Giorno per giorno – 09 Gennaio 2021

Carissimi,
“Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3, 28-30). È la risposta che Giovanni dà ai suoi discepoli quando lo informano che Gesù (a cui il Battista aveva reso testimonianza) si è messo anch’egli a battezzare e “tutti accorrono a lui” (v. 26). Se pensavano di farlo ingelosire, si sbagliavano. Dato che egli era ben cosciente del suo ruolo. Il fatto che la liturgia ci proponga questo vangelo alla vigilia della festa del Battesimo del Signore, intende forse richiamarci al carattere che deve avere la nostra testimonianza come chiesa. Mai nel senso di una autopromozione, che contraddirebbe (come spesso è accaduto e accade) la verità che si annuncia, posta sotto il segno della kenosi, lo svuotamento di sé, che caratterizza ogni storia d’amore, a partire da quella originaria di Dio che si ritrae per far posto alla sua creazione, fino alla sua manifestazione storica nella vita di Gesù, vissuta come il farsi piccolo, il più piccolo di tutti, al punto di sparire, nel consegnarsi alla morte, in funzione della vita di tutti. Una sfida non da poco, che continua ad essere, per i più, scandalo o idiozia.

Oggi il calendario ci porta la memoria di Adriano di Canterbury, abate, Suor Rosemary Lynch, profeta di nonviolenza; Christian Albini, teologo della speranza.

Quando Wighard, il prete sassone designato a succedere, nella sede di Canterbury, all’arcivescovo Deusdedit, giunse, nel 664, a Roma, per esservi consacrato vescovo dal papa Vitaliano, successe che morì. Di peste bubbonica. Il papa pensò allora di nominare al suo posto Adriano, un santo e colto benedettino, di origine africana, che era allora abate dell’abbazia di Nerida, nel napoletano. Ma il nostro, forse per un po’ di scaramanzia, declinò l’offerta e consigliò il papa di nominare piuttosto Teodoro di Tarso (un turco, il che mostra che, in qualche modo, il villaggio globale esisteva già allora). Il pontefice accettò, a patto che Adriano l’accompagnasse come consigliere. Giunto in Inghilterra, Teodoro nominò Adriano abate dell’antico monastero dei Santi Pietro e Paolo, che divenne sotto la sua guida un giustamente celebrato centro di studi e di formazione. Lì, egli insegnò per quarant’anni, fino alla morte, avvenuta il 9 gennaio di un anno imprecisato (s’ipotizza il 710). La sua fama di taumaturgo, richiamò per molti secoli alla sua tomba folle di pellegrini.

Nata a Phoenix, in Arizona, il 18 marzo 1917, Rosemary Lynch entrò nella congregazione delle Suore francescane della Penitenza e della Carità cristiana, nel 1932. Dopo la professione religiosa, nel 1934, insegnò a Los Angeles, in una scuola cattolica, e dal 1952 fu preside in una scuola superiore nel Montana. Nel 1960 il Capitolo generale della congregazione la elesse consigliera generale e la chiamò a Roma, dove sarebbe rimasta per i sedici anni successivi, partecipando della fertile stagione del Concilio Vaticano II. Tornata negli Stati Uniti, nell’ottobre 1976, fu inviata a integrare una piccola comunità francescana a Las Vegas, dove conobbe da vicino la sfida rappresentata dagli esperimenti nucleari nel deserto de Nevada, come anche le forme di risposta dei movimenti pacifisti. Dal mercoledì delle Ceneri del 1982, con altre suore, frati e laici, prese l’iniziativa di trascorrere la quaresima ai cancelli che davano accesso al Nevada Test Site, il luogo degli esperimenti nucleari, alternando veglie di preghiera, digiuni e gesti di disobbedienza civile. Questo si ripetè negli anni successivi, comportando arresti e processi a carico di suor Rosemary e degli altri manifestanti. Nel febbraio del 1989, Lynch, Julia Occhiogrosso e Peter Ediger assieme ai frati francescani Alain Richard e Luigi Vitale fondarono un “servizio francescano di non violenza e resistenza culturale”, che prese il nome di “Pace e Bene”, e stabilirono la sua prima sede a Las Vegas. Ora “Pace e Bene” ha sedi in tutti gli Stati Uniti e in un numero crescente in tutto il mondo. Più di 25.000 persone hanno partecipato a più di 600 workshop sulla nonviolenza. Linch si ritirò dalla vita attiva del movimento nel 2004, continuando tuttavia a promuovere i valori della nonviolenza. Urtata da un auto, mentre camminava sul marciapiedi, morì il 9 gennaio 2011 in ospedale, in seguito alle fratture riportate. Aveva 93 anni.

