si congeda qui, lasciandovi al brano di una lettera di René Voillaume, diretta alle sue comunità. La troviamo nel sito dei Piccoli fratelli di Gesù ed è, per oggi, il nostro
PENSIERO DEL GIORNO
Questa è la vocazione naturale dell’uomo: di interrogarsi sempre, di cercare costantemente e di tendere sempre al meglio, di vivere più pienamente e di dare un senso alla propria vita, di aspirare alla felicità. Siamo però seri; non siamo noi che risolveremo tutti questi problemi che richiedono altre competenze che le nostre e la collaborazione di tutti. Tuttavia non possiamo lasciar insipidire il sale che la vita di Gesù contiene, né il lievito che Egli ha portato per lievitare ogni pasta umana. Come e in qual modo potremo apportare il nostro contributo a questa umanizzazione integrale dell’umanità laddove viviamo ? Non lo so. Tutto è nelle mani di Dio, dobbiamo metterci ognuno nelle sue mani; e questo implica due cose: - Perché la nostra vita sia vera, essa deve, come quella di Gesù, venire dall’interno, essere cioè fondata principalmente, come la sua, sui nostri rapporti personali con il Padre. È in Lui, per Lui e da Lui che la nostra vita deve ricevere la forza e la fecondità. Noi diciamo di non avere né le condizioni né i mezzi. Tale vita è promessa a coloro che giustamente non hanno niente : “Ti rendo grazie, Padre, del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai saggi e le hai rivelate ai piccoli…”. - Perché la nostra vita sia vera deve anche essere testimonianza effettiva dell’amore che Dio ha per noi. Questo amore ci provoca inesorabilmente, non alla ricerca del nostro interesse, del nostro piacere, dei nostri vantaggi o delle nostre fantasie, neppure alla gloria che viene dagli uomini, ma all’Amore, al Servizio di coloro che sono più poveri e più infelici di noi, nell’abnegazione di noi stessi e per il bene di tutti, secondo tutte le iniziative che saranno a nostra portata e che l’amicizia e l’amore vero sono capaci di ispirarci. “Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo. Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso” (Rm 15,2). (René Voillaume, Lettera n.27).
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12/05/2012
Giorno per giorno - 12 Maggio 2012
Carissimi,
“Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15, 18-19). Stasera, a casa di dona Imaculada, che solo da poco si è trasferita in città e ha preso a frequentare la comunità dell’Aeroporto, ci dicevamo che nel vangelo di Giovanni troviamo due modi diversi di intendere il “mondo”. C’è il mondo che Dio ama, al punto di dare il suo figlio unigenito, che Lui ha inviato, non per giudicare né condannare quel mondo, che poi è l’umanità (condannata invece dai Potenti), ma per liberarlo e condurlo a salvezza (cf Gv 3, 16-17). Questo è fondamentale. E poi c’è il sistema-mondo, quello che si organizza contro Dio, cioè in una logica radicalmente contraria al significato di Dio: una struttura di dominio, sfruttamento, rapina e violenza contro il principio del servizio, del dono, della compassione e della solidarietà. È questo tipo di mondo, di sistema - a volte travestito di cristianissime etichette - che odia e muove guerra a Gesù e ai suoi discepoli. Perché coglie nello Spirito che ne pervade la vita e ne caratterizza le scelte un pericolo mortale per la sua stessa sopravvivenza. Questo spiega le diverse tattiche messe in atto dai poteri per soffocare la diffusione della Buona Notizia: quella della persecuzione e quella della lusinga. Una che mira a soffocarla con le armi della paura, quando non con l’eliminazione diretta dei suoi portatori, l’altra, assai più pericolosa e diffusa, che trama per svuotarla dal di dentro, rendendola del tutto inoffensiva, ridotta a religione esteriore e a pura ritualità, del tutto funzionale all’organizzazione del potere. Ora, le sirene ingannatrici del sistema-mondo agiscono in continuazione nella nostra vita, persino nelle sue dimensioni più quotidiane, tentando di condizionare le nostre scelte. Come le fronteggiamo noi?
Oggi il nostro calendario ecumenico ci porta le memorie di Rabbi Meir e di sua moglie Beruriah, sapienti in Israele; e di Irena Sendler, “giusta tra le nazioni”.
Discepolo di Akiva, e Maestro Tannaita del II secolo, Rabbi Meir era discendente di pagani convertiti al giudaismo. In realtà il suo nome era Measha, o Nechemiah, ma fu chiamato Meir o, in aramaico, Nehorai, (l’Illuminatore), perché illuminava le menti degli studiosi dell’halacha (la parte giuridica del Talmud). Quando la Mishna non cita per nome l’autore di un’opinione, si ritiene sia un insegnamento del nostro. Scriba di professione, raccontano che guadagnasse tre selah per settimana. Ne spendeva uno per comprare cibo, un altro per il vestiario e il terzo lo versava agli studiosi della Legge. Quando i suoi alunni gli fecero notare che in tal modo non accantonava nulla per i suoi figli, rispose: “Se essi saranno retti, sarà vero per loro ciò che disse il re David: Non si è mai visto un giusto abbandonato e i suoi figli costretti a mendicare il pane (Sal 37,25). Se non lo saranno, perché dovrei lasciare del mio a dei nemici di Dio?”. Beruriah, moglie di Rabbi Meir, fu la figura femminile di maggior spicco del periodo talmudico. Figlia di Rabbi Chanina Ben Teradion, martirizzato per aver insegnato pubblicamente la Torah, nonostante un divieto imperiale, la donna godeva di una considerevole reputazione come erudita, e spesso si preferiva la sua opinione a quella dei sapienti che le si opponevano. Lo stesso Meir si avvaleva sovente del suoi consigli. La sua vita fu marcata dalla tragedia: oltre al padre torturato a morte dai romani, sua sorella fu obbligata a prostituirsi, suo fratello fu ucciso dai banditi e infine i suoi due figli morirono improvvisamente nel pomeriggio di un sabato. Per non turbare la gioia sabbatica del marito, aspettò l’ora del tramonto, lo chiamò e gli chiese se era tenuta a restituire alcuni oggetti che le erano stati affidati. Il marito rispose che aveva l’obbligo di farlo. Lei allora lo condusse nella camera dei figli e scoprendone i corpi inanimati disse, citando il libro di Giobbe: “Il Signore dá, il Signore toglie, sia benedetto il nome del Signore”. Rabbi Meir morì in Asia Minore, verso il 175 d.C. Chiese di essere sepolto in Israele, in riva al mare, perché le onde che bagnavano la sua terra, coprissero anche la sua tomba. Successivamente il suo corpo venne esumato e sepolto nuovamente a Tiberiade, dove la tomba divenne meta di pellegrinaggi. Nel calendario ebraico, la memoria di Rabbi Meir (da noi unita a quella della sposa Beruriah) cade il 14 Iyar (data mobile tra aprile e maggio).
Irena Krzyzanowski era nata a Otwock, una cittadina a circa venti chilometri da Varsavia (Polonia), il 15 febbraio 1910 da Janina e Stanislaw Krzyzanowski, un medico, che fu tra i primi membri del Partito socialista polacco, e uno dei pochi medici cattolici che, a quel tempo, accettarono di prestare assistenza alle famiglie povere della locale comunità ebraica. Morirà nel febbraio 1917, di tifo, contratto mentre assisteva i pazienti, che i suoi colleghi avevano rifiutato di curare. Fu per l’educazione ricevuta dai genitori che, già da bambina, Irena frequentò ed ebbe modo di conoscere e di simpatizzare con i suoi piccoli compatrioti ebrei. Terminati gli studi, sposò Mieczyslaw Sendler (con il cui cognome sarebbe stata conosciuta in seguito, nonostante il fallimento del matrimonio, subito dopo la guerra). All’epoca dell’invasione tedesca della Polonia, nel 1939, Irena lavorava come infermiera per i servizi sociali del comune di Varsavia. Quando si scatenò la perscuzione nei confronti degli ebrei, decise da subito che non poteva restare indifferente e che doveva darsi da fare. Nei mesi che seguirono, lei ed altri volontari fabbricarono migliaia di documenti falsi per aiutare le famiglie ebree a nascondersi. Nel dicembre del 1942, il movimento clandestino Żegota (Consiglio per l’aiuto agli ebrei), da poco creato, la nominò, con il nome di battaglia di Jolanta, a dirigere la sezione che si occupava del salvataggio dei bambini. Come impiegata dei servizi sociali di Varsavia aveva diritto di accesso al ghetto della città. Fu così che si ingegnò in mille modi per nascondere e portar fuori dal ghetto quanti più bambini possibile, affidandoli poi, con documenti falsi, presso famiglie fidate nelle campagne circostanti, o presso conventi e istituti religiosi. Di ognuno di essi annotò accuratamente in codice i veri nomi accanto a quelli falsi, collocando poi le liste in contenitori di vetro, che nascose sotto terra. Sperava in tal modo di potere riunire i bambini, un giorno, ai genitori o, almeno, a qualche membro delle loro famiglie. Il 20 ottobre del 1943 Jolanta fu scoperta e arrestata dalla Gestapo. Condotta nella famigerata prigione di Pawiak, fu ripetutamente torturata. Le spezzarono i piedi e le gambe, ma non tradì l’organizzazione, né rivelò gli indirizzi dei bambini nascosti. Condannata a morte, fu salvata all’ultimo minuto, quando membri della Żegota riuscirono a corrompere le guardie che l’avevano in custodia e sottrarla così all’esecuzione. Dopo la guerra visse un’esistenza normale, tornò al suo vecchio lavoro, si sposò nuovamente, ebbe tre figli, restando in ogni caso in contatto con alcuni dei bambini che aveva salvato. Nel 1965 ricevette il titolo di Giusta tra le nazioni dallo Yad Vashem di Gerusalemme. In una lettera al Senato del suo Paese, che, più tardi, le attribuì un premio, scrisse: “Ogni bambino salvato con il mio aiuto e con l’aiuto di tutti i meravigliosi messaggeri che oggi non ci sono più, è ciò che giustifica la mia esistenza sulla terra più di ogni possibile onorificenza”. In un’altra occasione ebbe a dichiarare: “Avrei potuto fare di più. Questo rammarico mi seguirà fin o alla morte”. Aveva salvato solo 2500 bambini. Era stata torturata e aveva rischiato solo la morte. Irena Sandler è morta a Varsavia il 12 maggio 2008.
