26/01/2012

Giorno per giorno - 26 Gennaio 2012

Carissimi,

“Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa!” (Lc 10, 3-5). E noi non si avrebbe voglia davvero di aggiungere altro, perché qui c’è tutto ciò che dovrebbe caratterizzarci come cristiani: la nonviolenza, la povertà, la sollecitudine, il dono della pace. Che è come dire il regno. Che poi la chiesa, ogni chiesa, ogni comunità, sia davvero così, sacramento cioè  del Regno,  è un altro discorso. Eppure, se Gesù ha fatto un discorso del genere, una ragione ci dovrà ben essere. Perché carrozze, cavalli, muli e asini c’erano anche  a quel tempo. Ed essi, certo,  rappresentavano un mezzo valido per diffondere più rapidamente la buona notizia. E invece Lui, eternamente a piedi. L’unica volta che se l’è permesso, un somarello, gli deve essere parso di andare in sedia gestatoria (quella che dava le vertigini anche a papa Giovanni), ma è stato un’unica volta, per entrare in città e compiere così una profezia. Che il profeta poteva anche risparmiarsela. A noi, piace sempre ricordare quanto scriveva don Milani - che era, evidentemente, un provocatore nato - nel suo “Esperienze Pastorali”: “Si risponde che un motore permette di arrivare prima e in più posti ergo con un motore si fa più bene. Questa è un’eresia. Nessuno può dare più di quello che ha. Se è un imbecille il motore farà arrivare prima e in più posti un imbecille e se ha poca Grazia il motore moltiplicherà il prete con poca Grazia. Se invece è un santo prete non avrà la superbia di credere che la propria moltiplicazione possa giovare al Regno di Dio. Cercherà dunque piuttosto di demoltiplicarsi. E se, oltre che un santo prete, è anche un prete proteso verso i più lontani, cioè verso i poveri e specialmente verso quei poveri che alzano il pugno contro di lui e contro i potenti in un unico gesto di odio, allora il motore gli brucerà sotto il sedere. Vorrà non averne bisogno. Considererà massimo bene il possedere, invece del moltiplicatore meccanico, quella cattedra ineccepibile che è la povertà. Unica cattedra da cui si potrebbe ancora dire al mondo sociale e politico qualche parola nostra in cui nessuno ci abbia preceduto né ci potrebbe precedere”.  Questo, naturalmente, vale assai più da noi, dove la maggior parte della gente va ancora in ciabatte infradito, chi se lo può permettere, in bicicletta, qualcuno in moto, e i più esibizionisti, parcheggiano davanti a casa un ferrovecchio che non può partire. Ma, mutatis mutandis, tutti potremmo trovare le possibili applicazioni di questa parola a noi come individui, ciascuno secono il suo stato,  e come istituzioni.     

 

Il giorno dopo la festa della Conversione di san Paolo, la Chiesa fa memoria di due suoi grandi amici e collaboratori: Timoteo e Tito, apostoli. Noi ricordiamo anche José Gabriel de Rosario Brochero, sacerdote e profeta tra i contadini dell’Argentina. I calendari monastici ricordano la figura di tre grandi riformatori del monachesimo occidentale: Roberto di Molesmes (1028-1111), Alberico (? - 1109) e Stefano Harding (1059-1134), fondatori dei Cistercensi.

 

26 TITO e TIMOTEO.JPGTimoteo, figlio di padre pagano e di madre ebrea, di nome Eunice (se dobbiamo prestar credito alle informazioni biografiche delle Lettere Pastorali), era nativo di Listra. Paolo lo prese come aiutante nel corso del suo secondo viaggio missionario e, da allora, egli rimase quasi sempre con lui, salvo quando Paolo lo inviò in missione nelle comunità che aveva fondato e che attraversavano momenti di difficoltà o di contrasto. Secondo la tradizione, divenne guida della comunità di Efeso, dove rimase fino alla fine dei suoi giorni.  Tito non è menzionato negli Atti degli Apostoli, ma vi fa cenno, in alcune delle sue lettere, lo stesso Paolo. Originario di Antiochia, Paolo lo inviò in missione, con successo,  alla comunità di Corinto, dove era sconosciuto. Più tardi fu messo alla guida della comunità di Creta, dove sarebbe rimasto fino alla morte. Per quel che riguarda le Lettere a Timoteo e a Tito, la maggior parte degli studiosi ritiene non si possano attribuire direttamente all’autoria dell’Apostolo.     

 

26 CURA BROCHERO bis.jpgJosé Gabriel de Rosario Brochero  nacque il 16 (o il 17) marzo 1840, quarto dei dieci figli di Ignacio Brochero e di Petrona Dávila, una povera coppia di contadini di Santa Rosa de Rio Primero, nella provincia argentina di Cordoba. Entrato in seminario nel 1856, fu ordinato sacerdote nel 1856. Durante il colera che colpì Cordoba nel 1867, si distinse per la sua infaticabile dedizione nell’opera di soccorso a malati e moribondi. Il 24 dicembre 1869 fu nominato curato della parrocchia di San Alberto, nella regione oggi conosciuta come Valle de Traslasierra, e fu ad abitare a Villa del Tránsito. In quell’inospitale regione, in mezzo a una popolazione condannata da secoli alla miseria, cominciò a seminare la semente del Vangelo che germina nella promozione integrale dei suoi parrocchiani. Con allegria e ottimismo, confidando nel Signore, e parlando il linguaggio del cuore, risvegliò in essi la solidarietà fino a trasformarli in una gigantesca famiglia. Arrivarono così a costruire tre scuole, un mulino per la produzione di farina, 66 strade che collegano i diversi municipi, una grande strada di 200 chilometri, numerose chiese e cinque cappelle. Aprirono una rete di canali di irrigazione, tracciarono sentieri che portano alle alte vette, costruirono dighe. Ma, prima di fare tutto questo, edificarono un’enorme casa per esercizi spirituali, capace di ospitare fino 900 persone per volta. I suoi campesinos calati dentro gli esercizi ignaziani: un’apparente pazzia! Lui, il Cura Brochero, fedele alla lezione evangelica, continuò, in assoluta povertà, per quarantacinque anni, a visitare a dorso di mula  i suoi parrocchiani dispersi su un territorio di 144 mila chilometri quadrati. Poi si ammalò di lebbra, e divenne cieco. Un giorno disse: Ora ho le valige pronte, posso partire. E morì, il 26 gennaio 1914,  a Villa del Tránsito, circondato dai poveri, suoi amici. Centovent’anni prima delle chiese del Continente, aveva scoperto da solo l’opzione dei poveri. Soleva dire: “Dio è come i pidoccchi; sta sulla testa di tutti, ma soprattutto dei poveri”. Morì il 26 Gennaio 1914 a Villa del Tránsito (oggi Villa Cura Brochero). Quando hanno riesumato il suo corpo vecchio e malato, l’hanno trovato intatto. Il che non vuole dire niente, solo uno scherzo di Dio. 

 

26 FONDATORI DI CITEAUX.jpgL’abbazia di Cluny,  nata all’inizio del sec.X dall’esigenza di ripristinare l’osservanza dell’austera Regola benedettina, in meno di due secoli,  si era venuta trasformando in un vero e proprio potentato feudale, un centro finanziario come pochi, i cui monaci, sfruttando il lavoro servile,  disponevano di ogni tipo di comfort e, sempre più coinvolti nei loro negozi mondani, oltre che nel fomentare crociate, vivevano dimentichi  della loro chiamata a testimoniare la radicalità evangelica. Nel 1075 Roberto, Alberico e altri monaci, che dipendevano da Cluny,  si ritirarono a Molesmes, nella diocesi di Langres, fondando una nuova comunità. Presto però il denaro e le donazioni che cominciarono ad affluire anche lì riproposero gli antichi guasti: dissolutezza e indisciplina. Dopo molti tentativi di porvi rimedio, uno, dopo l’altro, Roberto, Alberico e Stefano (che era giunto nella comunità dall’Inghilterra solo nel 1085), preferirono andarsene piuttosto che essere complici della situazione. Più tardi i monaci, ravvedutisi, richiamarono i tre e il monastero tornò ad essere ciò che doveva. Tuttavia, il bisogno di vivere più poveramente e austeramente la vocazione monastica,  portò i nostri, nel 1098, a ritirarsi, con altri ventuno monaci, a Citeaux, per fondarvi un nuovo ordine. Nascevano così i Cistercensi.  A Roberto, che ne fu il primo abate, il papa Urbano II impose presto di tornare a Molesmes, dove la situazione si era nel frattempo mostrata ingovernabile. Gli succedette Alberico, eletto unanimemente dai suoi compagni. Il lavoro durissimo dei primi tempi (i monaci dovettero disboscare buona parte della foresta, per disporre di terra da coltivare) e le  persecuzioni scatenate dai monasteri lassisti non riuscirono a scalfire l’entusiasmo della nuova famiglia monastica. I tre morirono santamente come erano vissuti: Alberico il 26 gennaio 1109, Roberto  il 29 aprile 1111 e Stefano il 28 marzo 1134.

 

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono propri della memoria di Timoteo e Tito e sono tratti da:

Lettera a Tito, cap.1, 1-5; Salmo 96; Vangelo di Luca, cap. 10, 1-9.

 

La preghiera del giovedì è in comunione con le religioni tradizionali indigene.

 

Nella prefazione al suo libro “Pensieri nella solitudine Thomas Merton, che della famiglia cistercense di stretta osservanza è uno dei nomi più noti, scriveva: “Va benissimo che si insista sul fatto che l’uomo è un ‘animale sociale’ — ciò è abbastanza ovvio. Ma non vi è nessuna giustificazione per farne un semplice ingranaggio di una macchina totalitaria — sia pur religiosa. In realtà la società dipende, nel suo esistere, dalla inviolabile solitudine personale dei suoi membri. La società, per meritare questo nome, non deve essere costituita di numeri o di unità meccaniche, ma di persone. Essere una persona implica responsabilità e libertà, e l’una e l’altra presuppongono una certa solitudine interiore, un senso di integrità personale, un senso della propria realtà e della capacità individuale di darsi alla società — o di rifiutare un tale dono”. Come dire, un po’ “monaci”, siamo chiamati ad esserlo tutti. Di quello stesso libro, congedandoci, vi proponiamo un brano, anzi una preghiera, come nostro  

 

PENSIERO DEL GIORNO

Mio Signore, io non ho altra speranza se non nella tua Croce. Tu, con la tua umiltà, le tue sofferenze e la tua morte mi hai liberato da ogni vana speranza. Hai ucciso in Te la vanità della vita presente, e, risorgendo da morte, mi hai dato tutto ciò che è eterno. Perché dovrei desiderare di essere ricco, quando Tu sei stato povero? Perché dovrei desiderare di essere famoso e potente agli occhi degli uomini, quando i figli di coloro che hanno esaltato i falsi profeti e lapidati i giusti, Ti hanno rigettato e inchiodato alla Croce? Perché dovrei carezzare in cuor mio una speranza che mi divora la speranza di una felicità perfetta in questa vita — quando tale speranza, condannata a esser delusa, non è altro che disperazione? La mia speranza sta in ciò che gli occhi non hanno mai visto. Dunque, non lasciarmi credere in ricompense visibili. La mia speranza sta in ciò che il cuore umano non sa percepire: non lasciarmi credere ai sentimenti del mio cuore. La mia speranza sta in ciò che la mano dell’uomo non ha mai toccato: non lasciarmi credere a quanto posso afferrare tra le dita. La morte allenterà la loro stretta e la mia vana speranza si dileguerà. Fa’ che tutta la mia fiducia stia nella tua misericordia, non in me stesso. Fa’ che la mia speranza sia riposta nel tuo amore, non nella salute, o nella forza, o nell’abilità, o nelle risorse umane. Se credo in Te, tutto il resto diventerà per me forza, salute, sostegno. Ogni cosa mi porterà verso il cielo. Ma se non mi fido di Te, tutto sarà la mia rovina. (Thomas Merton, Pensieri nella solitudine).

 

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

25/01/2012

Giorno per giorno - 25 Gennaio 2012

Carissimi,

“Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato” (Mc 16, 15-16). Che sia o no di Marco, questo finale del suo Vangelo, poco importa. Questa è comunque la missione della chiesa: proclamare la buona notizia dell’amore del Padre ad ogni creatura. Chi crede a questo e in questa fede si immerge (è il significato del battesimo), trasformando così la sua vita, è già salvo, vive, cioè, fin d’ora, in Dio. Chi la rifiuta, o la recita soltanto verbalmente, o ha fatto del battesimo solo un rito esteriore, senza alcuna conseguenza pratica per la sua maniera di essere e di agire, è già perduto. Perché chi si rifiuta all’amore, si consegna inevitabilmente al disamore, nella forma dell’odio o dell’indifferenza, dove è solo tristezza. E, alla fine, o da subito, disperazione. Che è, appunto, ciò che è detto condanna. E non c’è bisogno di immaginare alcun inferno aggiuntivo, perché l’inferno è già questo. Che ci si crea addosso e si riversa sugli altri. Il Vangelo aggiunge poi che quanti credono nel nome di Gesù (la salvezza di Dio data in dono a tutti, a costo della vita), allontaneranno dal convivio umano ogni spirito di divisione, di violenza, di odio, di oppressione, sapranno aprirsi a sempre nuove forme di comunicazione, non temeranno le trame di chi vuole loro male, affronteranno con serenità i veleni della calunnia, e soprattutto si prenderanno a cuore i malati, e guariranno ogni genere di malattie. Chi fa questo, e solo chi fa questo, è chiesa di Gesù. E se ancora non lo si fa, o non lo si fa bene, è il caso di convertirci. Di cambiare. Di cominciare a farlo.

