Giorno per giorno – 20 Giugno 2022

Carissimi,
“Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?” (Mt 7, 1-3). Per dirla con una sorta di proverbio di qui: “Quando punti il dito per giudicare qualcuno, altre tre dita sono puntate verso te”. Ma non c’è verso, giudicare è forse l’attività più frequente a cui ci dedichiamo: con essa imprigioniamo la persona dell’altro nel suo errore (sempre che sia davvero errore), e, quel che è peggio, usurpiamo un posto che non ci compete, quello di un io giudicante, che si nega alla verità di Dio, il quale “non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3, 17). E questa è davvero un’imperdonabile trave nel nostro occhio a fronte di un qualsiasi errore. Il giudizio maligno sull’altro rivela infatti la perdurante e peggiore malignità del mio cuore. Anche e soprattutto se fatto in nome di Dio. Vale allora la pena di dedicarc un po’ del nostro tempo a frenare questa nostra frenesia del giudizio, aprendoci allo sguardo fraterno appreso da Gesù. Nei confronti nostri e degli altri.

Il nostro calendario ecumenico ci porta oggi la memoria di Padre Rafael Palacios, martire per amore della sua gente in El Salvador, di Nicola Cabàsilas, teologo laico, e di Abu Yazid al Bistami, mistico musulmano.

Rafael Palacios era nato il 16 ottobre 1938 a Talcualuya de San Luis Talpa, figlio di don Rafael e doña Concepción. Dopo il trasferimento della famiglia a Suchitoto, era entrato in seminario e al termine degli studi era stato ordinato sacerdote, svolgendo il suo ministero nelle parrocchie di Tecoluca e della Cattedrale, nella diocesi di San Vicente e, in seguito, nell’archidiocesi di San Salvador, nella parrocchia di Santa Tecla, a Ilopango, e in quella di San Francisco Mexicanos, a San Salvador, dove fu inviato in sostituzione di padre Octavio Ortiz, assassinato nel gennaio 1979. Prete totalmente consacrato alla causa del Vangelo, visse poveramente, collocandosi al servizio dei più poveri, senza paura di denunciare apertamente tutto ciò che vedeva violare le regole elementari della verità e della giustizia. Ripetutamente minacciato dalla formazione Unión Guerrera Blanca, fu ucciso il 20 giugno 1979. Mons. Romero celebrò i suoi funerali il giorno successivo e, al termine dei nove giorni di lutto, volle che un’unica messa fosse celebrata in tutto il Paese, da lui stesso presieduta, in onore di padre Rafael, degli altri sacerdoti assassinati, ma anche come protesta per il sangue di tanti fratelli cristiani e non cristiani.

Nicola Cabàsilas nacque a Salonicco nel 132o in una famiglia aristocratica. Ricevuta la sua prima formazione umana e spirituale presso suo zio, Nilos Cabasilas, arcivescovo di Salonicco e discepolo di san Gregorio Palamas, fu inviato alla scuola filosofica di Costantinopoli, dove ricevette un’ottima formazione giuridica e letteraria. Questo fece sì che Nicola diventasse un giurista di fama, esperto in diritto civile e canonico, e fosse chiamato come consulente alla corte dell’imperatore Giovanni VI Cantacuzenes. Scrisse importanti trattati sulla giustizia sociale e contro l’usura e fu spesso invitato a mediare nelle controversie politiche e teologiche che insorgevano periodicamente nella vita di corte e nell’istituzione ecclesiale. Alla nomina di Callisto I a patriarca di Costantinopoli, Cabasilas ritenne giunto il tempo di ritirarsi da ogni impegno pubblico, dedicandosi da allora a rendere accessibile ai semplici fedeli le ricchezze della vita spirituale, in qualche modo fino ad allora monopolio delle comunità monastiche. Di questo periodo ci restano due grandi opere: la Vita in Cristo e L’interpretazione della santa liturgia. Nulla sappiamo dei suoi ultimi anni, salvo il fatto che morì probabilmente verso il 1390. Fu canonizzato dal Patriarcato di Costantinopoli nel 1983.

Conosciamo poco della vita di Abu Yazid al Bistami, nato a Bistam (nel Khorasan, regione dell’attuale Iran) verso l’801 (187 dell’era islamica). Ma quel che ci è noto, ce lo mostrano disposto a lasciarsi sbalzare più di una volta dal cavallo delle sicurezze via via acquisite. Le massime che di lui ci sono state tramandate fanno pensare si sia trattato di un uomo dalla profonda cultura religiosa, scrupolosamente ancorato all’osservanza della legge. Per molto tempo si dedicó ad un’ascesi rigorosa, e tuttavia si accorse che tutto ciò contribuiva a rafforzare l’io invece di portarlo a centrarsi solo su Dio. Confesserà allora che “quelli il cui velo tra essi e Dio è più spesso sono tre categorie di persone: l’asceta per la sua ascesi, il devoto per la sua devozione, il colto per la sua cultura”. Per trovare Dio, l’unico mezzo a disposizione è spogliarsi dell’io. Disse: “Mi sono squamato del mio io come il serpente si squama della sua pelle. Poi mi sono riguardato e ho trovato che ero Lui”. Morí nell’857 ( 234 dell’era islamica).

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
2º Libro dei Re, cap.17, 5-8. 13-15. 18; Salmo 60; Vangelo di Matteo, cap.7, 1-5.

La preghiera di questo lunedì è in comunione con i fedeli del Sangha buddhista.

Oggi si celebra la Giornata internazionale del rifugiato. Indetta dalle Nazioni Unite, viene celebrata il 20 giugno per commemorare l’approvazione nel 1951 della Convenzione sui profughi (Convention Relating to the Status of Refugees) da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Venne celebrata per la prima volta il 20 giugno 2001, nel cinquantesimo anniversario di questa Convenzione. Che queste ricorrenze ci aiutino a prendere sempre più coscienza nella necessità che si diano risposte, sotto il segno della solidarietà, dell’impegno comune e con il contributo di tutti, all’altezza della sfida che abbiamo davanti.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura un brano di Nicola Cabàsilas, tratto dal suo “La vita in Cristo”. Che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Si può godere per la presenza di ciò che amiamo o anche per la speranza. Godiamo per la speranza, dice Paolo, come se l’amore e la gioia avessero lo stesso oggetto. Infatti, nella misura in cui amiamo, di questo siamo felici, sia per noi stessi che a motivo degli altri. Vi sono alcuni che sono contenti da sé perché hanno un’indole buona e incontrano amici benevoli. Tuttavia l’uomo virtuoso, il quale sa che solo il bene è amabile, si rallegra solo del bene, sia in sé che negli altri: o perché gli somigliano nei costumi, o perché lo aiutano nel bene. Inoltre l’uomo buono si rallegra del bene altrui, e se uno compie il bene realizza l’apice dei suoi voti e dei suoi desideri. Questa è la forma più generosa del piacere, quando si mette in comune il piacere dell’anima: allora non si desidera soltanto se stessi o le proprie cose, non si cerca esclusivamente il proprio onore, non si ama il guadagno, ma, quando gli altri vincono, ci si ritiene incoronati. Così l’uomo trascende la sua natura e si fa simile a Dio che è il bene universale. In altre parole, quando uno si rallegra del bene che vede negli altri non meno di quello che vede in sé, vuol dire che ama il bene per il bene e non per la propria utilità. Ogni pianta dà il suo frutto: volere il bene di tutti e rallegrarsi della loro buona fama è proprio degli uomini buoni; e questo è il segno che si può proporre per riconoscere la bontà perfetta, come il frutto rende manifesto il vigore della pianta che l’ha prodotto. (Nicola Cabasilas, La vita in Cristo, VII, 50-51).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 20 Giugno 2022ultima modifica: 2022-06-20T21:29:56+02:00da fraternidade
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