I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.16, 1-10; Salmo 100, Vangelo di Giovanni, cap.15, 18-21.
La preghiera del Sabato è in comunione con le comunità ebraiche della diaspora e di Eretz Israel.
Per stasera è anche troppo. Noi ci si congeda qui, lasciandovi alla lettura di un brano con cui Irving Bunim, nel suo libro “A Ética do Sinai. Ensinamentos dos Sábios do Talmud” (Editora Sêfer), commenta il detto di Rabbi Meir: “Riduci le tue occupazioni e occupati di più della Torà, ma sii umile di fronte a ogni uomo” (Pirqè Avot IV, 12). Che è, per oggi, il nostro
PENSIERO DEL GIORNO
Rabbi Meir riconosce la necessità pratica di cose materiali nella nostra vita terrena, ma sembra non preoccuparsi e non temere lo spettro della povertà. La sua norma di vita non prevede di spendere forze e intelligenza in una lotta interminabile per garantirsi e assicurarsi contro la povertà. Apparentemente egli accetta l’insegnamento della mishnah, in cui è detto che “ chi pratica la Torà da povero, finirà per praticarla nella ricchezza” (PA IV, 11). E tuttavia, anche senza desiderare ricchezze, è difficile trovare il tempo per studiare e approfondire la Torà. Un proverbio yiddish dice: “Un’occupazione è come un regno benedetto, ma non ti dà un minuto di riposo”. Stabilisci, dunque, limiti all’orario di lavoro, per poterti dedicare alla Torà con regolarità. Ora, se pensassimo che Rabbi Meir insegnava questo, mentre i suoi forzieri si riempivano comodamente, sbaglieremmo di grosso. Il midrash dice di lui che egli era uno scrivano eccellente e lavorava il sufficiente per guadagnare tre selaim: un sela per il cibo, uno per i vestiti e il terzo per aiutare altri studiosi. Un giorno, vedendo che non metteva nulla da parte, i suoi discepoli gli chiesero: “Maestro che ne sarà dei tuoi figli?”. “Se saranno compassionevoli” - rispose - “riceveranno il necessario, come disse Davide: ‘Sono stato fanciullo e ora sono vecchio, non ho mai visto il giusto abbandonato e i suoi figli mendicare il pane’ (Sal 37, 25). Se, invece, non saranno compassionevoli, perché lasciare i miei beni ai nemici del Dio Onnipresente?”. Egli insegnava secondo il suo stile di vita e viveva secono il suo insegnamento. Rabbi Meir aggiunge poi: Facendo della Torà la tua principale occupazione, non farti prendere da quella malattia professionale così comune negli intellettuali: l’arroganza e il falso orgoglio. Non imitare quel professore che non parla con te perché non sei al suo livello, o quegli studenti vanitosi che considerano l’uomo comune indegno della loro attenzione. Tale presupposto, secondo Rabbi Meir, oltre che incoerente per uno studioso della Torà, è anche una falsificazione e un tradimento della stessa Torà. Se davvero sei riuscito a farla divenire la tua principale “occupazione”, vedi di portarla avanti adeguatamente, poiché la Torà prospera solo nell’umiltà e richiede la tua modestia per avere un qualche significato. (Irving M. Bunim, A Ética do Sinai. Ensinamentos dos Sábios do Talmud).
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11/05/2012
Giorno per giorno - 11 Maggio 2012
Carissimi,
“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15, 12-13). Anche se, a dire il vero, non erano proprio quella che si dice una magnifica razza di amici. Ma, il bello è proprio in questo. Paolo, scrivendo ai Romani, coglierà forse anche più nel segno dicendo: “Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5, 8). Peccatori, cioè nemici. Ma nemici, che Lui si ostina a considerare amici. Del resto, anche nel suo Discorso del monte, Gesù aveva detto: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste” (Mt 5, 44-45). È lo stile anticonformista di Dio. Che per noi dovrebbe essere legge. Una legge che ci fa gioiosamente e scandalosamente diversi da tutti gli altri. E, invece, stasera, a casa di dona Lourença e seu Vidal, ci dicevamo che, a volte, è già difficile dirsi e darsi amore anche solo nei nostri rapporti in famiglia e tra amici, facili come siamo a lasciarci vincere da dubbi, sospetti, ripicche e risentimenti, che finiscono per avvelenare anche le convivenze che parevano più collaudate e indebolire i legami più saldi. Lui continuerà comunque a considerarci amici e, letteralmente, a morire, a soccombere, cioè, nel suo significato, per noi, a nostro favore, ma anche per colpa nostra. Se e quando ci neghiamo di dare esecuzione a quel comando che solo gli amici da Lui scelti, ma che si vogliono tali, sono in grado di ascoltare: Amatevi come io vi ho amato. Fino alla croce,
Oggi il calendario ci porta le memorie di Matteo Ricci, il “saggio d’Occidente”, missionario in Cina; Carlos Mugica, prete dei poveri e martire in Argentina; Alfonso Navarro e Luis Torres, martiri in Salvador; Johann Arndt, teologo e mistico.
Matteo Ricci era nato a Macerata il 6 ottobre 1552. Dopo aver studiato nel collegio dei gesuiti della sua città, fu dal padre inviato a Roma per studiarvi diritto. Nel 1571 interruppe gli studi e decise di entrare nella Compagnia di Gesù. Sei anni più tardi, trasferitosi a Lisbona, in vista di una sua partenza per le missioni, studiò teologia per un anno nel collegio di Coimbra. Nel marzo 1578 s’imbarcò per l’India, con destinazione Goa, dove giunse dopo un viaggio di quasi sei mesi. Lì, proseguì i suoi studi teologici e fu ordinato sacerdote nel 1580. Nel 1582 fu inviato a Macao, per aiutare un suo confratello, padre Ruggeri, nel tentativo di entrare in Cina. Vi riuscirono insieme nel settembre 1583 e fondarono così la prima residenza di Zhaoqing. Cominciava in questo modo la grande avventura di questo giovane gesuita dalla cultura eccezionale e dalla memoria prodigiosa, sotto il segno del “farsi cinese con i cinesi”, in un processo di inculturazione linguistica, culturale, sociale e religiosa, che parve a molti rivoluzionario e ai limiti della tollerabilità per quei tempi, ma che ha ancora da insegnare ai nostri. Introdusse in Cina le conoscenze scientifiche dell’Occidente, nel campo della matematica, della geometria, della geografia e dell’astronomia. E, con i suoi scritti, fornì all’Europa una conoscenza ampia ed esaustiva della cultura cinese in tutti i suoi aspetti. Il rispetto che nutrì e mostrò nei confronti della civiltà millenaria che l’aveva accolto fu ampiamente ricambiato dall’ atteggiamento di stima e di benevolenza che lo circondò, al punto di essere nominato mandarino e di ottenere un vitalizio a spese dello stato. Alla sua morte, avvenuta a Pechino l’11 maggio 1610, l’imperatore proclamò un lutto generale e consentì, cosa mai concessa ad uno straniero, che fosse sepolto nella capitale.
Carlos Francisco Sergio Mugica Echagüe era nato a Buenos Aires, il 7 ottobre 1930, terzo di sette figli di Adolfo Mugica (che sarà deputato e successivamente ministro degli esteri argentino) e di Carmen Echagüe. Studente brillante, appassionato di sport e giovane dai molteplici interessi culturali, dopo un viaggio a Roma, in occasione dell’anno santo 1950, maturò la vocazione sacerdotale. Lasciò allora gli studi di Diritto per il seminario. Ordinato sacerdote il 21 dicembre 1959, fu da prete che si accorse dell’esistenza dei poveri. Cominciò allora a compiere scelte che lo avrebbero posto sovente in esplicito contrasto con una gerarchia, perlopiù retriva e conservatrice, in tempi di ingiustizia, violenza e repressione, che richiedevano invece attitudini profetiche. Pregava così: “Signore, voglio vivere d’ora in avanti come uomo libero. Voglio ricordare, una volta per tutte, che il mio futuro è nelle tue mani e che tu sei mio Padre. E quando mi assaliranno paura, scoraggiamento, sfiducia, ricordami, mio Dio, che mi sei vicino e che le fila della mia vita sono nelle tue mani, mani di padre, mani di amico, che mai mi hanno abbandonato”. Nel 1967 fu mandato a Parigi a studiare e seppe della nascita del Movimento Sacerdoti del Terzo Mondo, cui aderì da subito. Tornato, l’anno successivo in Argentina, fu destinato a Villa Retiro, un sobborgo povero di Buenos Ayres, dove con l’aiuto del fratello Alessandro costruì un centro polivalente dedicato a Cristo Operaio. Accusato di contiguità con gli ambienti dei Montoneros, fu più volte minacciato di sospensione a divinis, minaccia che il prete confessava di vivere con tristezza e angoscia. Il 2 luglio 1971 una bomba esplose, fortunatamente senza far vittime, nella casa dove, in una cameretta all’ultimo piano, abitava padre Carlos. Questi dichiarò: “Niente né nessuno mi impedirà di servire Cristo e la sua Chiesa, lottando insieme ai poveri per la loro liberazione. Se il Signore mi concederà il privilegio, che non merito, di perdere la vita in questa impresa, sono a sua disposizione”. E, il privilegio gli fu dato. L’11 maggio 1974, mentre saliva in macchina dopo aver celebrato messa nella Chiesa di san Francesco Solano, fu colpito a morte da cinque colpi sparati da Rodolfo Eduardo Almirón, un killer della Triplice A, un’organizzazione dell’estrema destra peronista. Il peggio, per l’Argentina, sarebbe arrivato di lì a poco.
Alfonso Navarro era un prete salvadoregno, parroco a San Juan de Opico, dove si era dedicato a rafforzare la locale cooperativa dei piccoli contadini e a formare operatori di pastorale, soprattutto giovani. La sua predicazione e la sua attuazione indispettirono presto i latifondisti della zona, che presero ad accusarlo di essere sovversivo e comunista, minacciandolo di morte. Questo spinse il suo vescovo a trasferirlo alla parrocchia di Colônia Miramonte, in una zona residenziale di San Salvador. Ma anche lì, padre Alfonso continuò quello di sempre, propondendosi di aiutare la gente a scoprire la dimensione fraterna della comunione. E questo suonava male all’orecchio dell’oligarchia locale. Nel gennaio 1977 una bomba fu collocata nel garage della casa parrocchiale, la sua automobili finì distrutta, ma il prete si salvò per una questione di attimi. L’11 maggio dello stesso anno, quattro uomini armati penetrarono in casa. Con un colpo di karaté gli spezzarono un braccio, lo crivellarono con sette proiettili e, prima di uscire, spararono a bruciapelo alla testa di Luis Torre, Luisito, di 14 anni, uccidendolo sul colpo. Un altro dei giovani compagni che era subito accorso per prestare assistenza al prete, lo udì sussurrare: “Muoio per aver annunciato il Vangelo. So chi mi ha ucciso. Sappiano che li perdono”. Alfonso Navarro aveva 35 anni.
Johann Arndt, nato, il 27 dicembre 1555, a Ballenstedt, in Anhalt (Germania), studiò teologia a Tubinga, completando poi i suoi studi a Strasburgo. È ritenuto l’ispiratore del pietismo tedesco: i suoi libri, infatti, esercitarono una profonda influenza su Philipp Jakob Spener, fondatore del movimento. (1533-1588). Il suo lavoro più famoso, “Quattro (in realtà, alla fine, sei) libri sul vero Cristianesimo” rappresenta una ponderosa raccolta di meditazioni e di preghiere, in cui Arndt, sviluppando in maniera quasi esclusiva gli elementi mistici della dottrina di Lutero e unendoli a motivi tratti dai mistici tedeschi ma anche da teologi cattolici, e da una mistica come Angela da Foligno, contrappone l’unione mistica in Cristo come fine ultimo del cristianesimo, all’ordine di salvezza, la dottrina luterana ortodossa della giustificazione per fede e della riconciliazione dell'uomo con Dio per mezzo del sacrificio di Cristo. Accomunato ai più famosi mistici del luteranesimo, come Sebastian Franck, Caspar Schwenckfeld von Ossig, Jakob Boehme e Valentin Weigel, Arndt morì l'11 maggio 1621.
I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.15, 22-31; Salmo 57; Vangelo di Giovanni, cap.15, 12-17.
La preghiera del Venerdì è in comunione con i fedeli della Umma islamica, che confessano l’unicità del Dio clemente e ricco in misericordia.
È tutto, per stasera. Noi ci congediamo qui, lasciandovi ad una citazione di Carlos Mugica, tratta da una sua riflessione dal titolo “El Sacerdote y la política”, che potete trovare per intero nel sito a lui dedicato e che è, per oggi, il nostro
PENSIERO DEL GIORNO
Di fronte alle conseguenze di questo sistema il sacerdote non può tacere. Così come non può non agire, se vuole continuare ad essere sacerdote di Gesù Cristo e non sacerdote dello statu quo. La sua azione di denuncia delle ingiustizie sarà l’espressione stessa della sua missione religiosa che, costantemente, la Chiesa gli segnala. Dato che l’amore a Dio passa necessariamente attraverso l’amore agli esseri umani. “Se uno dicesse: ‘Io amo Dio’ e odiasse suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fatello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4, 20). I vescovi argentini hanno fatto la seguente diagnosi della realtà del paese, frutto del sistema capitalistico liberale: “Abbiamo verificato che, attraverso un lungo processo storico tuttora in atto, si è venuto affermando nel nostro paese una struttura ingiusta. La liberazione dovrà dunque estendersi a tutti i settori in cui esista oppressione: giuridico, politico, culturale, economico e sociale” (San Miguel, 1969). Nel 1971 la Commissione permanente dell’Episcopato segnalò le circostanze che avevano ulteriormente aggravato la situazione: sequestri, omicidi, salari sempre più insufficienti e aumento crescente della disoccupazione. Disgraziatamente, oggi, nel 1972, la diagnosi risulta ancora del tutto attuale e, se possibile, ancora più grave. Davanti a questo stato di cose, il sacerdote, che ha sempre il dovere di annunciare agli uomini che solo in Cristo è quella liberazione totale dell’uomo che culmina nella sua divinizzazione, non può eludere la dimensione politica della sua missione, dato che il Regno di Dio comincia qui ed ora. Padre Arrupe, generale dei gesuiti, riflettendo sulla missione sacerdotale nel Terzo Mondo, dice ai sacerdoti: “L’apoliticità, il rifiuto sistematico di ogni presenza nella sfera politica, è, al giorno d’oggi, impossibile per l’uomo apostolico. Non possiamo restare silenziosi di fronte a regimi al potere in determinati paesi, che rappresentano indubbiamente una sorta di “violenza istituzionalizzata”. Dobbiamo denunciare con sapienza, ma anche chiaramente e apertamente, le politiche che contraddicono “la visione globale dell’uomo e dell’umanità” che la Chiesa “possiede come propria” (Populorum Progressio n. 13)”. (Carlos Mugica, El Sacerdote y la política).
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10/05/2012
Giorno per giorno - 10 Maggio 2012
Carissimi,
“Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 9-11). Tre versetti che sono tutto il vangelo di oggi. Noi l’abbiamo letto, nel pomeriggio, alla chácara di recupero e poi, stasera, a casa di dona Irany. Forse, ci è capitato già di dirlo, che, alla chácara, la lettura del Vangelo trova sempre una risonanza tutta particolare. Oggi, comunque, lo è stato, se possibile, anche di più. E non diremo altro, perché si ha sempre il timore di farsi prendere la mano. Dunque, Gesù sta per andare a morire, ma sembra non preoccuparsi di questo, si preoccupa invece della gioia dei suoi. Che non riesce ad accettare possa essere messa a repentaglio, né che sia solo una gioia da poco. Vuole che sia piena. Non può essere frutto di un facile sentimentalismo o di un’emozione passeggera, può solo radicarsi nella percezione di essere indissolubilmente uniti a Gesù, a motivo del suo amore, che è lo stesso amore del Padre, che fluisce in Lui, e, per sua iniziativa, si trasmette ai suoi, come la linfa scorre nella vite e si comunica ai tralci, secondo l’immagine del vangelo di ieri. Gesù sapeva a chi stava parlando, sapeva che i Dodici che gli stavano lì intorno non erano poi così migliore di noi, riuniti intorno alla Sua parola. Conosceva le debolezze, le viltà, i tradimenti di quelli e di noi. Eppure, proprio a loro (e a noi), dice “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi”. Con la stessa intensità, con la stessa forza, con la stessa travolgente necessità con cui il Padre ha amato da sempre il Figlio, da prima della creazione del mondo, così il Figlio, Gesù, “ha amato” noi. Gli esegeti sottolineano che non dice “amo”, dice “ho amato”. Che è anche più forte. “Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo (noi ci siamo ancora), li amò sino alla fine” (Gv 13, 1): si apriva con queste parole il racconto della cena in Giovanni. E l’evangelista usava anche qui il passato: “li amò”, ma si riferiva a ciò che doveva ancora accadere: la Croce. Ora, l’amore di Gesù per noi è fissato per sempre in quell’evento che, paradossalmente, neppure un’improvvisa volontà contraria di Dio, un suo pentimento nei nostri confronti, un suo non volerne più sapere (come qualche volta succede a noi), potrebbe più rimuovere. La croce segna l’irrevocabilità di quell’Amore. Di cui noi saremo in ogni caso indegni. E Lui non sta lì a farci le pulci (e neppure gli elefanti), ci chiede solo di lasciarci sommergere e di entrare con Lui nel gioco. Basta ascoltarlo (obbedienza, ob-auditu, significa questo), ascoltarne il desiderio di amore - non per sé (Lui è già e continuamente pieno di quello del Padre) - ma per gli altri. E il gioco è fatto. E che gioia, ragazzi! Ecco, diremo solo, che oggi pomeriggio alla chácara, davanti a questa scoperta, la gioia era davvero palpabile.