 

25 La conversione di San Paolo.jpgOggi è la Festa della Conversione di Paolo Apostolo. Una conversione che cambiò la storia della Chiesa. E a cui la Chiesa, ogni Chiesa, è continuamente rinviata. Non è un caso che questa festa chiuda, nell’emisfero Nord, l’Ottavario di preghiere per l’Unità dei cristiani, una maniera per affermare che solo a partire da una resa incondizionata a Gesù Cristo e da una radicale conversione al suo Vangelo è possibile ritrovare il cammino dell’unità. 

 

Il calendario ci porta anche la memoria di Enrico Suso, mistico domenicano, e dei Martiri Ebrei di Rufach, in Alsazia.

 

25 Heinrich Suso.jpgNato a Costanza il 21 marzo del 1293 (?), Enrico Suso entrò nell’Ordine dei Predicatori ed ebbe, a soli 18 anni, la visione della Sapienza eterna,  di cui da allora divenne fervente apostolo, iniziando una vita di preghiera, ascesi e unione con Dio. Discepolo del santo maestro Eckhart, dovette come questi discolparsi delle accuse di eresia nel processo intentato dai vertici dell’Ordine, ad Anversa nel 1327. Nel 1330, lasciato l’isolamento, cominciò a mettere per iscritto la sua dottrina e le sue esperienze spirituali. Fu in Svizzera, in Renania e in Alsazia. Suso è  considerato il più amabile dei mistici. Affermava che il più alto grado della vita spirituale consiste nell’unione con Dio in visione, amore e gaudio inesprimibile, e riassumeva in questi termini il cammino che conduce a Dio: deporre la forma creata, conformarsi a Cristo, trasformarsi in Dio. Scrisse il “Libriccino della verità”, il “Libriccino della Sapienza eterna”, l’ “Horologium sapientae”, il “Libro delle lettere” con 11 epistole e altre opere ascetiche e religiose. Morì il 25 gennaio 1366.

 

25 Massacro di Rufach.jpgNella prima metà del secolo XIV, numerose comunità di ebrei furono sterminate in Franconia e in Alsazia. Noi le ricordiamo tutte in questa data, in cui avvenne uno dei massacri più efferati, ad opera dei famigerati Armleder, bande di bravacci, così chiamati perché al posto delle normali armature, indossavano pezzi di cuoio. Il 25 gennaio 1338, armati di seghe, di pale e di mazze, al seguito del loro emblema e di una croce, condussero l’intera popolazione fuori della città e la trucidarono in un prato che ancora oggi è chiamato Judenmatt, “prato degli ebrei”. Quarant’anni prima, il 13 gennaio 1298, la popolazione ebraica di Rufach aveva già conosciuto un eccidio di eguali proporzioni. Il 29 dicembre 1348, gli ebrei di Colmar, altra località della regione, vennero arsi vivi; il 14 febbraio 1349, sarebbe toccato alla comunità di Strasburgo subire la stessa sorte, 2000 persone, uomini, donne e bambini.

 

I testi che la liturgia propone alla nostra riflessione sono propri della festa della Conversione di san Paolo e sono tratti da:

Atti degli Apostoli, cap. 22,3-16; Salmo 117; Vangelo di Marco, cap. 16,15-18.

 

La preghiera del mercoledì è in comunione con quanti ricercano l’Assoluto della loro vita nella testimonianza  per la pace, la fraternità e la giustizia.

 

Noi ci congediamo qui, lasciandovi al brano di un sermone di Enrico Suso, che ha come titolo “Lectulus noster floridus”. Dice di com’è Dio con noi. Ma, anche, del suo segreto desiderio di vedere noi con gli altri. Ed è, per oggi, il nostro    

 

PENSIERO DEL GIORNO

Vedete, Dio è una fonte così inesauribile di sconfinata misericordia e di naturale bontà, che nessuna madre fedele porgerebbe così volentieri la mano al suo unico figlio, che ha portato accanto al suo cuore, se lo vedesse in un grande incendio, come Dio fa con un uomo peccatore, e pure se costui, ammesso che fosse possibile, avesse sopra di sé solo i peccati di tutti gli uomini e li commettesse mille volte al giorno. Ah, amabile Dio, perché sei così amabile verso molti cuori, perché molte anime hanno grande desiderio di te, perché molti spiriti si rallegrano di te? È ciò unicamente per la loro vita innocente? No, in verità! È perché pensano che chiunque essi siano, per quanto peccatori, per quanto difettosi, per quanto indegni di te, tu, dolce Cuore, tu, Signore liberale, ti offri a essi tanto spontaneamente! Signore, ciò che ti rende così grande nei cuori è che non hai bisogno di nessun bene umano. Per te rilasciare mille marchi è come rilasciare un quattrino, e perdonare mille peccati è come perdonarne uno. Signore, è questa una dignità al di sopra di ogni dignità: Signore, tali uomini non possono mai pensare pienamente a te senza che il loro cuore non si disciolga per la tua lode. Perché, secondo la Scrittura, ciò è molto più glorioso per te che se non fossero caduti in alcun peccato e vivessero in tiepidezza oppure non avessero per te un così grande amore; perché secondo l’insegnamento di san Bernardo, tu non consideri ciò che un uomo è stato, tu guardi solo a ciò che vuole essere nel desiderio del suo cuore. E perciò chi vuole contestare che tu perdoni i peccati, fossero pure così frequenti come batter d’occhi, ti priva di un grande onore. Il peccato ti ha portato dal cielo sulla terra. Felice colpa, come dice san Gregorio, che ci apportò un così diletto, tenero Redentore, che vuole così amorosamente riceverci a tutte le ore! E chi riesce a valutare che cos’è Dio, come dice Davide, non può per nulla diffidare di lui. (Enrico Suso, Sermoni, Lectulus noster floridus).

 

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

24/01/2012

Giorno per giorno - 24 Gennaio 2012

Carissimi,

“Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, Gesù disse: Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” (Mc 3, 34-35). Ed ecco sistemati, con due versetti di Vangelo, i difensori ad oltranza delle radici, delle troppo facili rivendicazioni di identità. L’appartenenza alla famiglia di Gesù non ha niente a che vedere con l’anagrafe, neppure parrocchiale. Né con gli annuari monastici. Che comprovano date di battesimo o di professione religiosa. Del resto, ciò che Gesù aveva detto per i suoi correligionari: “Dio può far sorgere dei figli di Abramo anche da queste pietre” (Mt 3,9), vale, a maggior ragione, per i suoi seguaci. I vincoli che ci fanno membri della sua famiglia non derivano dal sangue, né  dall’appartenenza ad una razza, a un popolo, e, meno ancora, dal riconoscersi in una cultura, o professare una religione o un’ideologia che si pretendano cristiane - per carità, tutte cose, anche se non sempre, né necessariamente, buone. E neppure dalla partecipazione alle pratiche di culto, se restano solo tali. Ricordate? “Ma come, Signore, ascoltavamo sempre la tua Parola, mangiavamo con te, anzi di te! e Lui, inesorabile: Non vi conosco! Lontani da me, operatori di iniquità” (cf Lc 13, 26-27). È compiere la volontà di Dio che ci rende fratelli, sorelle e madri di Gesù. Suoi intimi, suoi famigliari. Diversamente, possiamo anche illuderci di “stare dentro” la sua casa, la chiesa, attorno a Gesù, ma siamo invece irrimediabilmente fuori. E la volontà del Padre è l’agire di Gesù. Vivere nella forma del servizio, dell’abnegazione e del dono. In questo caso, fossimo anche pagani, o agnostici, o atei, Egli ci riconoscerebbe come suoi.

 

Oggi facciamo memoria di Erich Sack, pastore luterano, oppositore del nazismo, martire a Dachau; e di Mons. Samuel Ruiz Garcia, vescovo-profeta nel Chiapas.

 

24 Erich_Sack.gifErich Sack nacque, il 1° Aprile 1887,  a Goldap, nella Prussia Orientale (oggi, in Polonia). Ordinato Pastore luterano dopo gli studi in teologia all’Università di Königsberg , aveva cominciato a svolgere il  suo ministero nella Parrocchia di S. Anschar e all’ospedale “Bethlehem” a Eppendorf, nei dintorni di Amburgo. Nel  1914 ritornò nella Prussia Orientale e divenne Pastore a Lyck (Ełk). Nel 1924 si trasferì a Pillkallen (Dobrovolsk) e, nel 1927, a Lasdehnen (Krasnoznamensk). Dopo la prese del potere da parte dei nazisti, si oppose strenuamente all’organizzazione dei “Cristiani tedeschi” di ispirazione nazista, e si unì alla Chiesa Confessante. Nel 1942 fu arrestato dalla Gestapo, sotto l’accusa di “minare la resistenza del popolo tedesco” per aver espresso pubblicamente le sue preoccupazioni circa una vittoria tedesca. Erich Sack morì nel campo di concentramento di Dachau il 24 Gennaio 1943.

 

24 SAMUEL RUIZ.JPGNato il 3 Novembre 1924, a Irapuato, nello stato di Guanajuato (Messico), Samuel Ruiz Garcia era stato ordinato sacerdote il 2 aprile 1949. Alla fine del 1959, quando aveva solo trentacinque anni, Giovanni XXIII lo nominò vescovo del Chiapas, una diocesi vastissima, caratterizzata per la sua estrema povertà e per il fatto di avere una popolazione a maggioranza indigena. Dai poveri della sua diocesi, tatic Samuel, anche sull’onda dello spirito più vero del Concilio Vaticano II, si lasciò convertire e al loro servizio ininterrottamente si pose sino al compimento dei settantacinque anni di età, alla fine del 1999, quando, presentate le canoniche dimissioni (ansiosamente attese da alcune alte gerarchie),  si ritirò a Queretaro, dove visse gli ultimi anni della sua vita. Si è spento il 24 gennaio 2011, alla vigilia del cinquantunesimo anniversario della sua consacrazione episcopale. In tempo per celebrarla ai piani superiori.

 

Bene, i testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:

2° Libro di Samuele, cap.6,12b-15.17-19; Salmo 24; Vangelo di Marco, cap.3, 31-35.

 

La preghiera del martedì è in comunione con le religioni tradizionali africane.

 

Non avendo al momento sotto mano nessuno scritto di Erich Sack, o di Mons. Samuel Ruiz Garcia, le nostre memorie di oggi, non sapevamo bene come chiudere questa lettera. Poi ci è venuto in mente che, forse, avremmo potuto richiamare alla memoria la drammatica esperienza di chi ha vissuto la vita dei campi di concentramento. Così abbiamo scelto di proporvi un brano tratto dal libro  L’ordine del terrore” (Laterza) dello studioso tedesco Wolfgang Sofsky, che documenta gli orrori dei Lager, da un punto di vista sociologico. Ed è, per oggi, il nostro

 

PENSIERO DEL GIORNO

Diversamente dagli altri appelli, quello serale non aveva un limite di durata, e ogni suo minuto in più significava per i prigionieri meno tempo a disposizione per la cena, il riposo e il sonno. Il prolungamento dell’appello diventava quindi una sanzione temporale, una forma di punizione che usava come mezzo il tempo. Quando il conteggio rivelava l’assenza di un prigioniero, aveva inizio una procedura interminabile: ogni numero veniva chiamato ad alta voce, con gli interpreti che leggevano i nomi stranieri in tutte le lingue parlate nel campo di concentramento. Se si sospettava una fuga, venivano composte subito delle squadre di ricerca, che ispezionavano prima di tutto l’area compresa nella “linea maggiore di sentinella”. Il più delle volte, tuttavia, non si trattava di tentativi di fuga, ma di persone crollate in qualche angolo per la stanchezza e sprofondate nel sonno in una condotta, nel porcile o sotto il pavimento di una baracca. Se scoperti, i colpevoli venivano picchiati a sangue dalle SS o dai Kapò, e quindi trascinati nella piazza dell’appello e sottoposti a nuove percosse o impiccati come “evasi”. Durante la ricerca tutti gli altri dovevano restare fermi, con la speranza che le SS trovassero l’assente il più presto possibile, per non dover attendere troppo a lungo. L’'uso punitivo del tempo metteva la comunità dei prigionieri contro il singolo che rischiava di provocare una sanzione collettiva, e così tutti avevano interesse a che nessuno fuggisse o mancasse. Nei campi-madre più grandi un normale appello serale durava in media un’ora e tre quarti, due ore, ma anche di più quando si eseguivano punizioni pubbliche o impiccagioni. A volte, poi, l’appello veniva prolungato fino a notte tarda e trasformato in una vera e propria pratica di annientamento: nelle fredde notti invernali le SS facevano stare in piedi sulla piazza i prigionieri, finché molti non restavano assiderati o crollavano a terra esausti. Così, non solo i nuovi arrivi alla porta, ma tutta la comunità dei detenuti era sottoposta alla tortura dello “stare in piedi”, attraverso la quale la morte non arrivava a colpi di manganello o di fucile, ma con il lento incedere del tempo. Le SS usavano questo sistema di pratica quotidiana di sterminio: il potere assoluto ha sempre tempo e sempre se ne può concedere, sicché, mentre i prigionieri se ne stavano lì fermi, gli aguzzini potevano darsi il cambio e fare un salto allo spaccio. Per le vittime, invece, ogni minuto dell’appello voleva dire fame, sfinimento, malattia e morte. (Wolfgang Sofsky, L’ordine del terrore).

