Giorno per giorno – 28 Aprile 2021

Carissimi,
“Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12, 44-45.47). Semplice, ma non troppo. Credere in Dio è credere in Gesù. Vedere l’invisibile Dio è possibile soltanto guardando a Gesù, così come ci è stato trasmesso dai Vangeli, in tutti i segni e le parole che ci ha lasciato, sino all’ultimo e definitivo segno con cui ci ha trasmesso l’immagine più inconcepibile di Dio, quella in cui egli si consegna alla morte per amor nostro, perdonando i suoi carnefici. Che siamo poi anche noi, negandoci alla sua logica. Ogni altra immagine di Dio (ricordiamo la proibizione di farsene delle immagini presente nell’Antico Testamento) è giocoforza proiezione della volontà di potenza o delle paure dell’uomo, che lo riduce perciò a idolo, con le sue stesse caratteristiche, moltiplicate però all’inifinito. Del tutto funzionale a mantenere un ordine basato sul dominio e il privilegio di alcuni e sulla paura e l’oppressione dei più. La croce è la negazione più conseguente del’idolo del potere su cui si regge il Sistema-mondo. Se noi, dopo aver ascoltato le sue parole – che dicono la vita nel segno del dono e del perdono -, consapevolmente le rifiutiamo, non siamo da lui condannati, dato che lui si è fatto carico della nostra incapacità di aderire alla sua proposta. Ciò che ci condannerà (v. 48) sarà il nostro negarci alla dimensione di figli, che rappresenta la nostra natura e vocazione più vera, consegnandoci così a quel nulla, da cui potrà riscattarci solo la sua indomabile volontà di salvezza.

Oggi è memoria di Jacques Maritain, filosofo, mistico, piccolo fratello di Gesù, e di James Cone, teologo e pastore afroamericano.

Jacques Maritain era nato a Parigi, il 18 novembre 1882, da Geneviève Favre, figlia dello statista francese Jules Favre, e di Paul Maritain, un avvocato di fama. Educato nel protestantesimo liberale, Jacques aveva studiato al Liceo Enrico IV e poi Filosofia e Scienze Naturali alla Sorbona. È qui che il giovane incontrò Raissa Oumançoff, ebrea di origine russa, naturalizzata francese, con cui si sentì subito in sintonia per interessi, ideali e tormenti interiori. Fu una conferenza di Henri Bergson, professore al College de France, che rivelò loro il senso dell’assoluto e li spinse a voler vivere l’avventura della vita. L’incontro, poi, con lo scrittore Leon Bloy li portò a contatto del cattolicesimo e delle sue storie di santità e di grazia e li indusse, nel 1906, a chiedere il battesimo. Poco dopo, insieme, pur nella scelta irrevocabile della devozione e dell’amore reciproco, promisero di vivere il celibato del regno, facendo voto di castità. Con la sorella di Raissa, Vera, avviarono un sodalizio spirituale, che durerà tutta la vita. Convinti che la contemplazione chiede non di lasciare i chiostri e i conventi, ma di uscire e di espandersi fuori, di scendere nelle strade del mondo, si fecero apostoli della chiamata universale alla vita mistica, come via alla perfezione della carità. In quegli stessi anni Maritain abbandonò definitivamente la filosofia bergsoniana, identificandosi sempre più nell’opera di Tommaso d’Aquino, che caratterizzerà tutta la sua produzione successiva. Durante la Seconda Guerra Mondiale, i Maritain si trasferirono negli Stati Uniti, dove Jacques continuò la sua attivita di pubblicista e di professore di filosofia, insegnando, a New York, nelle università di Princeton e della Columbia, e tenendo conferenze in numerose città americane. Dal 1944 al 1948 fu inviato a Roma quale ambasciatore di Francia presso la Santa Sede. Dal 1948 al 1960 i Maritain si trasferirono nuovamente negli USA. Nel 1960, durante uno dei periodici viaggi in patria, Raissa morì, il 4 novembre, a Parigi. Tenendo fede ad una promessa che si erano fatta, Maritain scelse di vivere l’ultimo tratto della sua vita in una comunità religiosa, quella dei Piccoli fratelli di Gesù, a Tolosa. Durante il Concilio ecumenico Vaticano II, Paolo VI lo interpellerà spesso sulle questioni più dibattute. Nel 1970, a ottantotto anni, Maritain cominciò il suo anno di noviziato per entrar a far parte a pieno titolo della famiglia di Charles de Foucauld. Morì, novantunenne, il 28 aprile 1973.

