Giorno per giorno – 04 Febbraio 2021

Carissimi,
“Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti immondi. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche” (Mc 6, 7-9). Della chiamata e dell’invio dei Dodici, ne avevamo già letto nel terzo capitolo (cf Mc 3, 13-15). Ora di nuovo. Come a dire che la missione non si limita ad una volta: chiesa in uscita lo si è sempre. E ciò per cui si è inviati non cambia. Si tratta di prolungare l’azione di Gesù nel mondo. E in quei Dodici ci siamo coinvolti tutti, in comunità (quand’anche piccole, “a due a due”), per testimoniare quella comunione che elimina la semente della divisione (gli “spiriti immondi”). Qualcosa che va ben aldilà di una semplice pratica religiosa, per raggiungere la logica e la dimensione che orientano e danno forma alla convivenza sociale, nei suoi diversi ambiti. In un mondo in competizione, diviso tra oppressori e oppressi, sfruttatori e sfruttati, arricchiti e impoveriti, gli inviati di Gesù sono comandati (“ordinò loro”) di compiere una precisa scelta di campo, anche nello stile e modalità della loro presenza, personale e comunitaria. Una presenza che sia capace di testimoniare quei valori del Regno conosciuti nella persona di Gesù. Il che non avviene dall’oggi al domani. Vorrà dire che andremo apprendendo, passo a passo, a liberarci dagli idoli del Sistema, per affermare, nella povertà che avremo acquisito in forza del tesoro trovato, il fiducioso abbandono al disegno del Padre di Gesù, che ci vuole tutti fratelli, nel dare e ricevere acccoglienza, nel prenderci cura degli altri, a partire dagli ultimi e rifiutati, nel servizio gratuito e nel dono di sé. Saremo quindi Chiesa in processo di conversione. Come anche i Dodici si presero il loro tempo per capire tutto ciò che era implicato.

Il calendario ci porta oggi le memorie del Massacro di Chimaltenango, in Guatemala; e di Hans Schlaffer, martire anabattista.

Gli anni tra il 1978 e il 1983 coincisero con il periodo più violento della repressione messa in atto dal regime al potere in Guatemala, quando le operazioni militari si concentrarono nelle regioni del Quiché, Huehuetenango, Chimaltenango, Alta y Baja Verapaz, la costa meridionale e Città del Guatemala. Queste azioni, denominate “operazioni di terra spianata”, avevano come obiettivo le comunità degli indigeni maia, considerati “nemico interno”, e consistevano in indiscriminati massacri di popolazioni indifese, nella distruzione delle loro coltivazioni, vettovaglie, raccolti, bestiame, delle loro istituzioni sociali, economiche e politiche, dei loro simboli, valori e pratiche culturali e religiose. Secondo la “Comisión para el Esclarecimiento Histórico”, circa 626 massacri furono eseguiti in quegli anni. Tra questi, quello di cui noi facciamo memoria oggi. Il 4 febbraio 1981, nei villaggi di Papa-Chalá, Patzaj e Panimacac, furono massacrati dall’esercito 168 contadini, dopo che gran parte di essi erano stati torturati. Numerose donne furono impiccate, mentre i soldati incendiavanno case e raccolti e saccheggiavano scuole e oratori. Le persone che, terrorizzate, cercavono di fuggire nelle campagne circostanti e di nascondersi nei valloni, furono bombardate dagli elicotteri. Tutto era cominciato quando gli abitanti di Papa-Chalá avevano reagito con indignazione all’uccisione a calci di un neonato strappato alla madre. I massacri si ripeterono nei villaggi di Petén, San Marcos e Huehuetenango.