 

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

23/01/2012

Giorno per giorno - 23 Gennaio 2012

Carissimi,

“In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna” (Mc 3, 28-29). Gesù lo sta dicendo a un gruppo di scribi, che erano i rigorosi custodi della retta dottrina della fede e della tradizione religiosa. Luca si limita a dire che “chiunque avrà parlato contro il Figlio dell’uomo sarà perdonato” (Lc 12, 10), mentre Marco, nel brano che leggiamo oggi, e Matteo, nel passo parallelo (Mt 12, 31-32), sono più categorici ed estendono l’affermazione a tutti i peccati e tutte le bestemmie. Tutti, meno la bestemmia contro lo Spirito Santo. Gesù non pare particolarmente interessato a fare opera di autopromozione. Gli preme invece, massimamente, il significato che attribuiamo a Dio. Stasera ci dicevamo che forse intendeva qualcosa di simile, anche quando, nel Vangelo di Giovanni, affermava: Se non volete credere a me, tutto bene, credete però alle opere che compio e riconoscete in esse l’agire del Padre. Detto altrimenti, il “dito di Dio” (Lc 11, 20), che è, poi, il suo Spirito. Bestemmia contro lo Spirito è, allora, sostenere che il principio di cura, il gesto di misericordia, la prassi di liberazione, la lotta per la giustizia, là dove, comunque, e per iniziativa di chiunque, credenti o miscredenti, accadano, siano opera del diavolo, invece che di Dio. Per chi si schiera contro, finché si schiera contro l’azione di Dio nella storia - che non è un’attività in primo luogo religiosa e, comunque, lo è solo nella misura in cui essa propizia la vita in dignità e pienezza di ogni essere umano - non c’è possibiltà di perdono. C’è però, sempre, possibilità di conversione.

 

Il calendario ci porta la memoria di Nikolaus Gross, martire sotto il totalitarismo nazista,  e quelle di Benedetta Bianchi Porro e di Pierre Lyonnet, gesuita, entrambi testimoni seri e gioiosi sull’altare della sofferenza. 

 

23 Nikolaus Gross.jpgNikolaus Gross era nato il 30 settembre 1898 a Niederweningern, nei pressi della città di Essen, in Germania, nella famiglia di un minatore. Costretto ad abbandonare gli studi, cominciò a lavorare giovanissimo in un laminatoio, poi come manovale e successivamente come minatore in una miniera di carbone, dove per cinque anni svolse il suo lavoro in galleria. Nel 1917 entrò a far parte del Gewerkverein christlicher Bergarbeiter, l’associazione sindacale dei minatori cristiani. Da allora, oltre che al lavoro e agli studi che aveva ripreso, gran parte del suo impegno fu profuso nell’attività sindacale e nella militanza politica, in tempi che si profilavano tempestosi. Sposatosi con Elisabeth Koch, ebbe da lei sette figli. All'inizio del 1927 divenne aiuto redattore, e poi capo-redattore del Westdeutsche Arbeiterzeitung, l'organo del Katholische Arbeitnehmer Bewegung, l’Associazione dei minatori cattolici, a cui Gross aveva aderito nel 1919. Nel 1929, all’affacciarsi del nazismo sulla scena politica, prese subito coscienza del pericolo che esso rappresentava e scrisse che “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini e la disobbedienza diventa un dovere quando ci si domanda qualcosa contro Dio o contro la fede”. Nel 1930, scriverà: “come lavoratori cristiani, rigettiamo il nazismo definitivamente, risolutamente e chiaramente”. Inevitabile che il suo giornale, alla presa del potere da parte di Hitler, fosse dichiarato nemico dello stato e, in seguito soppresso. Gross continuò tuttavia le sue attività come membro di una rete di resistenza, facendo opera di diffusione tra gli operai di pubblicazioni che richiamavano i valori del Vangelo e la responsabilità che deriva dalla fede.  Accusato di coinvolgimento nell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944, all’organizzazione ed esecuzione del quale non aveva per altro, partecipato direttamente, fu arrestato tre settimane più tardi, rinchiuso a Ravensbrück, e poi nel carcere di Tegel, a Berlino. Condannato a morte il 15 gennaio 1945, per tradimento, fu impiccato nella prigione di Plötzensee, il 23 gennaio. Il suo corpo fu bruciato e le sue ceneri disperse. Nel 1943 aveva scritto: “La maggior parte delle grandi prestazioni nasce dall'adempimento giornaliero del dovere nelle piccole cose quotidiane. E nel far questo il nostro amore va sempre ai poveri e agli ammalati in modo speciale”.

 

23 BENEDETTA BIANCHI PORRO.jpgBenedetta Bianchi Porro era nata l’ 8 agosto 1936, a Dovadola, in provincia di Forlì, secondogenita della famiglia di Guido Bianchi Porro e di Elsa Giammarchi. Colpita a pochi mesi da poliomielite, che le lascerà una gamba un po’ più corta dell’altra, Benedetta visse la sua infanzia, allegramente e senza complessi, “bambina sensibile e delicata, intelligente e volitiva”, studiando prima a Forlì e, successivamente a Desenzano, quando la famiglia, nel 1951 si trasferì a Sirmione. Nel frattempo si erano però manifestati i primi sintomi di una sordità progressiva, che non gli impedirono tuttavia di dedicarsi brillantemente agli studi, ma anche agli interessi e svaghi della sua età: il pianoforte, le nuotate nel lago, le gite in barca, i giochi e gli scherzi. Nel 1953, terminata il secondo liceo, sostenne e superò gli esami di maturità, iscrivendosi così, a soli diciassette anni, alla facoltà di medicina dell’Università di Milano.  Già l’anno successivo, tuttavia,  cominciarono a manifestarsi i sintomi della malattia che, diagnosticata nel 1957 come neurofibromatosi diffusa, l’avrebbe portata alla morte, lungo “un calvario indicibile, in cui [...] si alternarono momenti di sconforto e straordinari slanci di entusiasmo di fronte ai doni dell'amicizia, alle bellezze del creato, alla percezione sempre più intensa della vicinanza di Dio”. A partire dal 1963, sorda, paralizzata e cieca, Benedetta potè comunicare con gli altri solo attraverso un filo di voce e le dita della mano destra, che gli venivano premute sul corpo e sul volto secondo un alfabeto muto convenzionale. E le sue comunicazioni erano spesso messaggi di conforto e di speranza dirette a coloro di cui veniva a conoscere dolore, sofferenza, disperazione. La mattina del 23 gennaio 1964, Benedetta chiese alla madre che le leggesse l’ultima pagina della Storia di un’Anima di Teresa di Lisieux. E  lei gliela lesse “attraverso le dita”.  Più tardi, stringendo la mano alla madre e all’infermiera, disse: “Grazie”.  E si spense.

 

23 Lyon. Fourvière.jpgDel gesuita Pierre Lyonnet, nato in Francia nel 1906, sappiamo davvero poche cose. Ma ci bastano.  Gravemente malato fin dagli anni del suo noviziato, fu ordinato prete nel 1937. Alternò a lunghi soggiorni in clinica il suo servizio presso lo studentato di Fourvière e nel 1939 presso il collegio di Saint Etienne, a Lione, dove morì il 23 gennaio 1949. Conserviamo di lui testi di intensa spiritualità. Come questo, davanti al Crocifisso: “Ora, Signore, non prego più: ti invito ad ammirarmi. No, mio Dio, non vi sono ricchezze in me che tu non ve le abbia poste, nessuna virtù che non sia dalla tua grazia. Custodiscimi umile e forse allora saprò pregare anche nel momento della grande tentazione che è la sofferenza”.

 

I testi che la liturgia propone oggi alla nostra riflessione sono tratti da:

2° Libro di Samuele, cap. 5,1-7.10; Salmo 89; Vangelo di Marco, cap. 3,22-30.

 

La preghiera di questo lunedì è in comunione con le grandi religioni  dell’India: Vishnuismo, Shivaismo, Shaktismo.

 

È tutto. Noi ci congediamo qui, lasciandovi ad una lettera di Benedetta Bianchi Porro all’amica Maria Grazia (dal sito www.benedetta.it). Che è, per oggi, il nostro

 

PENSIERO DEL GIORNO

Cara Maria Grazia,  spero tu stia bene, di salute, ma soprattutto di spirito [...]. Dal mio letto vi seguo tutti, io così inoperosa, e vi tengo vicino al cuore, sotto le coltri, mentre voi camminate col tempo. Ma come è vero che il cielo si riflette nelle anime infantili! ... Maria Grazia, cammina: difenditi dal male, dalle debolezze; non guardiamo i buoni con le mani in tasca, non domandiamoci il perché di tante cose. Se noi leggiamo soltanto, se noi ammiriamo soltanto, se ci fermiamo, allora noi siamo solo dei curiosi e non degli assetati di Dio. Ricordi l’episodio della tempesta sul lago? Quando gli Apostoli erano impauriti dalla furia ... “e comandò ai venti e ai mari e si fece una gran pace!”? Vorrei tanto poter essere utile anche a te, mia cara Maria Grazia, ma sono povera, così poveramente inoperosa e mi accade di trovarmi a volte a terra, sulla via, sotto il peso di una croce pesante. Allora, Lo chiamo con amore, ai Suoi piedi, e Lui dolcemente mi fa posare la testa sul Suo grembo. Capisci, Maria Grazia? Conosci tu la dolcezza di questi istanti? Scrivimi, o, meglio, vieni presto. Salutami l’Angela e non dimenticate questa frase: “Prendi la tua croce e seguimi”. Non cercare di spiegare il perché. Lascia il tuo criterio, accetta il mio. (Benedetta Bianchi Porro, Lettera a Maria Grazia, 16 ottobre 1963).

 

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

22/01/2012

Giorno per giorno - 22 Gennaio 2012

Carissimi,

“Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1, 14-15).  Noi, forse, al primo arresto, e, peggio ancora, al primo morto (Giovanni, di fatto, fu eliminato poco dopo), ce ne saremmo tornati a casa, quieti e tranquilli, in attesa di tempi migliori. Lui, invece, decise che era giunto il tempo. E cominciò ad andare in giro e a dire e mostrare che il regno di Dio è vicino. Da allora non ha mai smesso. Anche se a noi, il Regno, sembra ogni volta più lontano, prede come siamo, e sempre più, dei nostri egoismi, discepoli dell’infelicità. Eppure Lui ci crede ancora che noi, venute meno le nostre resistenze, si possa alla fine cadere nel suo laccio e convertirci, cioè, cedere al fascino della buona notizia che Lui è. Cominciando a tessere - no, a tesserle è il suo Spirito, ma noi siamo parte in causa - relazioni nuove capaci di ridirLo nella nostra storia. Il regno, poi, non è cosa così tanto astrusa, è rifare e moltiplicare l’esperienza della cura e della protezione che abbiamo sperimentato nel nostro venire al mondo e quella della responsabilità (della capacità di rispondere e corrispondere ad essa) che ce ne deriva. Senza bisogno di invocare un qualche dogma. Certo, noi cristiani gli diamo il nome che gli diamo e questo ci riempie (o, almeno, dovrebbe riempirci) di pace, perché sappiamo che quel nome ci abita e che noi l’abitiamo  per sempre, oltre ogni contingenza, ma ci semina anche (o, almeno, dovrebbe seminarci) di inquietudine, perché vorremmo vederlo ogni volta accadere. Questo è anche il senso della chiamata che Gesù rivolge ad alcuni: Venite dietro a me. Non stava inventando i preti e le suore. Stava chiamando [anche] noi. A camminare dietro a Lui. Per insegnarci com’è il Regno. Com’è, cioè, Dio quando si fa storia. Che, lo scopriremo presto, è un bel po’ diversa da come siamo abituati  a farla noi. È solo l’inizio del Vangelo: Andrea, Simone, Giacomo e Giovanni (e, a maggior ragione, noi), non hanno ancora le idee troppo chiare su dove li porterà questa sequela. Però, partono lo stesso. Come, così spesso, vediamo partire al suo seguito, anche senza muoversi di casa, dal lavoro, da scuola, dal quartiere, molti dei nostri. Tessitori di speranza. Curiosi di un futuro diverso. Del regno. Forse, potremmo convincerci a partire anche noi.        

 

Le letture proposte dalla liturgia di questa 3ª Domenica del Tempo Comune sono tratte da:

Libro di Giona, cap.3, 1-5.10; Salmo 25; 1ª Lettera ai Corinzi, cap.7, 29-31; Vangelo di Marco, cap.1, 14-20.

 

La preghiera della Domenica è in comunione con tutte le Comunità e Chiese cristiane.

 

Oggi il calendario ci porta la memoria dell’Abbé Pierre, il prete dei senzatetto.

 

22 ABBÉ PIERRE 3.jpgHenri Antoine Groues (questo il suo nome alla nascita) era nato il 5 agosto 1912, in una famiglia benestante di Lione.  Dopo gli studi dai gesuiti, l’incontro con la figura di Francesco, durante un viaggio ad Assisi, lo spinse ad abbracciare la vita religiosa nell’ordine dei frati minori cappuccini, dove nel 1931 emise i suoi voti, assumendo il nome di frère Philippe e devolvendo il suo patrimonio personale ad opere caritative. La vigilia dell’ordinazione a sacerdote, nel 1938, il padre Henri De Lubac, gli suggerì: “Fa’ una sola preghiera allo Spirito Santo, che ti dia l’anticlericalismo dei santi”. E ci sembra una preghiera sempre buona. L’anno successivo, motivi di salute costrinsero il nostro a lasciare la vita conventuale e ad incardinarsi nella diocesi di Grenoble. Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, si dedicò attivamente al salvataggio dei perseguitati dalla tirannia nazista, ebrei e oppositori politici, divenendo in seguito elemento di primo piano della resistenza francese. Alla fine della guerra, fu deputato all’Assemblea nazionale costituente, nel 1945-46 e poi, in Parlamento, fino al 1951. Intanto, nel 1949, aveva dato vita al Movimento Emmaus che, negli anni successivi, darà vita, in decine di Paesi,  a centinaia di comunità,  in cui i poveri, con un lavoro di recupero e riutilizzo di quanto viene buttato via, si guadagnano da vivere onestamente e si permettono il “lusso” di aiutare chi sta ancora peggio. “Vivere è rendere credibile l’Amore” “L’urgenza è la condivisione, condivisione anche del bene lavoro, del tempo libero...”. È il messaggio che per mezzo secolo l’Abbé Pierre portò ovunque. Nel 1996, la sua immagine fu per qualche tempo seriamente offuscata, a causa di alcune sue dichiarazioni a favore di Roger Garaudy, una figura d’intellettuale dal percorso piuttosto complesso e volubile, di estrazione protestante, poi stalinista, marxista dissidente, cattolico e infine musulmano, approdato all’antisemitismo e sostenitore di sciagurate tesi negazioniste sull’Olocausto. Ma, il vecchio Abbé Pierre seppe tirarsene fuori, per riprendere, nonostante le malferme condizioni di salute, la missione di sempre. Ha vissuto gli ultimi anni nella Comunità Emmaus di Alfortville, nel Val-de-Marne. Ricoverato il 14 gennaio all’ospedale  Val-de-Grâce,  a Parigi, per un infezione polmonare, vi si è spento il 22 gennaio 2007.  

 

Noi ci si congeda qui, lasciandovi ad un brano dell’intervista concessa dall’Abbé Pierre a Dario Scorza, pubblicata nella rivista Adesso, n.18, del giugno 2000. Che è, per oggi, il nostro

 

PENSIERO DEL GIORNO

La più grande miseria per una persona è di sentirsi troppo dimenticata, lasciata da parte, inutile. Quando io penso a Georges, il primo compagno di Emmaus, io sono sicuro che egli ha accettato la mia proposta di venire ad aiutarmi per costruire delle case per i senzatetto, perché ha pensato che sarebbe arrivato un giorno in cui qualcuno alloggiato nelle case che lui aveva costruito, incontrandolo gli avrebbe detto “Grazie”. Grazie a lui, un assassino, un suicida maldestro… La miseria di sentirsi di troppo è la disgrazia più spaventosa per una persona. Di conseguenza, la gioia più grande, più bella, è quella di vedere che è utile a qualcuno. Io penso che ciascuno di noi ha gustato questa gioia quando qualcuno ci ha detto: “Ho bisogno di te”. Non dimentichiamo che ad ogni momento Dio dice a tutti i suoi figli: “Ho bisogno di te”. Per eliminare tutte le ingiustizie sulla terra, perché non ci siano sulla terra delle madri che soffrono non avendo niente da dare da mangiare al figlio che piange, perché tutte le guerre possano terminare, per rifare questo mondo pieno di sofferenze, Dio ci ripete: “Figlio mio, ho bisogno di te”. (Dario Scorza, “Intervista all’Abbé Pierre”).

 

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

21/01/2012

Giorno per giorno - 21 Gennaio 2012

Carissimi,

“Gesù entrò in casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: È fuori di sé” (Mc 3, 20-21). Questi due versetti sono tutto il Vangelo di oggi. Dove “i suoi” sono, sì, la famiglia di Gesù. Ma, sia quella di allora che quella di ogni tempo, compreso il nostro. Quindi, anche noi. Che non si è mai smesso di dichiararlo fuori di testa, “in pensieri, parole, opere ed omissioni”, ogni volta che, non per cattiva volontà, ma per puro “buon senso”, ci rifiutiamo di leggere e vivere il Vangelo “sine glossa”, nudo, così com’è, secondo l’invito di Francesco d’Assisi, senza troppi adattamenti, annacquamenti, rimozioni, riduzioni, spiritualizzazioni, che hanno come unico risultato quello di “rendere vana la croce di Cristo” (cf 1Cor 1, 17). Chi di noi, per esempio, riesce a prendere sul serio nelle sue conseguenze e implicazioni su ogni piano (religioso ed ecclesiale, sì, ma anche, e soprattutto, sociale, politico, economico) la sfida rappresentata dalle Beatitudini e, più in generale, dall’intero Sermone della montagna, dal discorso programmatico nella sinagoga di Nazareth, dalla parola sul Giudizio finale, dall’evento della croce? Beh, confessiamolo, noi lo diciamo ad ogni passo: è matto. O, magari, perché suona più fine: va contestualizzato (come qualcuno sosteneva delle bestemmie di un certo capo di governo). Ma, in questo caso, avremo fatto del Vangelo un bel libro di fiabe, incapace di importunare e di nuocere. Cioè, di cambiarci la vita. E di cambiare, almeno un po’, il mondo.  

 

Oggi il calendario ci porta le memorie di Agnese, martire a Roma,  di  Massimo il Confessore, e di Mons. Gerardo Valencia Cano, pastore, profeta e martire della liberazione dei poveri in Colombia.

 

21 Agnese.jpgDodicenne romana del III secolo, allo scoppio di una delle numerose persecuzioni contro i cristiani, nonostante la defezione di molti fedeli, Agnese seppe restare fedele a Cristo, rifiutandosi di sacrificare agli idoli e di cedere alle voglie del potente di turno. La memoria del suo martirio è molto antica: già nel 354 se ne celebrava l’anniversario presso la sua tomba, sulla Via Nomentana.

 

21 MASSIMO IL CONFESSORE.jpgMassimo era nato a Costantinopoli da una ricca famiglia, verso il 580. Per qualche anno fu segretario dell’Imperatore Eraclio ma, assai presto, nel 613, lasciò la vita di corte per farsi monaco nel monastero di Crisopoli (Scutari). Nel 624 la minaccia persiana che incombeva sui territori imperiali lo costrinse ad abbandonare il monastero e a trasferirsi a Creta, poi a Cipro e, in seguito, nei pressi di Cartagine, in Africa.  Scrisse numerose opere sulla preghiera, la carità e l’ascesi e, a partire dal 634, s’impegnò nella lotta contro le eresie monofisite e monotelite. Dopo la conquista araba dell’Africa, Massimo si spostò in Magna Grecia e, nel 646, a Roma. In quest’epoca entrò in polemica con il giovanissimo imperatore Costante II che, per risolvere le annose diatribe teologiche, che dividevano la cristianità e minacciavano l’unità dell’impero, aveva emesso un editto, Typos - Regola di Fede,  con cui proibiva ai cristiani di parlare dell’unica o della duplice volontà di Cristo. Che, a dire il vero, la maggior parte dei cristiani, neppure sapeva di cosa si trattasse. Ma, era comunque roba seria. Fu convocato in Laterano un sinodo, che fece sue le posizioni espresse in materia da Massimo e dal papa Martino, e non mancò di criticare le disposizioni dell’ Imperatore. Mal gliene colse a tutti e due. Costante II li fece infatti arrestare e deportare entrambi. Non solo, ma, in un successivo processo, a Massimo e a due suoi discepoli, Anastasio monaco e Anastasio apocrisario, per lo stesso motivo, fu tagliata la lingua e amputata la mano destra. Massimo morì in esilio, sul mar Nero, nel 662.

 

21 GERARDO CANO.jpgGerardo Valencia Cano era nato, il 26 Agosto 1917, nella famiglia di dieci figli di Maria Cano Tobón e Juan de Dios Valencia Osorio, a Santo Domingo, municipio del Dipartimento di Antioquia (Colombia), dove la coppia possedeva una fattoria, gestendo contemporaneamente un esercizio commerciale in città. Negli anni 30, lui e il fratello Felix entrarono nel seminario dei Missionari Saveriani di Yarumal (MXY). Dopo un’interruzione forzata negli studi, dovuta alla malattia della madre, e alle sopraggiunte difficoltà economiche della famiglia, che lo portarono a lavorare nella fattoria dei nonni, per farvi in qualche maniera fronte, tornò nel seminario di Medellin, dove fu ordinato prete il 29 novembre 1942. Nel luglio 1949 fu nominato prefetto apostolico di Mitú, in Vaupés, una delle regioni più povere e abbandonate della Colombia, abitata prevalentemente da tribù autoctone, sottoposte in quegli anni agli arbitri e alle violenze dei coloni bianchi, che vi si infiltravano per saccheggiarne le ricchezze naturali. Nel 1953, a soli 36 anni, Pio XII lo nominò primo vescovo del Vicariato apostolico di Buenaventura, un territorio ad alta presenza di afrodiscendenti, oggetto di pesanti, persistenti, discriminazioni, e primo porto della Colombia. A questo popolo, volto e sembiante di Cristo, mons. Gerardo Cano si consacrò totalmente, come prete, pastore  e cristiano, in tutti gli anno del suo servizio episcopale. Sviluppò una pastorale che coinvolgeva preti, religiosi e laici, organizzò le prime comunità di base che, oltre ad animare la vita delle parrocchie, promuovevano la maturazione della fede, la coscienza dei diritti, la denuncia dell’ingiustizia, la crescita dell’azione solidale tra i settori più poveri ed emarginati della popolazione. Partecipò a tutte le sessioni del Concilio Vaticano II. In patria, il suo appoggio, pur non esente da critiche, al variegato movimento dei preti di Golconda, gli procurò, come prevedibile, sulla stampa di destra del suo paese, l’appellativo di “vescovo rosso”, nonché la fama di “sovversivo” e “comunista”. Morì in un incidente aereo che nessuno investigò, il 21 gennaio 1972.           

 

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:

2° Libro di Samuele, cap.1, 1-4. 11-12. 19. 23-27; Salmo 80, Vangelo di Marco, cap.3, 20-21.

 

La preghiera del Sabato è in comunione con le comunità ebraiche della diaspora e di Eretz Israel.

 

Bene, noi ci si congeda qui, lasciandovi alla lettura di una citazione di Massimo il Confessore, tratta dalle sue “Centurie sulla carità”, che troviamo nel secondo volume della “Filocalia” (Gribaudi) e che è, per oggi, il nostro

 

PENSIERO DEL GIORNO

La tristezza è congiunta al rancore: quando l’intelletto si rappresenta con tristezza il volto del fratello, è chiaro che ha rancore nei suoi confronti. Le vie di chi serba rancore conducono alla morte (Pr 12, 28), poiché chiunque serba rancore viola la legge. Se serbi rancore per qualcuno, prega per lui e così arresterai il movimento della passione, separando con la preghiera la tristezza dal ricordo del male che ti ha fatto. Divenuto poi caritatevole e capace di amare gli uomini, cancellerai del tutto la passione dall’anima. Se invece è un altro che serba rancore a te, sii verso di lui generoso e umile, comportati bene nella convivenza con lui, e lo libererai dalla passione. A fatica potrai far cessare la tristezza dell’invidioso: egli ritiene disgrazia quello che invidia in te e non è possibile arrestare la sua tristezza se non nascondendogli qualcosa. Se però questo giova a molti e rattrista solo lui, di quale delle due parti non terrai conto? È dunque necessario giovare a molti, ma, per quanto è possibile, senza trascurare quello, e non bisogna lasciarsi sviare dalla malizia della passione così da combattere non la passione ma chi la subisce. Per umiltà devi invece ritenerlo superiore a te e dargli la preferenza in ogni occasione, luogo e cosa. Quanto alla tua invidia, potrai arrestarla rallegrandoti di ciò che dà gioia a colui che invidi, e rattristandoti di ciò che lo rattrista, compiendo così il detto dell’Apostolo: Godere con chi gode e piangere con chi piange” (Rm 12, 15). (Massimo il Confessore, Sulla Carità, III Centuria, 89-91). 

 

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

20/01/2012

Giorno per giorno - 20 Gennaio 2012

Carissimi,

“Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni” (Mc 3, 13-15). Gesù sa che il potere religioso e politico sta tramando la sua morte (Mc 3, 6) e si preoccupa di dare continuità alla sua missione, anche quando lui non ci sarà più. E la missione di cui è investito, e a cui chiama, consiste nell’annuncio della buona notizia del regno e del suo darsi, già ora, nell’attività al servizio di una vita piena e abbondante per tutti, e perciò nella lotta contro tutto ciò che genera ingiustizia, divisione, oppressione, violenza e morte. Ora, se è vero che questa può essere intesa come una chiamata universale, che riflette la natura più vera e profonda dell’essere umano, creato “a immagine di Dio”, e che ciascuno è invitato a realizzare nella specifica condizione esistenziale in cui si svolge la sua vita, Gesù pensa qui ad un gruppo particolare che accetti di “stare con lui”, a tempo pieno, piú strettamente a lui associato, per la vita e per la morte, nella dimensione del dono incondizionato di sé e della cura per gli altri, come segno dell’obbedienza al Padre e del suo agire salvifico nella storia. Cominciò col chiamare quei dodici, “quelli che voleva”, che non mancarono, in seguito, di riservargli qualche sorpresa, o forse no, perché Lui sa la pasta di cui sono fatti i suoi cuccioli. Succede quando ci si dimentica di “stare con lui” e ci si perde dietro ad altro. Ma, al diretto Interessato sembra star bene anche così. Forse perché questo evita il pericolo di montarsi la testa, dimenticando che, quando si riesce a ricavare qualcosa di buono, sotto sotto c’è l’azione del suo Spirito.

 

Oggi la comunità fa memoria di Sebastiano, martire a Roma, di Cyprien Michael Tansi, pastore e contemplativo,  di Octavio Ortiz e compagni, martiri in Salvador,  di  Khan Abdul Ghaffar Khan (Bacha Khan), profeta di pace e di nonviolenza. 

 

20 SEBASTIANO.JPGDel martire Sebastiano, nonostante le molte leggende fiorite sulla sua figura, sappiamo solo che fu giustiziato sotto l’imperatore Diocleziano (nell’anno 300) e fu sepolto nelle catacombe che avrebbero preso il suo nome. Ambrogio qualche decennio più tardi lo menziona in un suo commento al salmo 118, dicendo che era di Milano e che preferì lasciare la vita tranquilla per recarsi a Roma e testimoniare la sua fedeltà a Cristo. Questo gli costò la vita.

 

20 TANSI IWENE.jpgIwene Tansi era nato nel 1903 a Aguleri, nello stato di Anambra, in Nigeria. Inviato dai genitori a studiare in una scuola gestita da missionari cattolici, vi conobbe il messaggio cristiano e, a dieci anni, chiese ed ottenne di essere battezzato, prendendo il nome di Michael. Negli anni successivi, mentre proseguiva brillantemente gli studi, s’impegnò sempre più nella vita e nelle attività di base della chiesa locale. A ventidue anni, nonostante l’opposizione della famiglia, entrò nel seminario di Igbariam per essere poi ordinato prete dell’archidiocesi di Onitsha, il 19 Dicembre 1937. Dopo due anni di esperienza a Nnewi, gli fu affidata la cura pastorale di una vastissima regione, che egli per molti anni percorse in lungo e in largo, con mezzi di fortuna, dedicandosi instancabilmente all’annuncio del Vangelo, a organizzare percorsi catechetici, corsi per la preparazione al matrimonio, incontri di discernimento vocazionale e favorendo svariate attività educative.  Nel luglio 1950, rispondendo a un invito del suo vescovo, che desiderava trapiantare in Nigeria l’esperienza della vita contemplativa, entrò nell’abbazia trappista di Mount St. Bernard, nella contea di Leichester, in Inghilterra. Dopo tre anni trascorsi come oblato, il 7 dicembre 1952, vi fu ammesso come novizio con il nome di Cyprien. L’8 dicembre 1956, emise i suoi voti solenni. Negli anni seguenti il monaco africano non mancherà di edificare tutti con la sua preghiera e lo spirito di abnegazione, morendo, tuttavia prematuramente, il 20 gennaio 1964, alla vigilia del suo rientro in Africa, come maestro dei novizi nella nuova fondazione di Bamenda, in Camerun. 

 

20 Octavio Ortiz.jpgOctavio Ortiz era nato il 22 marzo 1944, ad Agua Blanca nel municipio di Cacaopera, nel Dipartimento di Morazarán (El Salvador), nella famiglia contadina di Alejandro Ortíz e Exaltación de la Cruz Luna (che persero altri quattro figli durante gli anni sanguinosi della dittatura).  20 Angel David Jorge Roberto.JPGEntrato nel seminario di San José de la Montaña, fu il primo a ricevere l’ordinaziaone sacerdotale da mons. Romero che gli affidò in un primo momento la cura pastorale della Comunità di Zacamil e poi quella della parrocchia di El Despertar, alla periferia di Mejicanos. All’alba del 20 gennaio 1979, durante un ritiro, guidato da P. Octavio in un Centro di spiritualità della parrocchia, che vedeva riuniti una trentina di giovani, sopraggiunse una pattuglia dell’esercito che sparò al sacerdote e a quattro studenti e catechisti Ángel Morales, David Caballero, Jorge A. Gómez e  Roberto A. Orellana, arrestando gli altri. Dopo il massacro, i soldati fotografarono i cadaveri con accanto le loro stesse armi, per far credere all’opinione pubblica che si trattasse di un gruppo di guerriglieri. Mons. Romero che celebrò i funerali, denunciò l’assassinio e additò nel regime il responsabile della strage.

 

20 Khan_Abdul_Ghaffar_Khan.jpgKhan Abdul Ghaffar Khan era nato nel 1890 nella famiglia di un proprietario terriero, Khan Sahib Baharam Khan, a Utmanzai, un villaggio nei pressi di  Peshawar, che oggi è in Pakistan, ma allora era in India, colonia britannica.  Benché illetterati, i genitori educarono il giovane Abdul ad una profonda religiosità e al gusto per una vita semplice ed essenziale. Nel 1929, partecipando ad una riunione del Partito del Congresso, Khan fece sua la causa della lotta indipendentista e decise di coinvolgervi la sua gente, i focosi pathan. Con una pretesa, tuttavia, a prima vista assurda: sarebbero stati soldati disarmati, addestrati ad affrontare con coraggio il nemico, senza arretrare né rispondere. I pathan arruolati, che scelsero di chiamarsi Khudai khidmatgar, i servi di Dio, costituirono il primo esercito nonviolento professionale della storia. Promettendo di astenersi da ogni violenza e vendetta,  di perdonare chiunque li opprimesse o facesse loro del male, di evitare ogni pigrizia, e di dedicare almeno due ore al giorno ad un qualche servizio sociale, i pathan passavano di villaggio in villaggio, organizzando la popolazione, aprendo scuole, convocando assemblee, insegnando tecniche di nonviolenza,  conducendo in tal modo la loro personalissima jihad, la guerra santa tra il bene e il male, che ogni persona è chiamata a combattere nella sua propria coscienza. Il 31 dicembre 1929 i delegati del Congresso indiano dichiararono l’indipendenza, lanciando la parola d’ordine della noncollaborazione e della disobbedienza civile. Seguì una repressione spietata da parte dei britannici. Khan trascorse lunghi periodi in prigionia, ma l’esercito nonviolento dei servi di Dio, che era giunse a contare trecentomila membri, non desistette. Quando, alla vigilia dell’indipendenza,  la Lega musulmana chiese uno stato confessionale autonomo, Khan e i suoi combatterono la proposta, convinti, come Gandhi,  che musulmani e indú avrebbero potuto continuare a convivere. Fu tutto inutile e gli opposti estremismi ebbero la meglio: Gandhi fu ucciso da un indú che l’accusava di essere filomusulmano, e Khan fu imprigionato dal governo musulmano del Pakistan sotto l’accusa di essere filoindú. Avrebbe trascorso quindici anni in prigione e sette in esilio in Afghanistan. Ghaffar Khan morì novantottenne a Peshawar il 20 gennaio 1988 e fu sepolto a Jalalabad, in Afghanistan. Decine di migliaia di persone parteciparono ai suoi funerali e un cessate-il-fuoco fu annunciato in quel Paese dilaniato dalla guerra per permettere lo svolgimento delle solenni esequie. Era stato decorato solo un anno prima con il Bharat Ratna – il più alto riconoscimento civile dello stato indiano.

 

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:

1° Libro di Samuele, cap.24, 3-21; Salmo 57; Vangelo di Marco, cap.3, 13-19.

 

La preghiera del Venerdì è in comunione con i fedeli della Umma islamica, che confessano l’unicità del Dio clemente e misericordioso.

 

Per stasera è tutto. Noi ci si congeda qui, lasciandovi ad un brano dell’omelia pronunciata il 21 gennaio 1979 da mons. Oscar Arnulfo Romero,  durante i funerali di P. Octavio Ortiz e degli altri giovani martiri. È, per oggi, il nostro

 

PENSIERO DEL GIORNO

C’è un solo Dio e questo o è il vero Dio che ci chiede di rinunciare alle cose quando diventano peccato o è il dio denaro che ci obbliga a voltare le spalle al Dio del cristianesimo. E perché vogliono un dio contrario al vero Dio, molti criticano questa Chiesa e uccidono Octavio e uccidono tutto il movimento che sta cercando di abbattere gli idoli dei falsi dèi e che sta cercando di restituirci il vero Dio. Per questo, fratelli, Cristo dice: “Il regno di Dio si avvicina, convertitevi e credete alla buona notizia: la fede”. Il Vangelo prosegue oggi con il racconto delle prime quattro vocazioni di quella che sarà la gerarchia della chiesa: Pietro e suo fratello Andrea; Giovanni e suo fratello Giacomo, lasciano tutto quando il Signore li invita ad una conversione che non sia semplicemente evitare il peccato, ma compiere la volontà di Dio. Voglio dire ai miei cari fratelli sacerdoti - che ringrazio per la loro attenzione a questa parola - che queste centinaia di preti che segnalano la loro presenza con la stola sacerdotale, attorno all’altare, sono i successori di Pietro, di Andrea, di Giacomo, di Giovanni, e che ciò che Dio ci chiede è esattamente quanto chiese a loro e ha chiesto a Octavio e oggi questa successione ci lascia un esempio con la sua stola insanguinata, la sua casula di dolore, con il suo volto sfigurato. Il povero Octavio è morto con la faccia sformata. Cosa gli è passato sopra? Non lo sappiamo, ma il medico dice che “è morto per uno schiacciamento”. Per ricostruirla all’agenzia funebre Auxiliadora hanno dovuto fare un grosso lavoro, non la si poteva lasciare com’era. Octavio si è comunque già trasformato, perché ha dato il suo volto per Cristo. Questo ci chiede il Signore. E ho la gioia di dirvi, cari fratelli cristiani, che oggi, quando è divenuto più pericoloso essere preti, è quando stiamo ricevendo più vocazioni in seminario. Ques’anno 27 giovani diplomati entreranno nel nuovo corso del Seminario, perché questo regno di Dio che è nel mondo è un regno di Dio  che ai migliori, ai giovani, fa davvero dire come colui di cui è detto nel Vangelo: “Andiamo e moriamo con Lui”. (Mons. Oscar Romero, Homilia del 21 de enero de 1979).

 

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

19/01/2012

Giorno per giorno - 19 Gennaio 2012

Carissimi,

“Gesù, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidòne, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui” (Mc 3, 7-8). Vista l’ostilità dei religiosi, il mancato accoglimento da parte dei suoi e, addirittura, le trame mortali che le autorità ordiscono contro di lui (cf Mc 3, 6), Gesù si allontana. Ad essere attratti dal suo messaggio e dalla sua prassi, d’ora in poi e per sempre, saranno altri, non necessariamente riconducibili ad una qualche identità religiosa. Saranno poveri di ogni dove e di ogni fede a cui Egli si consegna come forza di cura e principio di liberazione dal male, espressione della regalità divina al servizio degli ultimi, dei più piccoli e insignificanti tra i suoi figli. E, attraverso essi, segno efficace della grazia che redime l’umanità e il mondo. In questo scenario va situata e vista la piccola barca che Gesù chiede che i discepoli gli mettano a disposizione. Essa è, con ogni evidenza, simbolo della chiesa. Che non è, perciò, una nuova arca di Noè, né un moderno transatlantico, su cui debbano salire tutti, e meno che meno la nave da guerra di una religione contro le altre, ma, appunto, niente più che una fragile barchetta, capace di contenere anche solo pochi discepoli, con la funzione però, ed è questo che più conta, di dar voce a Lui, al suo messaggio di liberazione e di salvezza universale.     

 

Oggi per noi  è memoria di Teofane il Recluso, monaco e pastore.

 

19 SaintTheophan.gifGeorgij Vasilievič Govorov era nato il 10 gennaio 1815 nel villaggio di Černavsk, nella contea di Yeletsk,  provincia di Orlov, nella famiglia di un sacerdote locale. Entrato nel 1829, nel seminario di Orlov, passò nel 1836 alla Facoltà teologica di Kiev. Nel 1841, durante l’ultimo anno di studi, scoprì la propria vocazione monastica. Chiese ed ottenne di entrare in monastero, dove cambiò il proprio nome in quello di Teofane. Terminati brillantemente gli studi accademici, si dedicò all’insegnamento, in un primo tempo nella stessa facoltà di Kiev e poi nel seminario di Velikij Novgorod. Nel 1848, chiese di potersi recare in Medio Oriente, come membro della missione ecclesiastica a Gerusalemme e a Costantinopoli. Durante i sei anni che seguirono si appassionò alle opere e alla vita degli antichi Padri della Chiesa. Rientrato in patria, nel 1854, in seguito allo scoppio della guerra di Crimea, venne promosso archimandrita e nominato decano dell’Accademia Teologica di San Pietroburgo. Nel 1859 giunse la sua nomina a vescovo di Tambov. Nei pochi anni di servizio ministeriale in quella chiesa, la sua straordinaria mitezza, la grande bontà d’animo, l’attenzione che riservà alle necessità dei fedeli, gli  guadagnarono affetto e devozione universale. Dopo 25 anni di servizio alla Chiesa in differenti ambiti, Teofane chiese al Santo Sinodo di potersi ritirare nell’eremo di Vyshy. La sua richiesta fu accolta nel 1866.  Per sei anni, nelle domeniche e nelle altre festività, partecipò sempre alla divina liturgia con gli altri eremiti, non negandosi a ricevere quanti venivano a sollecitare i suoi consigli e la sua direzione spirituale. Tuttavia, a partire dalla Pasqua del 1872, scelse l’isolamento totale,  dedicandosi da allora  solo alla preghiera, agli studi e al lavoro manuale, limitandosi a incontrare periodicamente l’abate dell’eremo, il padre spirituale e il suo aiutante di cella e celebrando la divina liturgia nella cappella da lui stesso costruita e dedicata  al Battesimo di Gesù. E nella Festa del Battesimo di Gesù, il 19 gennaio (6 gennaio per il calendario gregoriano)  del 1894, Teofane si spense dopo una breve malattia. A lui dobbiamo, oltre a numerose opere di spiritualità, la traduzione della Filocalia, il grande classico della spiritualità esicasta, dallo Slavo ecclesiastico al Russo.

 

I testi che la litugia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:

1° Libro di Samuele, cap.18, 6-9; 19, 1-7; Salmo 56; Vangelo di Marco, cap.3, 7-12. 

 

La preghiera del giovedì è in comunione con le religioni tradizionali indigene.

 

Dona Maria, la Pax do Brasil ce l’ha portata su al Centro Comunitário, che era mezzanotte. Lì, l’aspettavano le amiche di sempre. Assieme è arrivato Neto, poi, nel corso della notte le due figlie, da Goiânia. La mattina, il salone si è riempito di parenti giunti da fuori, amici, vicini. E, come sempre in queste occasioni, si sono venuti mescolando il pianto sommesso di alcuni, le chiacchiere sul più e sul meno, i ricordi. Alle nove è arrivato padre Paulo per una preghiera. Quando ha chiesto se qualcuno volesse dire qualcosa, si è alzato Alexandre, un biondino che la droga e l’alcol  hanno segnato nel fisico e nella mente. Fino ad allora se n’era stato seduto tranquillo, un po’ ridendo da solo e un po’ piangendo. Si è alzato e ha detto: vorrei pregare un salmo. E ha pregato il salmo 23 che sa a memoria: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Lo ha fatto con molta compunzione. La sepoltura era prevista per l'una e mezza, ma si è pensato di aspettare Krisney, il nipotino di cinque anni che viveva con dona Maria, che si trovava da qualche giorno a Goiânia in visita all'altra nonna. È arrivato alle tre, quando noi si era già nell’androne del cimitero, mentre fuori pioveva a dirotto. Gli hanno aperto la bara e lui ha detto: ma è la nonna! e si è messo a piangere. Si è aspettato che spiovesse un po' e via caricando la bara verso il loculo, messo a disposizione da una amica. Il tempo di incamminarci ed è ricominciato a piovere più forte che mai. Lei, però, era già al riparo. Tra altre braccia protettive.

 

Per stasera, è tutto. Noi ci si congeda qui, lasciandovi al brano di un’omelia tenuta da Teofane il Recluso il 21 novembre 1864. La troviamo nel sito Nati dallo Spirito ed è, per oggi, il nostro

 

PENSIERO DEL GIORNO

La preghiera è la prima opera nella vita cristiana. Se per gli affari di tutti i giorni è vero il detto “vivi e impara”, tanto più esso si applica alla preghiera, che non si arresta mai ed è infinita.Lasciatemi ricordare una saggia abitudine dei Santi Padri dell’antichità: quando si salutavano non si chiedevano come andava la salute né altre cose. Piuttosto si chiedevano: “Come va la preghiera?” L’attività della preghiera era considerata da loro come un segno della vita spirituale chiamandola “il respiro dello spirito”. Se il corpo respira, vive; se il respiro si ferma, la vita finisce. Così è per lo spirito. Se pratica la preghiera, l’anima vive; senza preghiera, non c’è vita spirituale. Tuttavia, non ogni atto di preghiera è vera preghiera. Stare in piedi davanti alle icone in casa, o venerarle qui in chiesa, non è ancora pregare, ma “l’equipaggiamento” della preghiera. Recitare preghiere, a memoria o da un libro, o ascoltare qualcuno recitarle non è ancora pregare, ma solo uno strumento o un metodo per ottenere e risvegliare la preghiera. Pregare significa instillare nei nostri cuori pii sentimenti verso Dio, uno dopo l’altro – sentimenti di umiltà, sottomissione, gratitudine, dossologia, perdono, prostrazione sincera, conformità al volere di Dio ecc. Tutto il nostro sforzo dovrebbe far sì che, durante la nostra preghiera, questi sentimenti e sentimenti simili a questi colmino le nostre anime, così che il cuore non sia vuoto quando reciteremo le preghiere, o quando le orecchie ascolteranno e il corpo si curverà in prostrazione, ma ci saranno sentimenti verso Dio. Quando questi sentimenti sono presenti, il nostro pregare è preghiera, e quando sono assenti, esso non è ancora preghiera. Sembra che non ci sia niente più semplice e più naturale per noi che una preghiera in cui il cuore è sintonizzato con Dio. Ma in realtà non è sempre così per ognuno di noi.Bisogna risvegliare e rafforzare uno spirito di preghiera, cioè bisogna allevare uno spirito orante. (Teofane il Recluso, Iniziare a pregare).

 

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro

18/01/2012

Giorno per giorno - 18 Gennaio 2012

Carissimi,

“Guardandosi tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, Gesù disse all’uomo: Tendi la mano! Egli la tese e la sua mano fu guarita” (Mc 3, 5). Di nuovo il Sabato e la sua apparente profanazione, ma solo per ritrovarne il significato più vero. Del resto, come potrebbe Dio bearsi dei suoi figli e dire finalmente e di nuovo: Tutto è davvero molto bello! (Gen 1, 31), se c’è anche uno solo (!) che sta male e, quel che è peggio, altri, a cui questo non importa nulla? E como potrebbero i suoi figli benedire il Dio dell’alleanza, se non riescono nemmeno a sollevare le braccia e tenderle a Lui e agli altri e aprire le mani nel gesto del dono, dato e ricevuto, e stringerle poi come segno di ringraziamento e di una ritrovata amicizia? Se il Sabato, che prefigura e anticipa nel tempo, la pace-shalom, cioè la vita piena e felice, promessa da Dio,  se il Sabato non è universale, non abbraccia cioè tutti, non è più il Sabato di Dio. È un giorno come gli altri. Che designa se va bene l’inizio di un fine settimana, gretto, triste ed egoista, come spesso noi ci riduciamo ad essere. Noi cristiani, potremmo dire la stessa cosa dell’Eucaristia. Se essa non è Pane che si condivide tra tutti, e a tutti si offre, e se non riflette una vita data e condivisa, è solo una farsa ridicola e blasfema. E noi ci dovremmo pensar su un po’. Perché Lui è di questo che s’indigna.

 

Oggi, il nostro calendario ci porta la memoria di Sergio Berten e compagni, martiri della solidarietà in Guatemala, e di Mahmoud Mohamed Taha, il Gandhi sudanese.

 

18 SERGIO BERTEN.jpgSergio Berten era nato nel 1953 in Belgio ed era entrato ancor giovane nella Congregazione del Cuore Immacolato di Maria. Ventiduenne chiese ed ottenne di recarsi come missionario in Guatemala. Lavorava nella costa meridionale, animando le comunità di Puerto San José,  Santa Lucía Cotzumalguapa e Tiquisate. La sua opzione per i poveri fu subito chiara. Nella realtà di miseria e ingiustizia in cui vivevano i contadini, fu portato a scoprire sempre più nitidamente in ciascuno di loro il volto sofferente di Cristo. La Parola di Dio nella Bibbia divenne per lui sempre più trasparente, illuminandolo nel cammino e dandogli la forza per seguire ogni giorno più radicalmente Gesù. Condividendo la vita dei poveri, approfondì nel dialogo con essi la riflessione sui passi che la situazione di miseria e di oppressione esigeva in vista di un cambiamento reale. Cosciente del pericolo di morte che correva a causa del suo impegno, al fine anche di proteggere i suoi compagni di congregazione religiosa e i contadini più impegnati, Sergio decise continuare il suo lavoro in clandestinità. Questo non impedì che, il 18 gennaio 1982, fosse sequestrato con altri otto giovani contadini in una strada di Città del Guatemala. Sparendo con loro nel nulla, martiri tutti della giustizia e della solidarietà.

 

18 Mahmoud Mohamed Taha bis.jpgMahmoud Taha era nato verso il 1911 a Rufa‘a, una cittadina sulla riva orientale del Nilo Azzurro, nel Sudan centrale. Rimasto orfano, aveva comunque potuto continuare gli studi, fino a laurearsi in Ingegneria nel 1936, dedicandosi successivamente alla libera professione. Fin da giovanissimo aveva partecipato alla lotta per l’indipendenza nazionale e nel 1945 fu tra i fondatori del Partito Repubblicano, una formazione islamica di orientamento modernista, che, negli anni successivi, si propose di rendere possibile nella società islamica, a partire dalla rivelazione coranica, l’effettiva partecipazione popolare alla vita politica, una completa libertà religiosa, la reale eguaglianza di diritti tra uomo e donna. Fedele alla sua coscienza religiosa, contrario ad ogni violenza, Taha fu ripetutamente arrestato e torturato, prima di essere impiccato a Khartoum, il 18 Gennaio 1985, in seguito alle pressioni dei “Fratelli musulmani” che giudicavano eretiche le sue tesi a favore di un Islam non-violento. Affrontò la morte con grande serenità, sorridendo alla folla che, venuta per assistere all’esecuzione,  circondava il patibolo, cantando canti religiosi. Subito dopo l’impiccagione, il corpo fu portato in elicottero nel deserto, dove venne sepolto in una località rimasta sconosciuta. Dopo la caduta del dittatore Nimery, nell’ottobre 1985, fu richiesta la revisione del processo. Con sentenza datata 18 novembre 1986, la Suprema Corte definì nulli il processo, i procedimenti di ratifica e l’esecuzione di Mahmoud Taha. Piuttosto tardivamente.

 

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:

1° Libro di Samuele, cap.17, 32-33. 37. 40-51; Salmo 144; Vangelo di Marco, cap.3, 1-6.

 

La preghiera del mercoledì è in comunione con quanti, anche fuori da strutture religiose tradizionali, lavorano per costruire un mondo di fraternità, giustizia e pace.

 

18 ECUMENISMO.JPGOggi, nell’emisfero Nord, si apre l’Ottavario di preghiere per l’unità dei Cristiani. Esso ebbe origine per iniziativa di due ministri anglicani: l’inglese Spencer Jones e l’americano Paul James Francis Wattson (che sarebbe poi divenuto cattolico). Nel 1907, Jones suggerì l’istituzione di una giornata di preghiera,  il 29 giugno di ogni anno, per il ritorno di tutti i cristiani all’unità con la chiesa di Roma. L’anno dopo, Wattson propose un'ottava di preghiere (dal 18 al 25 gennaio) col fine di ottenere da Dio “il ritorno di tutte le altre pecore all’ovile di Pietro, l’unico pastore”. Più rispettoso dell’identità delle singole chiese, il prete cattolico Paul-Irénée Couturier, nel 1935, trasformò questa manifestazione nella “Settimana universale di preghiera per l’unità dei cristiani”, che aveva come finalità quella di pregare per la santificazione di tutti i battezzati e per la realizzazione dell’unità  “con i mezzi che Dio vorrà e nel modo che Egli vorrà”. Dal 1966 il tema e i testi per la Settimana sono decisi e preparati insieme da una speciale commissione del Consiglio Ecumenico delle Chiese e dal Segretariato (in seguito, Pontificio Consiglio) per l’unità dei cristiani.

 

Stamattina, Leone, che è nostro amico e muratore di fiducia, ci aveva telefonato la notizia della morte di suo padre, seu Emanuel, malato già da qualche mese. Così, siamo andati su, al velório, che durerà tutta stanotte e ancora domattina, per un ultimo saluto. Poi, stasera, nella chiesa del monastero, c’è stata la Messa per il settimo giorno dalla morte, rapida e imprevedibile, di Dilma, la nuora di dona Tereza, che è una fedelissima dal tempo dei tempi. Una volta a casa, ci si preparava per tornare alla camera ardente di seu Mané, quando arriva Roberto chiedendo se si può usare il Centro comunitrio per vegliare dona Maria dos Reis, la madre di Netinho, di Erika e di Elisa. Perché non ci sono soldi per il salone della funeraria. Ed è chiaro che sì. Ma la notizia ci lascia senza parole. E comunque cambiamo programma e destinazione. Ci diranno poi che il fatto è successo all’ora in cui finiva la messa in monastero. Dona Maria (che da anni soffriva del morbo di Chagas) è uscita di casa, ha attraversato la strada, per fare due chiacchiere con i vicini, seu Januário e sua moglie, e, arrivata da loro, ha portato la mano alla testa, il tempo di dire: oh! ed è caduta morta. La veglieremo stanotte. Per stasera, è fin troppo. Noi ci si congeda qui, lasciandovi ad una pagina di Mahmoud Mohamed Taha, tratta dal suo “Il secondo messaggio dell’Islam (EMI), che è, per oggi, il nostro

 

PENSIERO DEL GIORNO

È chiaro che il culto non ha valore se non è rispecchiato nelle relazioni del singolo con la comunità in un modo che è esso stesso pratica di culto. Il Profeta ha descritto l’intera religione come mu‘âmalât (= condotta sociale), quando ha detto: “La religione è come vi comportate l’uno con l’altro”. In altri termini, il culto in privato rappresenta una scuola in cui l’individuo riceve la preparazione teorica, con l’opportunità di metterla in pratica attraverso la vita in comunità e interagendo con gli altri. Il monoteismo (tawhîd) afferma che l’intera esistenza ha un’unica fonte, un unico cammino, un unico destino; da Dio proviene, e a Dio ritornerà, ma come individui. “Eccovi venuti a Noi, soli così come vi abbiamo creati la prima volta (Corano 6, 94). Il ritorno a Dio si ottiene non coprendo distanze, ma sviluppando qualità somiglianti agli attributi divini, cioè portando le qualità del limitato più vicine alle qualità dell’assoluto. Il ritorno dell’individuo a Dio avverrà attraverso mezzi appropriati, inclusi l’Islam, il Corano e la comunità. La comunità ha la propria libertà, che rappresenta la base della piramide, mentre la libertà dell’individuo ne rappresenta il vertice. In altri termini, la libertà della comunità è l’albero, mentre la libertà dell’individuo è il frutto. Attraverso questa esauriente prospettiva, l’Islam non trova fra l’individuo e la comunità conflitti né incompatibilità. Dal momento che l’Islam, grazie al monoteismo  (tawhîd), ha raggiunto questo preciso equilibrio fra l’individuo e la società, esso emana tutte le sue leggi in modo da conciliare in uno stesso sistema i bisogni dell’individuo e i bisogni della comunità. In questo modo non sacrifica l’individuo per il bene della comunitá, la quale avrebbe annientato il fine con i mezzi, né sacrifica la comunità per il bene dell’individuo, che avrebbe invece esaltato solo i mezzi, allo scopo di realizzare la propria individualità. Così, la legge islamica in tutti i suoi aspetti, comporta un’armonica e notevolmente alta conciliazione dei bisogni dell’individuo di assoluta libertà individuale con i bisogni della comunità di totale giustizia sociale. (Mahmoud Mohamed Taha, Il secondo messaggio dell’Islam).