James Hal Cone, metodista, è uno dei più conosciuti teorizzatori della “teologia nera” (Black theology), una forma di teologia della liberazione che si propone di ripensare la fede cristiana a partire dall’esperienza dei neri d’America. Nato a Fordyce (Arkansas) il 5 agosto 1936, fu professore di Teologia sistematica allo Union Theological Seminary di New York. Fu il primo a creare una teologia nera sistematica, partendo dal presupposto che i cristiani neri degli USA non possano seguire una Chiesa “bianca”, poiché essa non li ha sostenuti nella loro lotta per l’uguaglianza nei diritti umani. Benché questo tema attraversi tutta la sua opera, risulta evidente l’influenza esercitata sui suoi primi lavori da teologi bianchi come Karl Barth (su cui Cone scrisse la sua tesi di dottorato) e Paul Tillich. In risposta alle critiche di altri teologi neri (tra cui suo fratello Cecil), Cone iniziò a fare maggior uso delle risorse native delle comunità cristiane afroamericane nel suo lavoro teologico, compreso gli spiritual degli schiavi, il blues, e degli scritti di importanti pensatori afroamericani come Malcom X, Martin Luther King Jr., David Walker, e altri. È morto New York, il 28 aprile 2018.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.12, 24 – 13, 5a; Salmo 67; Vangelo di Giovanni, cap.12, 44-50.

La preghiera del mercoledì è in comunione con tutti gli operatori di pace, quale ne sia la religione, la cultura o la filosofia di vita.

È tutto, anche per stasera. E noi ci congediamo qui, offrendovi in lettura una citazione di James Cone, tratta dal suo libro “La teologia nera della liberazione e Black Power” (Claudiana). Che è, così, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Ci sono due motivi che fanno della teologia nera una teologia cristiana e forse l’unica espressione della teologia cristiana in America. Il primo è che non ci può essere teologia dell’evangelo che non sgorghi da un popolo oppresso; difatti Dio si è rivelato in Cristo come un Dio la cui giustizia è inseparabile dai deboli e dai miseri della società umana. Lo scopo della teologia nera è interpretare l’attività di Dio, in quanto Dio che è in rapporto col popolo nero oppresso. In secondo luogo, la teologia nera è una teologia cristiana perché è centrata su Gesù Cristo. Non ci può essere nessuna teologia cristiana che non abbia Gesù Cristo come suo punto di partenza. Per quanto la teologia nera ponga la condizione nera come dato di fatto primario, esa non contesta per questo il carattere assoluto della rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Anzi lo sostiene. A differenza della teologia bianca che tende a fare del fatto di Cristo un’idea astratta, intellettuale, la teologia nera crede che il popolo nero sia proprio il luogo ove Cristo è all’opera. Il fatto di Cristo nell’America del ventesimo secolo è un fatto nero, cioè un fatto di liberazione che avviene in mezzo al popolo nero, nel quale i neri riconoscono che tocca a loro scuotere le catene dell’oppressione bianca con qualsiasi mezzo ritenuto opportuno. Ecco quel che la rivelazione di Dio significa per l’America nera e bianca, ed ecco perché la teologia nera può essere la sola teologia possibile nel nostro tempo. (James Cone, La teologia nera della liberazione e Black Power).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 28 Aprile 2021ultima modifica: 2021-04-28T22:16:48+02:00da fraternidade
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento