Giorno per giorno – 03 Febbraio 2021

Carissimi,
“Molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi? E si scandalizzavano di lui” (Mc 6, 2-3). Il brano racconta del ritorno di Gesù a Nazareth, la cittadina dove era cresciuto e vissuto fino a poco tempo prima, svolgendovi il mestiere di carpentiere appreso dal padre. I suoi concittadini, recatisi come d’abitudine, quel sabato, in sinagoga, trovarono lui a spiegare le Scritture. E, dice il testo, “si scandalizzavano”, nel senso che non si davano ragione di come potesse parlare così come lo udivano parlare e operare i prodigi di cui già era giunta notizia dalle località del circondario. Men che meno potevano credere che si trattasse di qualcosa di orgine soprannaturale, visto che sapevano tutto di lui e della sua famiglia. Pensarlo anche solo un profeta sarebbe già stato molto, figurarsi immaginarlo il messia e anche più di questo, di cui non vi era neppure traccia della coscienza religiosa del tempo. Del resto, anche la fama di questa cittadina della Galilea non doveva essere delle migliori, se Natanaele, nel vangelo di Giovanni, udendo che Gesù era di Nazareth, obiettò all’amico Filippo: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1, 46). Difficile pensare che Dio abbia scelto di manifestarsi in una situazione, a dir poco, così ordinaria. Eppure, per la fede cristiana, più che in qualsiasi insegnamento, la verità di Dio è detta in quell’evento, che è così la chiave di tutto: Dio si sceglie nell’oscurità, nella piccolezza, nella povertà condivisa con gli ultimi, fino alle estreme conseguenze. Tutto il resto, i dogmi, la morale, la liturgia e quant’altro si voglia, o sono in riferimento a quell’evento, o sono pura costruzione e fantasia degli uomini. Bene, cioè, male! Perché anche noi, a distanza di duemila anni, continuiamo a scandalizzarci di quella scelta di Dio (Gesù arriverà a dire che noi lo incontriamo nell’affamato, assetato, ignudo, carcerato, immigrato, infermo), per cercarlo in più tranquille devozioni, che ci distolgano da tali presenze inquietanti e ingombranti. Difficile, perciò, che egli possa operare prodigi (cf v.5). Si meraviglierà, piuttosto, dell’incredulità di cui diamo prova (cf v. 6). A meno che prenda lui stesso l’iniziativa e ci converta.

Oggi, il calendario ci porta le memorie di Biagio di Sebaste, medico, vescovo e martire; di Alois Anditzki, presbitero e martire del totalitarismo nazista; e dei quattro cappellani militari del Dorchester, che diedero la vita per salvare dei loro commilitoni.

Biagio presiedeva la Comunità di Sebaste, in Armenia, durante l’impero di Licinio (che si occupava dell’Oriente), cognato di Costantino (che invece governava l’Occidente). I due, non si sa bene perché, entravano spesso in conflitto. Nessuno dei due, del resto, era uno stinco di santo. Tanto è vero che Costantino fece strangolare Licinio a Salonicco nel 325. Ora, mentre Costantino, nel 313, aveva emesso il decreto che concedeva la libertà di culto ai cristiani, Licinio, tergiversava e lasciava mano libera ai suoi governatori, che bruciavano chiese, condannavano i cristiani ai lavori forzati e facevano fuori i loro vescovi. Tra loro, Biagio. Imprigionato, ripetutamente torturato, infine condannato alla decapitazione, raccontano di lui che mentre si recava al luogo del supplizio, vide un ragazzo tra i curiosi che assistevano al suo passaggio che stava morendo soffocato a causa di una lisca di pesce conficcatasi nella trachea. Dribblate le guardie, Biagio raggiunse il ragazzo, soccorrendolo tempestivamente. Poi riprese il suo posto nel corteo che lo portava all’arena. Il racconto ne avrebbe fatto a lungo il protettore contro le malattie della gola.

Alois Anditzki era nato nel 1914 a Radibor, un villaggio rurale del circondario di Bautzen, in Sassonia (Germania). Il desiderio di porsi al servizio del prossimo, lo portò ad entrare nel seminario di Meißen. Nel 1938 venne ordinato diacono, e un anno dopo presbitero. Svolse il suo ministerio pastorale come cappellano nella parrocchia Hofkirche di Dresda, dedicandosi soprattutto all’evangelizzazione e all’animazione dei giovani. Lì, si fece conoscere come “sacerdote umile, semplice e sempre disponibile ad aiutare il prossimo”. Nell’inverno del 1941, per aver messo in scena una rappresentazione teatrale in cui mostrava come sarebbero finiti i cristiani nella Seconda Guerra Mondiale, fu convocato in questura e arrestato, sotto l’accusa di dichiarazioni ostili nei confronti dello Stato, che ne mettevano a repentaglio la sicurezza. Venne per questo inviato dalla Gestapo nella prigione politica di Dresda, dove rimase due mesi. Allo scadere della pena, invece di essere liberato, fu inviato nel campo di concentramento di Dachau. Inutilmente la famiglia presentò ricorso alle autorità. Padre Alois fu assassinato il 3 febbraio 1943, con un’iniezione letale. Aveva ventinove anni. I suoi compagni di prigionia testimoniarono in seguito che egli passò tra loro come un santo, seminando gioia, fiducia e speranza e conquistando l’amicizia e la simpatia di tutti.

Nel ribadire che sogniamo il giorno in cui preti, pastori, rabbini, inquadrati negli organici militari, lasceranno le loro stellette (e i relativi stipendi), per testimoniare la loro obiezione ad ogni esercito e ad ogni violenza ed essere soltanto annunciatori della Parola di Pace, fedeli ad un’unica patria, quella della comune umanità, scegliamo, nondimeno, di far memoria di alcuni di loro, che hanno saputo fare la cosa giusta, anche se con la divisa [come lo è ogni divisa] sbagliata. Si chiamavano: Clark Poling (nato il 7 agosto 1910 a Columbus, nell’Ohio), ministro congregazionalista; George Fox (nato a Lewistown, in Pennsylvania, il 15 marzo 1900), pastore metodista, Johnny Washington (nato a Newark, nel New Jersey, il 18 luglio 1908.), prete cattolico e Alexander Goode (nato a Brooklyn, New York, il 10 maggio 1911), rabbino ebreo, ed erano tutti e quattro cappellani militari sull’incrociatore Dorchester, della marina Usa, durante la Seconda Guerra mondiale. La mattina del 3 febbraio 1943, la nave fu silurata. I cappellani stavano indossando i loro giubbotti di salvataggio, quando si accorsero che molti dei 900 marinai ne erano sprovvisti. Decisero unanimente di privarsene, perché almeno altri quattro potessero vivere. I sopravvissuti dissero poi che quando la nave s’inabissò, videro i cappellani con le braccia legate pregare insieme sul ponte.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Lettera agli Ebrei, cap.12, 4-7.11-15; Salmo 103; Vangelo di Marco, cap. 6, 1-6.

La preghiera del mercoledì è in comunione con tutti gli operatori di pace, quale ne sia il cammino spirituale o la filosofia di vita.

Il 3 febbraio 1909 nasceva a Parigi, Simone Weil, una delle voci più alte del secolo scorso e testimone di una fede vissuta con radicalità estrema. Noi ne facciamo memoria il 24 agosto, giorno della sua scomparsa, ma vogliamo renderle omaggio anche in questo giorno, offrendovi, nel congedarci, un brano tratto dal suo libro “L’amore di Dio” (Borla). Che è, così, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
L’infinità dello spazio e del tempo ci separa da Dio. Come lo potremmo cercare allora? Come potremmo andare a lui? Quand’anche camminassimo lungo tutti i seco¬li, non faremmo altro che girare intorno alla terra. Anche con un aereo, non potremmo fare diversamente: a noi non è concesso di avanzare in verticale, noi non possiamo fare un solo passo verso il cielo. È Dio che attraversa l’universo e viene fino a noi. Al di sopra dell’infinità dello spazio e del tempo, l’amore infinitamente più infinito di Dio viene ad afferrarci. Viene alla sua ora. Noi possiamo semplicemente acconsentire ad accoglierlo o rifiutarlo. Se restiamo sordi, egli ritorna continuamente come un mendicante, ma un giorno, proprio come un mendicante, non ritorna più. Se acconsentiamo, Dio getta in noi un piccolo seme e se ne va. Da quel momento Dio non ha più niente da fare e nemmeno noi, se non attendere. Dobbiamo soltanto non pentirci del consenso accordato, del sì nuziale. Ciò non è facile come sembra, poiché la crescita del seme in noi è dolorosa. Inoltre, per il solo fatto che accettiamo questa crescita, non possiamo fare a meno di distruggere ciò che la metterebbe in difficoltà, cioè di strappare le cattive erbe, la gramigna; purtroppo la gramigna fa parte della nostra stessa carne; quindi queste cure da giardiniere sono un’operazione violenta. Tuttavia il seme, nonostante queste cure, cresce da solo. Viene il giorno in cui l’anima appartiene a Dio; quel giorno l’anima non solo acconsente all’amore, ma amerà veramente, effettivamente. Allora lei dovrà a sua volta attraversare l’universo per andare a Dio. L’anima non ama Dio come una creatura, con un amore creato. In lei quest’amore è divino, increato, poiché è l’amore di Dio per Dio che passa attraverso di lei. Dio solo è capace di amare Dio. Noi possiamo solo acconsentire a perdere i nostri sentimenti personali per lasciare nella nostra anima il passaggio libero a questo amore. Questo significa rinnegare noi stessi. Non siamo stati creati che per questo consenso. (Simone Weil, L’amore di Dio).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 03 Febbraio 2021ultima modifica: 2021-02-03T22:20:09+01:00da fraternidade
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