“Sperare per tutti. Incontrarsi senza condannarsi” era il titolo del blog di cui era autore Christian Albini, docente di religione nelle scuole superiori, responsabile del Centro di spiritualità della diocesi di Crema, autore di libri di teologia e collaboratore del mensile Jesus con la rubrica “Un popolo chiamato Chiesa”. Nato a Crema il 13 settembre 1973, è scomparso la notte del 9 gennaio 2017, per un male incurabile. Pochi giorni prima, il 3 gennaio, aveva postato nel blog: “Possiamo perdere tutto, essere frantumati nel corpo e nello spirito, ma possiamo permanere nella dignità che è uno dei tratti del nostro essere umani”, e il giorno dopo: “Nella pace mi corico e presto mi adormento, solitario nella speranza mi fai riposare, Signore (Sal 4,9). La pace spesso non c’è. Vivere è anche lottare per conservare la speranza. Soli con la speranza, quando tutto ciò che hai. La battaglia della fede è anche perseverare a sperare, anche quando la speranza è un filo esile o manca del tutto”. Ha lasciato la moglie, Silvia, tre figli, e amici senza numero, vicini e lontani, che da tempo ne accompagnavano la testimonianza.

I testi che la liturgia odierna propone oggi alla nostra attenzione sono tratti da:
1ª Lettera di Giovanni, cap.5, 14-21; Salmo 149; Vangelo di Giovanni, cap.3, 22-30.

La preghiera del Sabato è in comunione con le comunità ebraiche della diaspora e di Eretz Israel.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura una pagina di Christian Albini. Tratta da una relazione da lui tenuta alla Scuola di formazione dela diocese di Trani, il 21 settembre 2016, com il titolo “Essere cristiani oggi: quale conversione per una chiesa in uscita?”. La si può trovare integralmente nel sito della medesima Diocesi, ed è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
“Per conoscere Dio devi prima conoscere te stesso” (Cipriano di Cartagine). Può sembrare paradossale, ma la misura in cui si avanza nel proprio cammino umano e cristiano è data dal riuscire a confrontarsi in modo sano con le proprie crisi. Se Parola ed Eucaristia sono davvero sacramenti della presenza del Signore nella nostra vita, ci dev’essere un cambiamento reale, percepibile nella struttura della nostra personalità. Mai come oggi le persone sono preda di sofferenze e disagi psicologici, eppure mai come oggi non sembrano in grado di misurarsi con essi. Qui c’è un duplice rischio, quello di negare le crisi, trincerandosi dietro un’immagine ideale ma falsa, o quello di essere indifesi e lasciarsene travolgere. Il problema, per chiunque di noi, non sono le crisi in quanto tali, che sono passaggi ineludibili nella nostra vicenda di uomini e di discepoli. Il problema reale è se diventano momenti in cui leggiamo i nostri fallimenti alla luce della fede, la quale ne esce purificata. La crisi ci insegna ad affidarci davvero a Dio, senza contare sulle nostre forze e le nostre bravure. È la crisi della vocazione di Pietro, quando rinnega Gesù, che invece di divenire rigetto, diviene rinnovamento del suo discepolato (cf Lc 22,61-62). Come osserva Luciano Manicardi, la crescita umana suppone rotture e separazioni, dunque crisi, a cominciare dalla stessa nascita: il momento vitale per eccellenza è traumatico, doloroso, pericoloso. La crisi stessa è dunque vitale, è essenziale per crescere, pur nella fatica che comporta e nel suo essere addirittura esperienza di abbandono e di morte. Ricordiamo che il greco krísis significa “separazione”, “vaglio”, “scelta”: per Ippocrate è il momento in cui la malattia va verso la morte o verso la guarigione, dopo la fase acuta. La crisi è necessaria, bisogna imparare a farne buon uso, perché è un sintomo, un segnale da leggere alla luce della Parola di Dio, la quale penetra fino al punto di divisione e dello spirito ed è capace di giudicare (krítikòs, cf Eb 4,12), di vagliare i sentimenti e i pensieri del cuore. Impariamo così a vedere la realtà in modo nuovo, cambiando prospettiva. È questo lo sguardo del profeta, il quale vede oltre la superficie entrando nella contemplazione, guardando con gli occhi di Dio. E il primo sguardo va rivolto su di noi. La vocazione è crisi e la crisi può essere nuovo inizio della vocazione, se aiuta a guardarsi con verità, a riconoscere limiti, fatiche, ferite, ombre. L’uomo che non ha mai affrontato crisi e non ne è uscito cambiato permane in uno stadio infantile della propria personalità. (Christian Albini, Essere cristiani oggi: quale conversione per una chiesa in uscita?).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 09 Gennaio 2021ultima modifica: 2021-01-09T22:14:12+01:00da fraternidade
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