 

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.  

17/01/2012

Giorno per giorno - 17 Gennaio 2012

Carissimi,

“E diceva loro: Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato” (Mc 2, 27-28). E fu così che Gesù diede il criterio di interpretazione e di applicazione di ogni legge. Comprese quelle di suo Padre. Figurarsi quelle dei suoi comprovati(o solo supposti) emissari e rappresentanti. Un criterio che sconcerta, sbilancia e disorienta l’animo religioso, che da sempre ha la sua bussola nella sicurezza e immutabilità della legge. Ma, dice Gesù, c’è una legge superiore ad ogni altra: il bene, cioè, la felicità della persona. Così Marco ci prova un gusto da matti a segnalare quella profanazione del sabato - quindi un peccato - che permette a Gesù di affermare che, per Lui (che è, poi, come dire suo Padre), è più importante anche il semplice appetito dei suoi cuccioli che l’osservanza di una legge così importante come appunto quella del Sabato. Che Dio, per altro, aveva inventato per tutelare e far riposare i suoi, sottraendoli almeno per un giorno la settimana alla soggezione ai loro simili (come anticipazione della liberazione definitiva che Egli sogna per loro), mica per renderli schiavi di sé, come nuovo e peggiore (perché onnipotente e infinito) Padre Padrone. E se c’è scritto nel Vangelo è perché la Chiesa  (cioè anche noi) impari. E faccia lo stesso. Certo, non è un compito facile e carica tutti di responsabilità non indifferenti. Dovendoci giocare (noi che si fa parte della Chiesa, mica gli altri che hanno i loro criteri) tra la serietà e la radicalità dell’impegno che ci deriva dalla dichiarata volontà di testimoniare il Vangelo della cura, della solidarietà e della giustizia, assieme e a favore degli altri, e l’ascolto di quanto, dentro di noi, propizia l’armonico sviluppo e la serena convivenza con gli altri del nostro essere. Senza che ci arroghiamo mai il diritto di misurare o giudicare l’appetito (cioè, il bisogno o il desiderio) altrui. Guardandolo, piuttosto, con simpatia. Come Gesù con i suoi discepoli.

 

Oggi facciamo memoria di Antonio il Grande, patriarca del monachesimo, e  Silvia Maribel Arriola, martire in El Salvador.

 

17_ANTONIO ABATE.JPGNato nell’anno 250, a Come, in Egitto, a vent'anni Antonio, dopo aver letto nel Vangelo l’esortazione di Gesù: “Se vuoi essere perfetto, va’ vendi tutti i tuoi beni e dalli ai poveri, poi vieni e seguimi, e avrai un tesoro nei cieli”, decise che valeva la pena di fidarsi e lo fece, letteralmente, abbandonando ogni cosa. Presto seguito da decine, poi centinaia di giovani e meno giovani,  che intendevano esprimere così la loro radicale contestazione alla logica con cui il mondo era organizzato. Abitò per un tempo tra antiche tombe abbandonate, per poi ritirarsi sulle rive del Mar Rosso, dove visse fino a quando la morte lo colse nel 356, all’etá di 106 anni. La trasparenza della sua personalità, la coerenza della sua testimonianza  richiamarono durante tutti gli anni della sua avventura nel deserto schiere di pellegrini di ogni ceto e condizione, desiderosi di essere confermati nella fede, consigliati o confortati. 

 

17 Silvia Maribel Arriola.jpgDi Silvia Maribel Arriola non sappiamo molto. Il martirologio latino-americano dice che era una religiosa salvadoregna. Faceva parte di una comunità, nata dalle comunità di base del Salvador, approvata canonicamente da mons. Romero con il nome di “Religiose per il popolo”. Silvia fu per molti anni segretaria di mons. Romero, davanti al quale fece la sua professione religiosa. Amica di tutti, animatrice di comunità, scelse di accompagnare come infermiera le formazioni di resistenti del Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale. Cadde uccisa assieme ad altri compagni durante un incursione dell’esercito, il 17 gennaio 1981. Aveva solo trent’anni. La chiamavano la “donna del sorriso”.  

 

I testi che la liturgia odierna propene alla nostra riflessione sono tratti da:

1° Libro di Samuele, cap.16,1-13; Salmo 89; Vangelo di Marco, cap. 2,23-28.

 

La preghiera del martedì è in comunione con le tradizioni religiose del Continente africano.

 

La raffigurazioni del diavolo presenti nell’immaginario popolare, se un tempo potevano generare paura, oggi non aiutano a prenderlo troppo sul serio. Eppure la presenza e l’azione di ciò che esso significa è più comune di quel che normalmente si pensi. Rafael, memore forse di antiche catechesi, suggerisce, quando se ne parla, di chiamarlo, secondo l’etimoltogia che ne è all’origine, il divisore. Diavolo è allora chi e ciò che ci divide interiormente, allontanandoci dalla verità del nostro essere; ed è anche chi e ciò che oppone, separa, discrimina, crea inimicizia, sfruttamento, oppressione, genera diffidenza, paura, indifferenza, odio, intolleranza, violenza; ma,  così, è anche chi e ciò che ci divide da Dio e dal suo significato, che è il contrario di tutte queste cose. Tenendo presente questo, è facile intendere cosa volesse dire Antonio il Grande ai suoi fratelli monaci in questo brano di lettera che, nel congedarci, vi proponiamo come nostro  

 

pensiero del giorno

Ora voglio, figli, che sappiate che, da quando Dio si è mosso in nostro soccorso fino ad oggi, tutti quelli che si sono allontanati dal bene e hanno compiuto le opere malvagie dei demoni sono considerati figli degli stessi demoni. Lo san­no coloro che appartengono al loro numero e, per questo, hanno tentato di far sì che ciascuno di noi segua la propria volontà. Sanno che il diavolo è precipitato dal cielo a causa della superbia e per questa ragione aggrediscono soprattutto coloro che hanno raggiunto un notevole grado di santi­tà, perché essi si servono del nostro orgoglio e della nostra vanagloria. Sanno che in questo mo­do ci hanno allontanati da Dio, sanno che chi ama il prossimo ama Dio, e così i nemici della virtù piantano la loro fonte di divisione nei no­stri cuori perché fra di noi ci sia un’inimicizia ta­le da non consentirci di parlare, neppure a di­stanza, col nostro prossimo. Voglio, o figli, che sappiate che ci sono stati molti altri che nella loro vita hanno sostenuto grandi fatiche, ma, perché privi di discernimen­to, sono periti. In verità, figli, non credo che ci si debba stupire se, per negligenza e per mancanza di discernimento, voi cadrete al livello del diavolo per aver pensato di essere vicini a Dio e, in at­tesa della luce, finirete avvolti dalle tenebre. Per­ciò Gesù ha voluto che voi vi cingiate di un pan­no e laviate i piedi ai più piccoli di voi (Gv 13,4‑5). Egli stesso ci ha dato l’esempio per insegnarci a non dimenticare la nostra origine. La superbia, infatti, ha segnato l’inizio della nostra caduta; la super­bia è apparsa per prima. Disponetevi, dunque, alla più grande umiltà con tutto il vostro cuore, con tutta la vostra mente, con tutta la vostra ani­ma, con tutto il vostro corpo: solo così ereditere­te il regno di Dio. (Antonio Abate, Lettere, IV, 11).

 

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

16/01/2012

Giorno per giorno - 16 Gennaio 2012

Carissimi,

“Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?” (Mc 2, 18). E tre. Un’altra polemica sollevata dai religiosi, di diverso orientamento per altro, nei confronti di Gesù e dei suoi. L’evangelista Marco le mette tutte in fila, una di seguito all’altra, benché, presumibilmente, si siano date in occasioni diverse, più dilazionate nel tempo. E sembra di vedere il livore con cui certi gruppi, pezzi di istituzioni, spazi virtuali (e persino qualche giornalista di cose religiose, che dovrebbe almeno dar mostra di maggior equilibrio) sparano contro le altrui pratiche o innovazioni pastorali e liturgiche. Accadeva anche allora.  Era tutto previsto, nell’ordine delle cose. Gesù si limita a riportare il discorso nell’ambito della vita. Il simbolo religioso, come ogni altro simbolo, ha senso solo se parla alla e della vita concreta. Se no, è semplice espressione, spirituale finché si vuole, di narcisismo, esibizionismo e culto di sé. Anche quando si prospetta nelle forme dell’ascesi, della penitenza, delle pie devozioni e delle sante adorazioni. Se lo Sposo - il Regno e le sue figure -  è presente, non c’è verso, bisogna far festa. Se, al contrario, lo Sposo ci è stato tolto, se domina l’egoismo, la prepotenza, la violenza, digiuneremo, saremo cioè solidali con chi ne è vittima, fino a che giustizia, pace e armonia regneranno nuovamente tra noi.

 

Oggi il calendario ci porta le memorie di Roberto de Nobili,  missionario e sannyasi gesuita, e di Achaan Chah, monaco e maestro buddhista.

 

16 DE NOBILI.jpgRoberto de Nobili era nato nel 1577 a Montepulciano, in Toscana, ed era entrato ventenne nella Compagnia di Gesù, a Napoli. Terminati gli studi, nell’ottobre 1604, partì come missionario alla volta dell’India, sbarcando nella città di Goa, il 20 maggio 1605. Ben presto, il missionario si rese conto della diffidenza e dell’ostilità che circondava l’azione dei missionari europei, sommariamente identificati come agenti della penetrazione coloniale. Sulla falsariga di quanto aveva compiuto, in Cina, il suo confratello Matteo Ricci (1552-1610), de Nobili fece sua la sfida dell’inculturazione del messaggio cristiano. Recatosi nella citta di Madurai, studiò le lingue tamil, telugu e sanscrito, fino a dominarle completamente e prese poi ad approfondire la cultura e la religione hindu, guadagnandosi via via il rispetto e la considerazione dei bramini locali. Col permesso dei superiori, lasciò la tonaca nera per vestire la tunica rosso-ocra dei santoni hindu; prese ad abitare in una semplice capanna e adottò la dieta semplice e vegetariana, caratteristica del luogo. Ma, più ancora,  smise di ricorrere a concetti e terminologia mutuati dalla filosofia greca, per assumere quelli della filosofia e religione indiane. Questo non mancò di procurargli qualche fastidio e perfino qualche fulmine ecclesiastico di troppo. Ma, tutto è bene quel che finisce bene, e il nostro con ostinazione profetica, non si lasciò intimorire. Appellatosi a Roma, si vide resa giustizia dal papa Gregorio XV, nel 1621. Scrisse numerosi trattati in tamil, telegu e sanscrito.  Dopo una vita spesa nella preghiera, nello studio e nel dialogo,  de Nobili morì quasi cieco, a Mylapore, il 16 gennaio 1656. Tre anni dopo la sua morte, l’ufficio di Propaganda Fide richiamava in qualche modo l’esperienza del gesuita, affermando senza ambiguità che i missionari europei non dovevano portarsi appresso i bagagli culturali di Francia, Spagna o Italia o di qualsivoglia altra parte d’Europa, ma solo la Fede, che non rifiuta, né intende pregiudicare, riti e costumi delle popolazioni evangelizzate.

 

16 Ajahn_Chah.jpgAchaan Chah nacque il 17 giugno 1918, in una famiglia agiata di un villaggio agricolo, nella Tailandia nordorientale. Novizio all’età di nove anni, ricevette l’ordinazione monastica a vent’anni, decidendo così di seguire l’austera vita dei monaci della foresta, nell’ambito della tradizione buddhista therevada. Un influsso indelebile ebbe sulla sua vocazione la figura di Achaan Mun, che lo guidò sulla via della meditazione. Divenuto lui stesso maestro di meditazione, nel 1954 si stabilì in un bosco nei pressi della città natale, dove diede vita al Wat Pah Pong, il primo monastero della foresta, da cui sarebbero sorti negli anni successivi altri ottanta monasteri simili, sparsi in tutta la Tailandia. Spese la vita nella povertà, insegnando a combattere l’avidità, l’avversione, l’illusione, con pazienza e perseveranza. Achaan Chah morì il 16 gennaio 1992 in seguito ad una lunga malattia. Un milione di persone, giunte da tutto il paese, seguì i suoi funerali.