Di Hans Schlaffer non si conosce con precisione l’anno e il luogo della nascita. Si sa invece che fu ordinato prete nel 1511 e che, sotto l’influsso della riforma di Lutero, lasciò il ministero nel 1526, rifugiandosi nel castello del Barone di Zelkin, protestante, a Weinberg, nell’Alta Austria. Attratto dalla predicazione degli anabattisti di Hans Hut, che risiedevano nella vicina città di Freistadt, si recò nel 1527 a Nikolsburg (oggi Mikulov, nella Repubblica Ceca), quando si svolse il dibattito tra i “sostenitori della spada” (Schwertler) e “sostenitori del bastone” (Stäbler). Schlaffer si schierò con questi ultimi, optando quindi per un radicale rifiuto dell’uso delle armi anche solo a scopo difensivo. Trasferitosi poi in Baviera, iniziò una serie di peregrinazioni che lo misero in contatto di numerosi leader del movimento anabattista. Il 5 dicembre 1527 fu arrestato, assieme al correligionario Linhard Frick, nella città di Schwatz, in Tirolo, dove si era recato per partecipare a un convegno di anabattisti. Incarcerato nel castello di Frundsberg, lungi dal disanimare, scrisse otto dei nove testi che ancora si conservano, preghiere e canti spirituali. Tra essi una lunga orazione di 18 pagine, composta la notte precedente la sua esecuzione, considerata uno dei documenti più profondi e commoventi della letteratura devozionale. Il processo, svoltosi con numerose irregolarità e vere e proprie falsificazioni delle prove, si concluse con la condanna a morte di Schlaffer e di Frick, che furono decapitati il 4 febbraio 1528. Schlaffer aveva scritto che la Cena del Signore manifesta il nostro impegno ad essere sempre “pronti a dare il nostro corpo per i fratelli come Cristo si diede per noi, e a versare il nostro sangue per Cristo e la sua chiesa, nella misura in cui la fede e la prova d’amore lo esigano. Chiunque dà il suo corpo e versa il suo sangue como è stato indicato, non dà la sua vita né versa il suo sangue, ma il corpo e il sangue di Cristo, poiché noi siamo realmente membra del suo corpo”. Nei suoi scritti aveva sostenuto che l’accesso alla grazia, intesa come la Luce di Dio presente nel cuore di ogni essere umano, si estende anche agli ebrei, ai musulmani e in genere ai pagani. Era, evidentemente, un pericoloso eretico!

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Lettera agli Ebrei, cap.12, 18-19. 21-24; Salmo 48; Vangelo di Marco, cap.6, 7-13.

La preghiera del Giovedì è in comunione con le religioni tradizionali indigene.

Si è celebrata oggi la prima Giornata Internazionale della Fratellanza Umana, stabilita da una Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che ha scelto tale data, per l’incontro, avvenuto il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi tra papa Francesco e Ahmad Al-Tayyeb, Grande Imam di Al-Azhar, incontro che culminò con la firma del Documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza comune. La Risoluzione dell’ONU riconosce “il contributo che il dialogo tra tutti i gruppi religiosi può apportare per migliorare la consapevolezza e la comprensione dei valori comuni condivisi da tutta l’umanità”. Il papa ci invita a fare di questo la nostra preghiera e il nostro impegno ogni giorno dell’anno.

Il 4 febbraio 1906 nasceva a Breslavia (allora in Germania, oggi in Polonia) Dietrich Bonhoeffer, pastore luterano, tra i fondatori della Chiesa confessante, che in tempi di viltà generalizzata seppe esprimere con forza la sua opposizione al nazismo, perdendo così (no, ritrovando) la sua vita. Noi ne celebriamo la memoria nella data del martirio, il 9 aprile, ma gli rendiamo omaggio anche in questa occasione, offrendovi, nel congedarci una sua citazione. Tratta dal suo libro “Sequela” (Queriniana), è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Ma come può il cristiano sapere qual è la sua croce? Gli sarà dato quando si incamminerà dietro al Signore nella sua passione; nella comunione con Gesù riconoscerà la sua croce. Così il dolore diviene segno di riconoscimento di chi segue Gesù. Il discepolo non è maggiore del Maestro. Seguire Gesù è “passio passiva”, dover patire. Lutero così ha potuto indicare tra i segni di riconoscimento della vera Chiesa il dolore. Uno dei suoi collaboratori che prepararono la “Confessio augustana” ha definito la Chiesa come comunità di coloro “che sono perseguitati e martoriati a causa dell’Evangelo”. Chi non vuole prendere su di sé la sua croce, chi non vuol dare la sua vita perché soffra e sia respinta dagli uomini, perde la comunione con Cristo, non è suo seguace. Chi invece, al seguito di Cristo portando la croce perde la sua vita, la ritroverà proprio seguendo Cristo e nella comunione della sua croce. Il contrario del seguire Gesù è il vergognarsi di Gesù, vergognarsi della croce, scandalizzarsi della croce. Seguire vuol dire legarsi al Cristo nella sua passione. Perciò il dolore dei cristiani non è nulla di sorprendente; è, anzi, grazia e letizia perfetta. Gli atti dei primi martiri della Chiesa attestano che Cristo trasfigura nei suoi seguaci il momento del massimo dolore, dando loro l’incredibile certezza della sua vicinanza e comunione. Così, in mezzo alle più terribili torture che sopportavano per amore del loro Signore, essi ebbero la grandissima gioia e beatitudine della comunione con lui. Il portare la croce si mostrò loro come l’unico mezzo per vincere il dolore. Ma questo è vero per tutti coloro che seguono Cristo, perché era vero per Cristo stesso. (Dietrich Bonhoeffer, Sequela).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 04 Febbraio 2021ultima modifica: 2021-02-04T22:00:28+01:00da fraternidade
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