Oggi il martirologio latinoamericano fa memoria di Josimo Moraes Tavares, prete e martire per la giustizia.
Josimo nacque nella città di Marabá (Pará), il 4 aprile 1953. Una grande alluvione, nel 1957, indusse la sua famiglia a trasferirsi a Xambioá, nello Stato di Goiás, dove nel 1979 fu ordinato presbítero. La sua vita e il suo ministero si svolsero prevalentemente nella regione del Bico do Papagaio (nell’attuale Tocantins), dove collaborò intensamente con la CPT (Commissione Pastorale per la Terra), nella pastorale della gioventù e in quella dei diritti umani. La regione, a quel tempo, era attraversata da ondate ricorrenti di violenza contro i posseiros che si insediavano nei latifondi incolti, per produrre lì i loro mezzi di sussistenza. Josimo fu testimone degli sgomberi forzati, delle torture, degli assassinî, operati da bande di pistoleiros sotto lo sguardo indifferente o complice della polizia e della magistratura. La morte, prevista, preparata, non giunse per lui come desiderio di martírio, ma come conseguenza della sua dedizione alla causa del Regno. Fu assassinato a Imperatriz, nel Maranhão, il 10 maggio 1986 con una proiettile nella schiena, mentre saliva le scale dell’edificio della diocesi, dove si trovavano gli uffici della Commissione Pastorale della Terra.
I testi che la liturgia odierna propone oggi alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.15, 7-21; Salmo 96; Vangelo di Giovanni, cap.15, 9-11.
La preghiera del giovedì è in comunione con le religioni tradizionali indigene
È tutto, per stasera. Nell libro “Pe. Josimo: A velha violência da nova republica” (Comissão Pastoral da Terra), troviamo questo Messaggio per la Pasqua 1982 di padre Josimo Tavares. Che vi proponiamo, nel congedarci, come nostro
PENSIERO DEL GIORNO
1. Dio mio Padre! / Padre nel Dolore!/ Compagno-Fratello! / Fratello nel Dolore! // 2. Grido per giustizia, / interrompo il mio lavoro,/ rapisco il mio pensiero / vedendo i figli del popolo /condannati a morte / come chi scende / le scale dell’abisso. // 3. Fame sottoalimentazione debolezza / malattia ingiustizia mancanza d’istruzione / cruda emarginazione. / Colpa del Potere. // 4. Calpestati dai grandi, / non possono neppure parlare. // 5. Negri. Occupanti abusivi. Indios. / Contadini senza terra. / Disoccupati. Autisti. / Operai sottopagati. Lavoratori giornalieri. / Professori umiliati. / Studenti massacrati. / Stranieri respinti. / Giovani. Bambini. Vecchi abbandonati. // 6. Assogettati dai Grandi / solo uniti si può lottare. 7. Cristo-Servo dei Dolori. / Disprezzato dagli uomini, / si fa figlio del popolo. / Il suo gemito è di Croce, / e insieme di speranza: / “Solo la Verità libera!” // 8. Nella profondità del mio essere / (dell’essere dell’universo) / sia fatta la Verità. / Si fa dalla lotta del piccolo / nella lotta del Cristo Risorto. // 9. La sete di giustizia e di uguaglianza / vince la fame del Potere. / Il Cristo della lotta quotidiana / risorge e risuscita / i figli del popolo. / Instaura il Diritto dell’Oppresso. / Impianta la Giustizia del Debole. / È la Pasqua del Signore: Vita! Luce! Speranza” (Josimo Tavares,Mensagem de Páscoa 1982).
Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.
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09/05/2012
Giorno per giorno - 09 Maggio 2012
Carissimi,
“Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto’ (Gv 15, 1-2). Stasera, a casa di dona Nady, dove eravamo al primo giorno della pre-novena di Pentecoste (le pre-novene crediamo siano un’invenzione di qui, per permettere a un numero maggiore di persone di ricevere nella propria casa la bandeira do Divino), il Vangelo era questo della vite, che ci era stato proposto già dalla liturgia di domenica scorsa. E, come riflessione, è venuto fuori che, in esso, tutto ruota intorno ad una preoccupazione per qualcuno o qualche cosa d’altro. L’agricoltore si prende cura della vite, questa si preoccupa dei tralci, i quali devono pensare ai frutti, e i frutti si destinano a chi? agli altri. Così è Dio, che “pianta” suo Figlio Gesù nella storia, e questi, attraverso la sua linfa, che è la vita dello Spirito, e perciò anche la logica, che emana da Dio, di servizio, dedizione, amore, nutre la vita dei suoi discepoli di ogni tempo e luogo, i quali, a loro volta, si danno da fare per produrre quei frutti capaci di saziare la fame di vita e di allegria dell’umanità. Una volta soddisfatta questa, in tutti, non solo in alcuni, il divino Agricoltore potrà rallegrarsi anche Lui, pienamente, senza che nulla, ferendo più la vita dei suoi figli, possa fare ombra alla sua gioia. Perché, è anche più vero, per Dio, ciò che è vero [quasi sempre, speriamo] per i genitori di noi umani, che si sentono felici solo nel vedere felici e in pace tra di loro i propri figli. La preparazione alla festa di Pentecoste vuole aiutarci a far nostro quel progetto e quella maniera d’essere di Dio. Con l’aiuto, ovviamente, del suo Spirito.
Il calendario ci porta oggi le memorie di Nicolaus Ludwig von Zinzendorf, riformatore religioso e sociale e quella di Luis Dalle, vescovo, amico dei poveri in Perù.
Nicolaus Ludwig von Zinzendorf nacque a Dresda il 26 maggio 1700 da una nobile famiglia austriaca protestante. Rimasto a sei anni orfano del padre, fu educato dapprima dalla nonna, Henriette Catharine von Gersdorff, e dal suo padrino di battesimo, Philipp Jakob Spener, fondatore del movimento pietista. Studiò nell’ambiente pietista di Halle, sotto la guida di August Hermann Franke, fondatore delle famose scuole di carità. Laureatosi in Legge, nel 1719, viaggiò per qualche tempo attraverso la Francia e i Paesi Bassi, dove strinse amicizia con persone di altre confessioni religiose, inclusi cattolici. Cominciò allora a pensare alla possibilità di operare in vista dell’unione tra le chiese. Stabilitosi a Dresda, dove sposò Erdmute Dorothea Reuss, da cui avrebbe avuto dodici figli, otto dei quali morti in tenera età, lavorò per qualche anno in un ufficio governativo di affari giuridici. Subentrato come proprietario nella tenuta della nonna, a Berthelsdorf, decise di mettervi in pratica le idee pietiste di Spener. Nel maggio 1722, accolse un gruppo di Fratelli Boemi, mettendo a loro disposizione una parte del terreno, che ribattezzò Herrnhut (“Pascolo del Signore”), perché potessero liberamente praticare la loro fede. Ad essi seguirono altri dissidenti religiosi, e, più tardi, lui stesso vi si trasferì con la famiglia, come predicatore laico, redigendo nel 1727 regole comuni per la comunità che si era venuta a formare. Desideroso di dare ad essa un impulso missionario, prese gli ordini religiosi nel 1734 a Tubinga e nel 1737 fu nominato vescovo moravo dal predicatore della corte di Berlino. A partire da allora, missionari furono inviati in numerose regioni di Europa, America, Asia, Africa. Lo stesso von Zinzendorf si impegnò nella fondazione di comunità in Germania, Olanda, Inghilterra, Irlanda e America. Nel 1750 fissò la sua residenza a Londra, ma, cinque anni dopo, dovette far ritorno a Herrnhut, per alcune difficoltà finanziarie della comunità. In quel periodo fu colpito da gravi lutti familiari, compresa la perdita della moglie, nel 1756. Risposatosi nel 1757 con Anna Caritas Nitschmann, dopo solo tre anni, colto da una grave malattia, morì il 9 maggio 1760. La Chiesa Morava conta oggi 700.000 fedeli, la maggior parte dei quali vive nel Terzo Mondo (200.000 nella sola Tanzania).
Luis Dalle, “Lucho”, era nato in Francia nel 1922, in una famiglia di quindici figli, di cui tre divennero preti, due religiosi e due religiose. Nel 1944, fu inviato nel campo di concentramento nazista di Buchenwald, da cui fu liberato ridotto in fin di vita. Fu un’esperienza tremenda, in cui sperimentò sulla propria pelle cosa significa essere privato di tutti i diritti umani. Missionario francese della Congregazione dei Sacri Cuori, nel 1947, fu inviato in Perù, dove svolse il suo ministero dapprima a Lima, e poi, a partire dal 1968, nel Sud Andino. Nel 1972 venne nominato vescovo della Prelazia di Ayaviri. Profondo conoscitore della realtà peruviana e ecclesiale, “Lucho” seppe inserirsi con molta semplicità tra le popolazioni indigene del Sud andino, valorizzandone la cultura e rivendicando i loro diritti e la loro dignità calpestati quotidianamente. Visse con passione i cambiamenti proposti da Medellín e Puebla, come lettura latinoamericana del Concilio Vaticano II. Morì a 60 anni, il 9 maggio, in un incidente stradale: il vecchio autobus, carico di contadini, su cui viaggiava, cadde in un precipizio. Morì anonimamente, come uno qualunque della sua gente, spogliato del suo anello pastorale, della camicia e dei sandali, corpo irriconoscibile, in paziente attesa con gli altri di essere riconosciuto, due giorni dopo, nell’obitorio di Arequipa. Ma Lui l’aveva riconosciuto da subito. Perché era in compagnia dei suoi poveri.
I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap. 15, 1-6; Salmo 122; Vangelo di Giovanni, cap.15, 1-8.
La preghiera del mercoledì è in comunione con tutti gli operatori di pace, quale ne sia la religione, la cultura o la filosofia di vita.
Oggi, da voi, viene celebrata la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice. La data prescelta ricorda il sacrificio della vittima forse più nota, Aldo Moro, ma il ricordo si estende a tutte le innumerevoli vittime indiscriminate dello stragismo nero - perfettamente coerente con i presupposti ideologici dei suoi autori e ispiratori - e a quelle per lo più “mirate” dell’odio demente delle Br e delle formazioni emule. Che, con la “appropriazione indebita” dei valori della Resistenza e dell’antifascismo, riuscì a pregiudicare più di quanto non abbiano fatto i suoi avversari lo sviluppo democratico del vostro Paese. La celebrazione intende restituire alle vittime lo spazio dovuto nella vita pubblica della Comunità, riflettendo sulla stagione drammatica di quegli anni, e insieme ricordando, certo, gli inimitabili esempi morali di alcuni, ma anche le vite semplici spese nel lavoro al servizio della famiglia e della collettività, e nel coltivare gli affetti dei più.
Dicono che Dio per permettere all’universo di espandersi, si assottigli ogni giorno di più e, se già prima non lo vedevamo, immaginarsi adesso. Noi ce l’immaginiamo lì, alla periferia del mondo, sempre più magro, ma con le braccia lunghe lunghe capaci di abbracciare l’intera creazione. E gli occhi, Lui ha occhi per tutto e per tutti. E un gran sorriso. Fiducioso, nonostante i tempi. Insomma, Dio è, dunque, quegli occhi, quell’abbraccio, quel sorriso, e quel suo starsene e vegliare in disparte, e mettere al centro il mondo. Noi si conosce un Angelo. Che, poi, è la stessa etimologia di Vangelo. E non poteva essere diverso, almeno in questo caso. È un prete di costì, che oggi completa le ottantuno primavere, o anche quattro volte vent’anni più uno. E a vederlo, anche da dodicimila chilometri di distanza, o forse proprio per questo, a noi pare così simile a quell’altro Lui: magrezza, abbraccio, occhi, sorriso, starsene schivo, porre sempre al centro l’altro. Beh, mettete un Angelo nelle vostre preghiere. Lasciamoci portare dalle sue. E, per finire, di un certo don Angelo Casati, per restare in tema, vi proponiamo, nel congedarci, il brano di un intervento che, col titolo “Innamorarsi”, egli ha tenuto a Lavagna, lo scorso 14 marzo (lo potete trovare per intero nel bel sito (non Belsito) “Sulla soglia”. È questo il nostro
PENSIERO DEL GIORNO
E allora vi racconterò di me, e vi dirò che, quando ancora ero parroco, tra le cose più belle che avevo l’avventura di fare, c’erano i corsi per fidanzati, tant’è che qualcuno sorridendo diceva: “toccagli tutto, ma non toccargli i fidanzati!”. Perché? Perché, mentre insieme in quelle sere discutevamo, io mi incantavo a guardarli: si appoggiavano strusciandosi l’uno all’altro, si perdevano l’uno negli occhi dell’altro come per un viaggio che non finiva, si cercavano sfiorandosi teneramente. E io, che a volte venivo da giornate molto piene è un po’ ero stanco, riprendevo respiro e gioia guardandoli, guardandoli nel loro innamoramento. E pensavo, perdonatemi la dissacrazione del paragone, a Dio in quel lontano giorno delle origini, quando anche lui, creati l’uomo e la donna, si perse trasognato a guardarli: uomo e donna semplicemente, non ancora i figli. Si perse dice la bibbia a guardarli. “E vide” è scritto, dunque si perse a guardarli. “E vide che era una cosa molto bella”. Le cose belle ti perdi a guardarle. Sarò un po’ strano, ma quando incontro o quando solo sfioro per strada i ragazzi, ma non solo i ragazzi, che se ne vanno innamorati, ho un tuffo di gioia e di speranza al cuore e mi sembra di vedere Dio lì, in quei loro gesti. Ed è quello che penso anche quando si celebra un matrimonio: non sono io, sono loro a celebrare, non sono io a rendere presente Dio con la mia benedizione, la benedizione di Dio è già dentro, Dio lo hanno reso presente loro con la loro storia di amore, Dio è nell’innamorarsi. Vorrei dire, forse spingendo il discorso e magari scandalizzando, che Dio non è dove assente è l’innamorarsi, non è nelle parole spente, nei riti senza anima, nel gelo dei monumenti. (Don Angelo Casati, Innamorarsi).
Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.
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08/05/2012
Giorno per giorno - 08 Maggio 2012
Carissimi,
“Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco” (Gv 14, 30-31). E, detto questo, Gesù aggiunse: “Alzatevi, andiamo via di qui” che, forse, in una prima redazione del Vangelo, aveva il suo seguito naturale nel versetto che apre il cap. 18: “Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cedron, dove c'era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli" (Gv 18,1). I tre capitoli intermedi (capp. 15-17), inseriti intenzionalmente qui, presumibilmente più tardi, proporrebbero così temi rilevanti dell’insegnamento di Gesù, provenienti da questo come da altri contesti, nella forma di ripresa e approfondimento degli stessi. Dunque il Vangelo che si è letto stasera, a casa di dona Rita, ci recherebbe le ultime parole di Gesù ai suoi. Cioè, anche a noi. Riflettendo su esse, e su alcune in particolare, ci siamo detti che il “principe del mondo” - che poi è il diavolo, Satana, ovvero la logica del sistema, che divide, privilegia, rapina e uccide, mente e manipola - anche oggi, continuamente, cerca di mettere a tacere Gesù e il suo Spirito. La cui proposta al mondo è, invece, la pace, nella forma del prendersi cura e a cuore, della condivisione, del dono di sé, e perciò della gioia e della vita. Non di una qualsiasi vita, ma della vita stessa di Dio, nostro Padre. Di cui noi tutti dovremmo poter dire, ogni giorno, le parole di Gesù: “Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco”. Anche se, come diceva Ercy, è facile dirlo, più difficile è invece scoprire come tradurlo in pratica, nelle diverse situazioni.
Oggi la comunità fa memoria di Giuliana di Norwich, eremita e contemplativa.
Nata l’8 novembre 1342 a Norwich, in Inghilterra, Giuliana aveva trent’anni, quando, durante il mese di maggio, una grave malattia la portò in punto di morte. Della sua vita, fino a quel momento, non sappiamo nulla. Sappiamo invece, perché lo raccontò lei stessa, che, dopo sette giorni, il 13 maggio 1373, ebbe una serie di sedici visioni in cui potè contemplare la passione di Cristo, ricavandone una grande sensazione di pace e di gioia. Divenuta eremita, prese a vivere in una piccola capanna nei pressi della chiesa di san Giuliano a Conisford, da cui prese il nome e dove dedicò il resto della vita a pregare e a riflettere sul significato di quelle visioni. Frutto di queste meditazioni fu il Libro delle Rivelazioni, steso in due redazioni differenti, una più breve, scritta a ridosso di quell’esperienza, e un’altra più lunga, su cui lavorò per circa vent’anni, ricca di riflessioni sul significato di quelle visioni. Giuliana è nota per la sua insistenza sul tema della “maternità” di Dio e per il suo ottimismo teologico, in forza del quale arrivò a scrivere: “Tutto sarà bene, e tutto sarà bene, e ogni sorta di azione sarà bene”. La sua teologia rivela una profonda consapevolezza che tutto l’essere dell’uomo riceve senso dal fatto di essere posto tra le mani amorose di Dio. Qualunque cosa accada. Giuliana morì probabilmente intorno al 1417. La Chiesa d’Inghilterra celebra la sua memoria in questo giorno.
I testi che la liturgia odierna odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.14, 19-28; Salmo 145; Vangelo di Giovanni, cap.14, 27-31a.
La preghiera del martedì è in comunione con le religioni tradizionali del Continente africano.
Bene. Noi ci si congeda qui, lasciandovi ad una citazione, molto, molto bella, di Giuliana di Norwich, tratta dal suo “Revelations of divine Love” che potete trovare integralmente in rete nella Christian Classics Ethereal Library. È questa, per oggi, il nostro
PENSIERO DEL GIORNO
Questa visione mi ha molto meravigliata. Perché, nonostante l’irrilevanza della nostra vita e la nostra cecità, il nostro benigno Signore guarda incessantemente a noi in questo nostro operare con grande godimento. E in ogni cosa noi possiamo compiacerlo al meglio, con saggezza e fedeltà, credendo a questo e godendo con lui e in lui. Perché, così come realmente saremo nella beatitudine eterna di Dio, lodandolo e ringraziandolo, altrettanto realmente siamo stati nella sua preveggenza amati e conosciuti con un proposito eterno, in cui, da sempre, con un amore senza inizio e senza fine egli ci ha creati e con eguale amore ci custodisce e non sopporta che noi si sia danneggiati da una qualsiasi cosa che possa diminuire la nostra beatitudine. Così, quando, nel giorno del Giudizio, saremo portati tutti lassù, allora potremo vedere chiaramente in Dio i misteri che ora ci sono nascosti. Allora nessuno di noi si alzerà a dire: “Signore, se fosse stato così, sarebbe stato meglio”. Ma tutti diremo ad una sola voce: “Signore, sii benedetto, perché è così e così è bene. Ed ora vediamo davvero che ogni cosa è stata fatta secondo quanto tu avevi stabilito, prima ancora che ogni cosa fosse fatta”. (Julian of Norwich, Revelations od Divine Love, LXXXV).
Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.
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07/05/2012
Giorno per giorno - 07 Maggio 2012
Carissimi,
“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (Gv 14, 23-24). Istruzioni per non perdersi Gesù. O per ritrovarlo, qualora lo si sia perso. Lui, ai suoi, ricorda che, oltre ogni loro cedimento, indecisione, fuga, che egli sperimenterà, da lì a poco, sulla propria pelle - come, lungo i secoli, sulla pelle dei suoi poveri - è possibile tornare ad essere amici suoi e perciò di Dio, divenendo amici dei poveri. Che sono il Suo sacramento più vero, a cui rimanda ogni altro sacramento, il battesimo che ci fa morire alla logica del mondo per rinascere alla solidarietà, la condivisione del Pane che Lui è, per divenire noi stessi pane che si dona, il chiedere perdono e la ricerca di una società finalmente riconciliata, e così via. È l’osservanza della sua parola che ci fa riconoscere come suoi amici, niente meno che “abitati” da Lui e dal Padre. E la sua parola non è semplicemente la sua parola parlata (così spesso opportunisticamente svuotata e banalizzata nella reiterazione rituale), è Lui stesso, parola incarnata, fatta gesto, atteggiamento, pensiero, preoccupazione, azione. Fino a disegnare la storia di una vita intera. Che, se lo seguissimo davvero (in questo consiste osservarne la parola), ci ritroveremmo quasi immancabilmente inchiodati alla croce dei poveri. Con Lui. E, invece.
Oggi il martirologio latinoamericano fa memoria di Elvira Hernández e Idalia López, catechiste e martiri in El Salvador.
Elvira e Idalia erano due ragazze della stessa età che abitavano in un quartiere della periferia povera di San Salvador, chiamato La Fosa. Entrambe facevano parte della locale comunità cristiana. Elvira, dopo aver fatto la prima comunione, si inserì in un gruppo di adolescenti fortemente motivati e interessati ai problemi della realtà sociale. A 13 anni fece il suo primo discorso in pubblico sul tema: “Alla scoperta dell’ideale cristiano”. Più tardi, entrò in un’organizzazione che operava tra gli abitanti delle zone maggiormente emarginate, come maniera concreta di promuovere solidarietà. Un giorno, mentre si stava preparando per una celebrazione, venne raggiunta da una raffica di mitra partita da un veicolo in corsa e cadde morta, assieme ad un altro compagno della comunità. Era il 18 aprile 1980. Aveva 14 anni. Idalia López, era nata in una famiglia molto povera. Prendendo parte alla vita della comunità aveva imparato che il Vangelo non è solo Parola, ma è anche Vita. A tredici anni, nel giorno della sua prima comunione, si impegnò pubblicamente a lavorare in favore della sua gente. Quando nella comunità maturò l’idea di costruire un centro di salute, Idalia decise di fare un corso di pronto soccorso per lavorarvi come infermiera. A quindici anni si integrò in un gruppo giovanile della parrocchia di San Francisco Mejicanos. Nello stesso tempo si preparò per diventare catechista. Gli amici dicono che Idalia si distingueva per la profondità della sua riflessione, oltre che per la sua dedizione e la sua solidarietà con i più poveri. Uscendo da una riunione, il 7 maggio 1984, Idalia fu aggredita dai componenti di una ronda della difesa civile, che la ferirono ad una gamba. Quando già era a terra, furono su di lei e le spararono un colpo di grazia al volto.
I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap. 14, 5-18; Salmo 115; Vangelo di Giovanni, cap. 14, 21-26.
La preghiera di questo lunedì è in comunione con le grandi religioni del subcontinente indiano: Vishnuismo, Shivaismo, Shaktismo.
È tutto. Approfittando della memoria delle due martiri salvadoregne, vi proponiamo, nel congedarci, un brano di Jon Sobrino, tratto dal suo libro “Tracce per una nuova spiritualità”. Che è, per oggi, il nostro
PENSIERO DEL GIORNO
L’evangelizzatore deve ripetere l’incarnazione di Gesù e concepirla come un processo di incarnazione che genera la propria dinamica. Nel mondo dei poveri egli deve condividere l’immenso dolore, la miseria che grida al cielo, la crocifissione lenta o violenta di milioni di esseri umani; come Gesù, deve cominciare dal misereor super turbas , senza edulcorare né ideologizzare con nulla il dolore dei poveri e senza farne qualcosa di secondario, in ultimo termine, rispetto al suo compito evangelizzatore, o qualcosa di soltanto provvisorio, come stadio previo a un’esistenza più autentica. Finché esiste - e nella lotta contro di esso - questo dolore ha una sua assolutezza per l’evangelizzatore. Tale profonda misericordia deve trasformarsi in attiva difesa dei poveri, il che porta - come è avvenuto a Gesù - alla controversia, a denunciare, a smascherare chi rende poveri coloro che sono tali. Questa dimensione belligerante della misericordia non ha nulla a che vedere con odio, rivincite o sfoghi collerici; è piuttosto frutto dell’amore per i poveri e maniera reale di comunicar loro che Dio è davvero con essi. È questa attiva misericordia, per la sua stessa dinamica, a portare al conflitto i potenti di questo mondo, alla persecuzione e alla croce. Come Gesù, l’evangelizzatore va lasciando la propria vita nel compito di evangelizzare, non soltanto per il logorio che qualunque compito porta con sé, bensì perché la persecuzione è inerente all’evangelizzazione. L’annuncio del vangelo trae con sé le sue tribolazioni, poiché produce sempre una reazione contraria. Reazione che può condurre - e non si tratta di una rara eccezione in alcuni paesi del terzo mondo - al martirio come espressione del maggior abbassamento dell’evangelizzatore e del suo massimo avvicinarsi ai poveri. È la non imparzialità dell’amore di Dio per i poveri ad esigere l’abbassamento dell’evangelizzatore e le conseguenze descritte. Non si tratta che di riprodurre il cammino di Gesù. (Jon Sobrino, Tracce per una nuova spiritualità).
Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.
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06/05/2012
Giorno per giorno - 06 Maggio 2012
Carissimi,
“Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano” (Gv 15, 5-6). Anche il brano di Vangelo che si è letto stamattina fa parte del lungo discorso d’addio di Gesù ai suoi amici. E, giovedì sera, riflettendoci su, ci dicevamo che questa è la prima cosa da tener presente, per intenderne bene i contenuti. Gesù sa che la sua condanna è imminente, che egli sarà separato dai suoi, che essi resteranno soli, delusi, spaventati, disperati. Come accade anche a noi, quando si perde una persona cara. E Gesù, per loro, non era soltanto una persona cara, era molto di più. Era qualcuno con cui essi avevano scoperto un senso nuovo della vita, qualcosa che non avevamo mai sperimentato prima d’allora. Gesù è preoccupato per loro e vuole che sappiano che è possibile continuare ad essere uniti a Lui. Anche se se ne va. “Io sono la vite, voi i tralci”. Gesù è assai più che la sua semplice persona. Egli è la verità di Dio, la stessa maniera d’essere, di agire, di relazionarsi di Dio. Dio, nessuno l’ha mai visto. Ma chi vede, contempla, guarda a Gesù, conosce e sperimenta il Padre, Dio. Il modo con cui Dio si relaziona con le sue creature è la disposizione al servizio, il prendersi cura, il darsi in dono. Noi lo sappiamo, perché questo è stato anche il modo di essere di Gesù. E potrebbe/dovrebbe essere il nostro. È questo che Gesù si attende da noi. Perché realizziamo la nostra vocazione, che consiste nell’essere a immagine di Dio: figli e figlie di Dio. Ma l’esperienza che facciamo è che spesso non lo siamo proprio. A volte in maniera plateale, altre volte più defilati. Accade un giorno, o a giorni alterni, una settimana, un mese, un anno, molti anni; invece di vivere al servizio degli altri, come espressione della cura e della preoccupazione per gli altri, come dono incondizionato di noi stessi agli altri, ci lasciamo trasportare dai nostri istinti egoisti, dalla volontà di dominare, di apparire, di sfruttare, di conquistare spazi ogni volta maggiori per noi. Quando ciò accade è perché impediamo alla linfa della vite che è Gesù di arrivare fino a noi, suoi tralci. E finisce che non produciamo niente di buono. Può succedere. Oggi, come allora. Gesù lo sa bene. Ecco perché, ed è la seconda cosa importante del testo che abbiamo ascoltato, ci dà una buona notizia. E non poteva essere diversamente trattandosi del Vangelo. Una buona notizia, che spesso è scambiata per la minaccia dell’inferno, e invece è altro. Gesù ci dice che quand’anche accadesse che noi ci separassimo da Lui, non è la fine del mondo. Voi potete ricominciare ad ogni momento. Certo, ciò che avete fatto, ciò che siete stati ieri, separandovi da Me, sarà tagliato e gettato via, bruciato. Questo però significa che agli occhi di Dio non esisterà più. Egli salva soltanto le buone azioni (anche solo un bicchier d’acqua), i buoni che noi siamo stati, i figli e le figlie di Dio che riempiono di gioia il suo cuore. Il resto.... c’era dell’altro? Io non l’ho visto, non me ne sono accorto.
I testi che la liturgia di questa V Domenica di Pasqua propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.9, 26-31; Salmo 22; 1ª Lettera di Giovanni, cap.3, 18-24; Vangelo di Giovanni, cap.15, 1-8.
La preghiera della Domenica è in comunione con tutte le comunità e chiese cristiane.
Oggi è memoria di padre Giulio Bevilacqua, apostolo tra i giovani, i lavoratori e i poveri; di padre Esteban Gumucio Vives, prete al servizio del Regno; e dei Venticinque Martiri ebrei di Palma di Maiorca, colpevoli di professare la loro fede. Che era la fede di Gesù.
Giulio Bevilacqua era nato a Isola della Scala (Verona), il 14 settembre 1881, ultimo dei dieci figli di Carlotta Oliari e di Matteo, commercianti provenienti dalla trentina Val di Ledro. Trasferitosi con la famiglia a Verona, prese parte attiva alla vita della locale comunità cristiana e alle lotte sociali del tempo. Dopo essersi laureato a Lovanio in Belgio con una tesi sulla legislazione operaia in Italia, entrò tra i Filippini, a Brescia, e fu ordinato sacerdote nel 1908. Prese a svolgere la sua attività di apostolato soprattutto tra i lavoratori e gli studenti, insegnando col Vangelo la consapevolezza dei propri diritti di uomini e di cittadini. Inviato al fronte durante la Grande Guerra, al servizio di soccorso ai feriti, ne fu profondamente segnato. Definì la guerra: “crisi di dignità, notte di miseria umana, follia e abisso di dolori, è un inferno inutile”. La denuncia più dura l’avrebbe riservata, solo pochi anni più tardi, al fascismo, denunciato come dottrina che stravolge ogni valore, pratica violenta, dittatura civile, e forza anticristiana, con cui è impossibile venire a patti. Per sfuggire al fascismo, si rifugiò in Vaticano, ove rimase dal 1928 al 1932, stringendo una profonda amicizia con mons. Montini, il futuro Paolo VI. All’entrata dell’Italia in guerra, nel 1940, pur denunciando la scelta sciagurata del Paese come “apostasia da Cristo” decise di partire per il fronte, come cappellano, per condividere le condizioni dei suoi giovani. Tornato a Brescia, alla fine della guerra, si dedicò alla predicazione e all’approfondimento della pastorale liturgica, ma soprattutto alla cura pastorale dei più poveri nel suo quartiere di periferia. Chiamato a Roma per far parte della Commissione preparatoria del Concilio Vaticano II, fu creato, nel 1965, cardinale. Accettò a condizione di poter restare come parroco tra la sua gente. Il Venerdì santo di quello stesso anno si sentì male in chiesa. Celebrò l’ultima messa con i suoi fedeli nel giorno di Pasqua. Morì il 6 maggio 1965, mentre pregava la Salve Regina.
Joaquín Benedicto (tale il nome al battesimo) era nato il 3 settembre 1914 a Santiago del Cile, nella famiglia di Amalia Vives e di Rafael Luis Gumucio. Entrato diciottenne nel noviziato della Congregazione dei Sacri Cuori a Los Peroles, fece, un anno più tardi, a Valparaiso, la sua prima professione temporanea, assumendo il nome religioso di Esteban. Fu ordinato presbitero nel 1938. Durante la sua vita fu professore nei collegi della sua Congregazione, maestro dei novizi, superiore provinciale, predicatore di ritiri ed esercizi spirituali un po’ ovunque, consigliere del movimento “Encontro Matrimonial” e, segretamente, poeta. Fu il fondatore e per molti anni parroco della parrocchia dei santi Pietro e Paolo nel quartiere operaio de La Granja, che andava sorgendo all’inizio degli anni sessanta nella periferia sud di Santiago, e dove ritornò all’inizio degli anni novanta. Nel maggio dell’anno 2000, gli fu diagnosticato un tumore al pancreas, che lentamente consumò il suo corpo, mentre ne faceva risaltare la qualità interiore. Il 6 maggio 2001, nella domenica del Buon Pastore, P. Esteban incontrò l’abbraccio del Padre. Lasciò scritto per i suoi confratelli: “Che sempre tra fratelli ci amiamo davvero, senza pretendere mai di averla vinta, ma restando piuttosto umili servitori gli uni degli altri, accogliendo ciascuno nella sua originalità e con i suoi limiti. Non importa che in futuro si resti in pochi fratelli, l’importante è che lo siamo davvero nel Cuore di Gesù, con una cordialità semplice come quella che possiede il cuore della Madre di Gesù. Mi piacerebbe che il servizio preferenziale ai poveri e la nostra povertà per Gesù non ci vedesse mai soddisfatti, come chi prende bei voti a scuola. La povertà non è per conseguire primati, ma per centrarci in noi stessi. Che i poveri, allora, ci addolorino e che noi ci lasciamo ammaestrare da loro. Sogno una congregazione gioiosa e fiduciosa in Dio, qualunque cosa accada: la grande lezione che la nostra comunione nella missione deve regalare alla chiesa e al mondo è di testimoniare che la cosa più grande e la migliore per l’esistenza del mondo è vivere come figli gratuitamente amati dal Padre, in Gesù, con lo Spirito”.
Il 6 Maggio 1691 fu scoperta a Palma di Maiorca, nelle Isole Baleari, una sinagoga segreta. Nell’autodafé che ne seguì furono messe a morte 25 persone. Di esse, ventidue furono garrotate prima di essere bruciate, mentre Rafael Vails, la guida spirituale del gruppo, il suo discepolo Rafael Benito Terongi e la sorella di quest’ultimo, Catalina Terongi, furono bruciati vivi.
Per i seguaci del Buddhismo Theravada (concentrati principalmente nei Paesi del Sud e Sud-est asiatico), il plenilunio del secondo mese (del loro calendario) coincide con la festa di Vesak che celebra contemporaneamente la nascita, l’illuminazione e il trapasso di Siddharta Gautama Buddha. La tradizione vuole infatti che il principe Siddharta sia nato nel giorno di luna piena del mese lunare di Vesak dell’anno 623 a.C. e che, nello stesso giorno, trentacinque anni dopo, abbia raggiunto la sua illuminazione, per poi morire (o, più correttamente, passare nel suo paranirvana), nel plenilunio di Vesak dell’anno 543 a.C. Data a partire dalla quale viene calcolata l’era buddhista. In questo giorno, i buddhisti si recano ai loro templi, dove ascoltano gli insegnamenti del Buddha, attraverso la proclamazione delle Sacre Scritture. In molti luoghi è costume chiudere le celebrazioni, al tramonto, con una grande processione luminosa, che simbolizza il cammino verso l’illuminazione.
Inutile dire che abbiamo accolto con una certa soddisfazione i risultati delle elezioni francesi, sperando che segnino almeno (dato che sono tempi, questi, in cui sembra non essere consentito sognare) un inizio di inversione di tendenza. Verso politiche più umane. E, naturalmente, tifiamo anche per le elezioni amministrative in un certo numero di città di costì, per lo scossone che potranno dare alla stagione degli equilibrismi pericolosi e innaturali che qualcuno si ostina a perseguire. Il che ha a che vedere con tutto meno che con la responsabilità. Pensato e detto da dodicimila chilometri di distanza. E, per stasera, è tutto. Noi ci congediamo, lasciandovi al brano di una lettera di padre Estebam Gumucio a un amico prete. Di cui vi avevamo proposto già qualcosa, l’anno scorso. Ha come titolo “La fame in agguato”. E ci sembra parli anche dei nostri tempi. È tratta dal suo libro “Testigo de Nuestro Tiempo” ed è, per oggi, il nostro
PENSIERO DEL GIORNO
Vorrei comunicarti qualcosa di questa scoperta esistenziale della paura che vivono i poveri di qui. Bene, io penso che questa paura sia coscientemente o inconscientemente sfruttata dal sistema capitalista, incarnato concretamente nella direzione delle industrie e dei posti di lavoro. Non sto dicendo che sia vero per tutti, però, certo, la maggior parte delle industrie e delle imprese, proprio a partire da questa paura, instaurano un “regime di terrore”. Persino a Santiago del Cile, nonostante le leggi del lavoro e il diritto all’organizzazione sindacale, si fa ricorso alla leva del terrore. Ogni operaio che prenda l’iniziativa di rivendicare migliori condizioni di lavoro sa di esporsi alla fame. Un esempio. Tu conosci N. N. Sai le qualità umane di questo ragazzo e il suo sentimento profondamente cristiano. Per tre anni è stato un eccellente operaio nell’industria XX, considerato tale dai suoi padroni. Ma commette il crimine enorme di essere tra coloro che organizzano il sindacato. E, immediatamente, diventa un indesiderabile. È fatto divieto ai colleghi di parlare con lui. Viene rimosso dalla sua specialità di tornitore e impiegato in lavori inutili. In seguito gli intentano un procedimento disciplinare, dato che non possono licenziarlo perché ha un elenco di rivendicazioni pendenti. Si trova però il modo di dichiarare illegittimo il documento per mancanza del numero legale dei presenti (molti, infatti, non partecipano all’assemblea per paura) e lui può essere cacciato dalla ditta, perché serva di avvertimento a quanti pretendono di costituirsi in sindacato. Pepe è già un candidato alla fame: ovunque vada a chiedere lavoro esigiranno una raccomandazione degli ex- padroni. Per poter restare in azienda dovrà adire i Tribunali del Lavoro... Ha già presentato la domanda; ma la sua causa comincerà ad essere presa in esame tra due mesi. Nel frattempo non potrà contare su un solo scudo. La prima citazione lo troverà con due mesi di fame. La maggior probabilità è che debba umiliarsi e ricevere il salario trattenuto e il licenziamento in cambio della firma di una liberatoria che liquiderà lui una volta per tutte. Riceverà l’etichetta di “marxista”, “insolente”, “rivoltoso”, “carattere difficile”, “agitatore”. Requiem aeternam... E sai cosa chiedevano gli operai nella loro lista di rivendicazioni? Che gli si desse non una scarpa, ma un paio di scarpe di sicurezza, che si desse latte ai lavoratori che maneggiano gas tossici e un timido modestissimo aumento ai compagni sottopagati. (Esteban Gumucio, El hambre al acecho).
Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.
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05/05/2012
Giorno per giorno - 05 Maggio 2012
Carissimi,
“In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò” (Gv 14, 12-14). L’ha detto Lui. Con accenti diversi, con qualche clausola aggiuntiva e in differenti contesti, la frase è riportata in tutti i Vangeli e, ripetutamente, nel discorso d’addio di Giovanni (cf anche Gv 15, 7. 16; 16, 23-24). Eppure non sembra essere sempre questa la nostra esperienza. Dato che succede di non essere esauditi. E questo fatto deve aver interrogato anche la comunità primitiva che può aver cercato di trovare le possibili giustificazioni: se è successo, è perché non c’era abbastanza fede, o non si è chiesto nel Suo nome, o non ci si è accordati nel domandare. O cos’altro. Può anche darsi. Però, volendo andare più in profondità, potremmo domandarci se abbiamo davvero ben chiaro cosa significhi “credere” in Gesù, e “chiedere nel Suo nome”. Per arrivare poi a sapere “che cosa” chiedere. Ci sono infatti preghiere “nel suo nome” che suonano come bestemmie. Come, per esempio, quelle preoccupate solo dei nostri interessi, della nostra prosperità, del nostro successo, e del loro consolidarsi e affermarsi vincente sugli e spesso contro gli altri. Mentre credere in Gesù, paradossalmente, va nella direzione contraria, dato che significa aderire alla sua persona e al suo progetto, che è il regno del Padre, la cui logica è l’affermazione della fraternità universale, in un atteggiamento di servizio mutuo e di dono reciproco. Compiere le opere che Gesù compie è perciò dare la vita per gli altri e l’unica cosa che si possa davvero chiedere nel suo nome è di avere il suo Spirito (cf Lc 11, 13), perché il Padre sia glorificato, e il Regno accada. Se noi crediamo davvero in Gesù, questo ci sarà concesso.
Oggi, le Comunità cristiane di questo Continente fanno memoria di Isaura Esperanza, “Chaguita”, catechista e martire in El Salvador, e di Barbara Ann Ford, religiosa statunitense, martire della solidarietà con il popolo guatemalteco.
Le poche notizie che abbiamo su Isaura Esperanza le sappiamo dal Martirologio latinoamericano. Chaguita, così la chiamavano, era catechista, faceva parte della Legione di Maria ed era membro della Commissione popolare di Villa Dolores, nella capitale salvadoregna. La sera del 5 maggio 1980, stava impastando la farina per preparare il pane, nella sua casa. All’improvviso entrarono quelli delle brigate di sicurezza, in civile, obbligando tutti a sdraiarsi per terra. Poi, furono su di lei e la crivellarono di colpi. Non contenti, quando già era morta, ne calpestarono il cadavere. E se ne andarono.
Barbara Ann Ford era una religiosa delle Suore della Carità di New York. Nata nel 1939, era giunta in Guatemala nel 1978, per lavorare con le popolazioni più povere e indifese del Paese. Negli ultimi tempi di vita, stava lavorando per impiantare a Lemoa, nel dipartimento del Quiché, un progetto di salute mentale, nel quale le vittime dei crimini di guerra, per lo più indigeni maya, potessero raccontare ciò che si erano portati dentro fino ad allora: le drammatiche esperienze vissute nei 36 anni di sanguinosa repressione, che aveva causato trasferimenti forzati in massa, sequestri, torture e il massacro di oltre 200.000 persone. Hermana Barbara aveva anche collaborato con Mons. Gerardi, assassinato il 26 aprile 1998, nella stesura del Rapporto sulle violazioni dei diritti umani in Guatemala, che provava la responsabilità diretta dell’esercito per oltre il 90% degli omicidi compiuti in quegli anni. Il 5 maggio 2001, la religiosa si era recata nella Capitale per acquistare uno scaldabagno per la missione di Lemoa, quando fu avvicinata da sconosciuti che le spararono a bruciapelo e si impadronirono dell’auto, su cui viaggiava, abbandonandola, per altro a pochi metri di distanza dal luogo del delitto e fuggendo poi a piedi. In un primo momento la polizia tentò inutilmente di depistare le indagini, attribuendo il delitto a un fallito tentativo di furto.
I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.13, 44-52; Salmo 98; Vangelo di Giovanni, cap.14, 7-14.
La preghiera del Sabato è in comunione con le comunità ebraiche della diaspora e di Eretz Israel.
Seguire il cammino di Gesù, vivere il suo Spirito, compiere le sue opere ha sempre a che vedere con il porre i poveri, la loro liberazione, l’affermazione dei loro diritti, il riscatto dalla loro condizione, la difesa della loro vita, al centro e come criterio decisivo delle nostre scelte. Perché in essi c’è implicato Dio. Come ebbe ad affermare mons. Romero, alla vigilia della sua morte: “Nulla vi è di più importante, per la Chiesa, della vita umana, della persona umana; soprattutto, della persona dei poveri e degli oppressi, che - oltre ad essere uomini - sono anche divini. Dato che Gesù ha detto che ogni cosa che viene fatta loro, egli la riceve come fatta a sé” (Omelia della 4ª Domenica di Quaresima, 16 Marzo 1980). Bisognerebbe ricordarsene sempre. Le comunità dell’America latina, nei decenni trascorsi, hanno saputo far propria questa lezione e ne sono riprova le innumerevoli vicende di quanti hanno saputo spendersi con generosità non comune, il più delle volte nel nascondimento e nell’anonimato, al servizio del regno, fino all’estremo sacrificio. Di cui anche le memorie di oggi sono un esempio. Sulla spiritualità che le ha animate, vi proponiamo, nel congedarci, un brano tratto dal libro del teologo Gustavo Gutiérrez, “Teologia della liberazione” (Queriniana). Che è, per oggi, il nostro
PENSIERO DEL GIORNO
Una spiritualità della liberazione sarà imperniata sulla conversione al prossimo, all’uomo oppresso, alla classe sociale sfruttata, alla razza disprezzata, al paese dominato. La nostra conversione al Signore passa attraverso questo movimento. La conversione evangelica è, infatti, la pietra di paragone di ogni spiritualità. Conversione significa una radicale trasformazione di noi stessi, pensare, sentire e vivere come Cristo presente nell’uomo spogliato e alienato. Convertirsi è impegnarsi nel processo di liberazione dei poveri e degli sfruttati, in modo lucido, realistico e concreto. Non solo con generosità, ma anche con analisi della situazione e con strategia di azione. Convertirsi è sapere ed esperimentare che, contrariamente alle leggi della fisica, si sta in piedi, secondo l’evangelo, solo quando il nostro baricentro cade fuori di noi. La conversione è un processo permanente nel quale, molte volte, i vicoli ciechi cui giungiamo ci costringono a rifare il cammino di prima e a intraprenderne uno nuovo. Da questa nostra disponibilità a rifarlo, dalla nostra infanzia spirituale, dipende la fecondità della nostra conversione. Ogni conversione implica una rottura; volerla operare senza urti significa ingannarsi e ingannare gli altri: “Colui che ama il padre e la madre più di me non è degno di me”. Ma non si tratta di un atteggiamento intimista e contemplativo; il nostro processo di conversione è condizionato dall’ambeinte socio-economico, politico, culturale, umano, in cui si svolge. Senza un cambiamento di queste strutture non si dà un’autentica conversione. Si tratta di una rottura con le nostre categorie mentali, con il modo di relazionarci con gli altri, col nostro modo di identificarci col Signore, col nostro ambiente culturale, con la nostra classe sociale, cioè con tutto quanto ostacola una solidarietà reale e profonda con quelli che soffrono, in primo luogo, una situazione di miseria e di ingiustizia. Solo così, e non con speciosi atteggiamenti puramente interiori e spirituali, nascerà l’ “uomo nuovo” sulle rovine dell’ “uomo vecchio”. (Gustavo Gutiérrez, Teologia della liberazione).
Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.
23:19 Scritto da: fraternidade | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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