 

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:

1° Libro di Samuele, cap. 15,16-23; Salmo 50; Vangelo di Marco, cap. 2,18-22.

 

La preghiera di questo lunedì è in comunione con le comunità del sangha buddhista.

 

É tutto e noi ci congediamo. Lasciandovi ad un insegnamento di Achaah Chah, tratto dal suo libro “Cibo per il cuore” (Ubaldini). Che è per oggi i nostro

 

pensiero del giorno

La maggior parte della gente è confusa. Ma andate a farglielo capire! Tutto è diventato rito, rituale, cerimonia esoterica. Recitano i sutta , ma lo fanno ottusamente, non saggiamente. Studiano, ma ottusamente, non con saggezza. Sanno, ma è un sapere ottuso, e non saggio. Sicché alla fine i loro modi sono ottusi, la loro vita è ottusa, la loro sapienza è ottusa. Proprio così. Per non parlare degli insegnanti... oggi come oggi riescono solo a istupidire la gente. Pretendono di produrre gente intelligente, di diffondere la conoscenza, ma se consideriamo la verità dei fatti l’unica cosa che insegnano è andare a caccia di vane illusioni. Lo scopo vero dell’insegnamento è la percezione diretta della vacuità dell’io, o attā , che non possiede un’identità permanente. È privo di esistenza intrinseca. Ma la gente viene a studiare il Dhamma per alimentare la propria fede nell’io, perciò non è disposta ad affrontare sofferenza o disagio. Vorrebbe che fosse tutto rose e fiori. Forse vuol trascendere la sofferenza, ma se ancora c’è un ‘io’, come spera di riuscirci? Riflettete... Immaginiamo di entrare in possesso di un oggetto molto costoso. Non appena è diventato nostro, ecco che la mente cambia: “Dove potrei conservarlo? Se lo lascio lì, me lo potrebbero rubare...”. Questa ricerca del posto adatto ci mette in una terribile ambascia. Quando è avvenuto il cambiamento? Nell’attimo stesso in cui l’oggetto è diventato nostro: la sofferenza è nata precisamente in quel momento. Mettetelo pure dove volete: l’ansia perdura, il problema rimane. Seduti, camminando o coricati, continuiamo a preoccuparci. Questo è sofferenza. E quando si è prodotta? Non appena ci siamo accorti di aver acquisito qualcosa; ecco l’origine della sofferenza. Prima di possedere quell’oggetto, la sofferenza non c’era. Non si era ancora prodotta perché ancora non aveva un oggetto a cui attaccarsi. Stesso discorso vale per attā, l’io. Se pensiamo in termini di ‘io’, eccco che intorno a noi tutto diventa ‘mio’. Di qui la confusione. E perché? La causa di tutto è quell’ ‘io’; non grattiamo l’apparenza per scoprire il trascendente.  L’io, sappiatelo, è pura apparenza. Dovete grattare l’apparenza per vedere quello che c’è sotto, ossia il trascendente. Rovesciate l’apparenza, e trovate il trascendente. (Achaan Chah, Cibo per il cuore).

 

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

15/01/2012

Giorno per giorno - 15 Gennaio 2012

Carissimi,

“Il giorno dopo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: Ecco l’agnello di Dio!” (Gv 1, 35). Questo testo, lo si era già letto una decina di giorni fa, ed ecco che la liturgia di questa seconda domenica del tempo comune ce lo ripropone, come una porta d’ingresso alla lettura del vangelo di Marco che ci accompagnerà lungo le domeniche di quest’anno liturgico. Giovanni Battista, già il giorno prima,  aveva additato in Gesù “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv 1, 19). Ora, vedendolo passare, lo ripete, fissandolo intensamente, a due suoi discepoli. Che, sentendolo parlare così, si mettono a seguirlo.  È la raffigurazione di una chiesa incipiente, che ha, necessariamente, al suo centro l’agnello di Dio - Dio stesso - che prende su di sé, e perciò, rimuove il male e il peccato del mondo. E noi siamo chiamati a coglierne il passaggio, inedito, imprevisto e improvviso, nella figura dell’agnello inerme, in ogni esperienza che ne ripete il significato. E dobbiamo preoccuparci di fissare in esso lo sguardo, obbedendo (ob audire = dare ascolto)  alla parola che abbiamo ascoltato, senza lasciarci sviare da altri oggetti, che richiamano la nostra attenzione con la pretesa dell’assoluto. Sapendo che Lui, guardandoci a sua volta,  ci porrà la domanda: Che cercate? (v. 38). Che cercate davvero? E noi gli chiederemo invariabilmente: dove abiti? Perché abbiamo fame di un posto sicuro e stabile. E Lui: Venite e vedrete. E non finiremo mai di camminare. Perché Lui abita nel cammino.  Divino imbroglione che è.

 

I testi che la liturgia di questa II Domenica del Tempo Comune propone alla nostra riflessione sono tratti da:

1° Libro di Samuele, cap. 3,3-10.19; Salmo 40; 1ª Lettera ai Corinzi, cap. 6,13-15.17-20; Vangelo di Giovanni, cap. 1,35-42.

 

La preghiera della domenica è in comunione con tutte le comunità e chiese cristiane.

 

Oggi è memoria di don Zeno Saltini, profeta di una società fraterna, e di Olivier Clément, teologo ortodosso e testimone di ecumenismo.

 

15 don zeno.jpgZeno Saltini era nato, nono di dodici fratelli,  il il 30 agosto 1900, a Fossoli di Carpi (Mo). A quattordici anni, lasciati gli studi,  scelse di lavorare nei poderi della famiglia, entrando così in contatto con la dura realtà dei braccianti. Dopo il servizio militare, l’intenzione di difendere come avvocato coloro che non potevano pagarsi un difensore, lo portò a laurearsi in legge, e poi a decidere di farsi prete, per cercare piuttosto di prevenire che ci fossero quelli che finiscono in galera. Quando, nel 1931, celebrò la sua prima messa, adottò come figlio un ragazzo di 17 anni appena uscito dal carcere. Sarà il primo di molti. Dieci anni dopo, una ragazza fuggita di casa accettò di diventare la mamma “di vocazione” dei più piccoli tra gli ospiti di quella strano prete. Anche lei seguita da molte altre. Alla fine della seconda guerra mondiale (durante la quale molti componenti integrarono le file della resistenza antinazista), occupato il campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi, don Zeno e i suoi costruirono la loro città. Accanto alle famiglie di mamme di vocazione si formarono le prime famiglie di sposi, che chiesero a don Zeno di accogliere i figli abbandonati, decisi ad amarli come quelli che sarebbero nati dal loro matrimonio. Nacque così Nomadelfia, che significa “Dove la fraternità è legge”. Le pressioni politiche dei partiti di destra e la difficile situazione economica degli anni che seguirono portarono al tentativo di “abolire” Nomadelfia.  Il Sant’Ufficio ordinò a don Zeno di lasciare. Costretti ad abbandonare Fossoli, i nomadelfi si rifugiarono a Grosseto, in una grande tenuta da bonificare, frutto di una donazione. Per restare fedele alla sua famiglia, il prete chiese ed ottenne dal Papa, nel 1953, la rinuncia all'esercizio del sacerdozio. Anni più tardi, quando, nel 1961 i nomadelfi si diedero una nuova Costituzione come associazione civile, don Zeno chiese alla Santa Sede di riprendere l'esercizio del sacerdozio. Il 22 gennaio 1962 celebrò la sua “seconda prima messa”. Il papa, ricevendo i Nomadelfi, nell’agosto 1980, per una serata di festa, disse: “Se siamo chiamati ad essere figli di Dio e tra noi fratelli, allora la regola che si chiama Nomadelfia è un preavviso e un preannuncio di questo mondo futuro dove siamo chiamati tutti”. Qualche mese dopo,  don Zeno, colpito da infarto, moriva a Nomadelfia. Era il 15 gennaio 1981.

 

15 Olivier_Clement.jpgOlivier Clément nacque ad Aniane, in Llenguadoc (Francia), il 17 novembre 1921, e crebbe in una famiglia agnostica. Dopo gli studi all’Università di Montpellier, cominciò ad interessarsi alla storia del cristianesimo e alle chiese orientali. Più tardi, sotto l’influenza degli scritti di Berdiaev e di Looskij, del quale divenne allievo ed amico, si convertì al cristianesimo, chiedendo ed ottenendo di essere battezzato nella parrocchia francofona del Patriarcato di Mosca a Parigi. Insegnò per molto tempo storia al Lycée Louis-le-Grand a Parigi e fu professore all’Istituto di Teologia Ortodossa San Sergio, affermandosi come uno dei teologi più stimati dell’Oriente ortodosso e, certo, uno tra i più attenti agli interrogativi della modernità, cui cercò di rispondere con una riflessione insieme profonda e poetica, in una ripresa sempre creativa e innovatrice della tradizione.  Dal 1967 al 1997, fu membro del comitato misto di dialogo teologico cattolico-ortodosso e degli incontri bilaterali fra ortodossi e protestanti. Negli ultimi decenni è stato interlocutore di grandi figure della vita delle chiese dell’ultimo secolo; tra gli altri: il Patriarca Atenagora di Costantinopoli, Giovanni Paolo II, il prete e teologo rumeno Dumitru Stăniloae, l’archimandrita Sofronio del monastero di Maldon (Gran Bretagna), Frère Roger Schutz di Taizé. Ma, più ancora, ha avuto un ruolo determinante e significativo nell’orientare e aiutare la ricerca di senso, il cammino di fede, il desiderio di dialogo, di molti altri. Clément si è spento a Parigi, il 15 gennaio 2009.

 

Giornata Mondiale rifugiato 0.jpgLa Chiesa cattolica celebra in questa domenica la novantottesima edizione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Il tema proposto dal papa per quest’anno è  Migrazioni e nuova evangelizzazione”. Nel messaggio scritto per questa occasione, Benedetto XVI sottolinea il fatto che “i rifugiati che chiedono asilo, fuggiti da persecuzioni, violenze e situazioni che mettono in pericolo la loro vita, hanno bisogno della nostra comprensione e accoglienza, del rispetto della loro dignità umana e dei loro diritti, nonché della consapevolezza dei loro doveri. La loro sofferenza invoca dai singoli Stati e dalla comunità internazionale che vi siano atteggiamenti di mutua accoglienza, superando timori ed evitando forme di discriminazione e che si provveda a rendere concreta la solidarietà anche mediante adeguate strutture di ospitalità e programmi di reinsediamento. Tutto ciò comporta un vicendevole aiuto tra le regioni che soffrono e quelle che già da anni accolgono un gran numero di persone in fuga e una maggiore condivisione delle responsabilità tra gli Stati”. Rivolge poi un pressante appello perché “le comunità cristiane riservino particolare attenzione per i lavoratori migranti e le loro famiglie, attraverso l’accompagnamento della preghiera, della solidarietà e della carità cristiana; la valorizzazione di ciò che reciprocamente arricchisce, come pure la promozione di nuove progettualità politiche, economiche e sociali, che favoriscano il rispetto della dignità di ogni persona umana, la tutela della famiglia, l’accesso ad una dignitosa sistemazione, al lavoro e all’assistenza”.

 

L’11 febbraio 1953, don Zeno Saltini scrisse una lettera severa e accorata a Mons. Montini, allora Pro Segretario della Segreteria di Stato di Pio XII, denunciando l’incapacità della Curia romana di leggere alla luce del Vangelo o con il criterio del semplice diritto alla vita la realtà italiana del tempo.  La lettera non ebbe risposta, ma neppure censura da parte della Santa Sede. Noi la troviamo nel libro (dono della nostra amica Carla) “Zeno. Un’intervista, una vita” (Libreria Editrice Fiorentina). Ed è, per oggi, il nostro

 

PENSIERO DEL GIORNO

Stiamo in guardia, Eccellenza, che un’insidia ci potrebbe rovinare tutti; dice la povera gente: “pancia piena non sa di vuota”. Non sarebbe male scrivere questa sentenza popolare in tutti i messali, sulle copertine, sui breviari e sui libretti di preghiere dei fedeli, ai piedi del crocifisso, sui registri di cassa, non si sa mai. Se il Santo Padre vuole scendere e dare una mano a questa povera umanità abitante su tutta la terra, che sta per essere travolta dal più feroce dei cataclismi, non ha altra via che questa: ragionieri al Santo Uffizio e agire dall’alto in basso. Tutto il mondo tornerebbe a sperare nella vita. Per parte mia questo è un preciso e doveroso atto di fede. E di che possiamo temere? Tutt’al più i nemici della giustizia ci impiccheranno, cosa che per il Santo Padre, per gli Eminentissimi Cardinali, Vescovi, sacerdoti e fedeli costituisce il più ambito coronamento della nostra missione. [...] La presenza di un solo bambino, di una sola vedova, di un solo uomo che piange desolato la negazione del diritto alla vita per causa dell’ingiustizia sociale, autorizza tutta la chiesa a cambiare di rotta. Invece non siamo uno solo, siamo a milioni e milioni. Tutto questo sembra una fiaba, invece è fiabesco voler conservare le false posizioni che oramai sono scandalo al mondo intero che, grazie a Dio, comincia ad aprire gli occhi. Abbiamo parlato anche troppo. Non stiamo ad esaltarci per il bene fatto dai santi, facciamo quello che resta da fare. Ho finito, Eccellenza, adesso cominciate. Voi dall’alto del Vaticano. Questa è una terribile invocazione. Voi siete sacerdoti e io pure sono sacerdote. È molto grave simile contrasto tra noi, eppure c’è: è un abisso pauroso. (Zeno. Un’intervista, una vita).

 

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.