Giorno per giono – 07 Gennaio 2021

Carissimi,
“Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-19). Non possiamo dimenticare queste parole, con cui Gesù, richiamando e applicando a sé la profezia di Isaia (cf Is 61, 1-2), riassunse il significato della sua missione. Non possiamo, sia in relazione a lui, per non distorcene, come capita facilmente, il significato, sia, per conseguenza, in relazione a noi, dato che come cristiani siamo stati consacrati con la stessa unzione di Cristo, in vista della stessa missione. E, allora, vale la pena di domandarci: che vangelo testimoniamo con le nostre parole, gesti, azioni? È davvero, sempre, comunque e concretamente, anche e soprattutto in tempi difficili come questi, buona notizia, lieto messaggio per i poveri, liberazione per gli oppressi, restituzione della vista ai ciechi? Sono, i nostri incontri con gli altri, esperienza della grazia, che Gesù ci ha fatto conoscere e di cui ci ha fatto dono? Solo così ci è dato essere frutto della manifestazione (epifania) del Signore, capace di essere riconosciuta e adorata anche dai lontani in cerca di verità (i magi).

Il martirologio latino-americano ci propone la memoria dei coniugi Felipe e Maria Eugenia Barreda, martiri in Nicaragua, e quella di Pablo Gazzarri, presbitero e martire in Argentina; Italo Mancini, teologo dei “doppi pensieri”.

Felipe Barreda faceva l’orologiaio a Estelí, in Nicaragua. Maria Eugenia García, sua moglie, era parrucchiera. Lui aveva 52 anni, lei 50. Si erano sposati trent’anni prima. Avevano fatto sei figli ed erano nonni di quindici nipoti. Negli anni 70, quando in Nicaragua dominava la dittatura di Anastasio Somoza, erano entrati nei Cursillos de Cristiandad, poi erano diventati animatori delle comunità di base della loro città e si erano impegnati attivamente, a partire dal 1975, nel movimento sandinista, per dare contenuti concreti all’opzione della Chiesa per i poveri. Il trionfo della rivoluzione, nel luglio 1979, aveva aperto grandi speranze, ma scatenò da subito la rivolta dei contras, formazione terrorista, costituita per lo più da ex-membri della Guardia Nazionale somozista, cui si aggregarono presto altri gruppi di scontenti, appoggiati e armati, neanche a dirlo, dai potenti vicini. Maria entrò a far parte della prima giunta dell’amministrazione comunale, mentre lavorava nel quartiere più povero di Estelí. Nel dicembre del 1982, i due coniugi si unirono alle migliaia di volontari che si recavano in montagna per partecipare alla raccolta di caffè. Lavoravano in una piantagione di El Ural, provincia di Nueva Segovia, quando furono sequestrati il 28 dicembre e la coltivazione di caffè distrutta. Sottoposti ripetutamente a torture, percosse e violenze, il 7 gennaio 1983, furono entrambi assassinati.

Pablo Gazzarri era nato il 19 settembre 1944 a Buenos Ayres, da María Zulema Truffa e Silio Mario Enrique Gazzarri. Dodicenne era entrato in seminario, a Villa Devoto e, al termine degli studi, era stato ordinato sacerdote, il 27 novembre 1971. Fu destinato dapprima, alla parrocchia di Santa Rosa da Lima, in un quartiere della capitale, poi, nel 1974, a quella della Madonna del Carmine di Villa Urquiza, dove crebbe ancor più il suo impegno sociale, già maturato negli anni del seminario, a favore dei più poveri. Entrò nel Movimento dei Sacerdoti per il Terzo Mondo, e in quello dei Cristiani per la Liberazione. Nel corso del 1976 aveva deciso di entrare a far parte dei piccoli fratelli del Vangelo della famiglia di Charles de Foucauld, per dedicarsi maggiormente all’apostolato tra i più poveri. Ma non ne ebbe il tempo. Il 27 novembre 1976, anniversario della sua ordinazione, fu sequestrato, su segnalazione di un prete, che sarebbe in seguito divenuto vescovo, nei pressi della casa dei genitori, da uomini che vestivano l’uniforme della polizia. Aveva già ricevuto ripetute minacce, a causa del suo impegno, soprattutto dopo il massacro dei sacerdoti pallottini di san Patricio. Il card. Pironio, che era stato suo direttore spirituale negli anni del seminario, tentò inutilmente di aver sue notizie dalle autorità argentine. Fu visto prigioniero nella Scuola di Meccanica dell’Esercito, dove fu brutalmente torturato. Trasferito nella prima settimana del gennaio 1977, fu imbarcato per un “volo della morte”, narcotizzato e gettato in mare.

Italo Mancini era nato a Schieti, il 4 marzo 1925. Entrato in seminario, fu ordinato sacerdote nel 1949. Vincitore di una borsa di studio, si iscrisse nello stesso anno al corso di laurea in filosofia all’Università cattolica di Milano, dove avrebbe poi insegnato per dieci anni come assistente e docente di Filosofia della religione. Nel 1965, Carlo Bo lo volle all’Università di Urbino, dove insegnò prima Filosofia della religione e Storia del cristianesimo, poi Filosofia teoretica e, infine, Filosofia del diritto. Studioso dei massimi teologi del Novecento, curò le edizioni italiane degli scritti di Karl Barth, Rudolf Bultmann e Dietrich Bonhöffer. A Urbino inaugurò, in cattedrale, una serie di omelie domenicali, che, per rigore e profondità, attirarono la presenza di centinaia di giovani studenti universitari. Seguì con attenzione e partecipazione i movimenti di contestazione studentesca, sempre più a contatto con le culture che animavano l’impegno delle nuove generazioni. Entrò a far parte della rivista Bozze diretta da Raniero La Valle, espressione di un gruppo di intellettuali cattolici profondamente legati all’esperienza del Concilio Vaticano II. Mancini fu per anni un punto di riferimento per le comunità cristiane impegnate nel rinnovamento della teologia e della prassi a partire dalle premesse indicate dal Concilio. La riflessione degli ultimi anni si concentrò sull’elaborazione di una teologia che egli chiamava “dei doppi pensieri” (l’espressione era tratta da L’idiota di Dostoevskij) capace di esprimere la condizione normale del pensare umano: la compresenza in esso di istanze tra loro opposte e inconciliabili, per impedire che la trasbordante ricchezza di Dio fosse ridotta a un termine univoco. “Questa teologia simbolica è, al tempo stesso, teologia del concetto, perché aspira a parlare di Dio e teologia della speranza perché sa che questa aspirazione è destinata a non acquietarsi”. Italo Mancini è morto a Roma il 7 gennaio 1993.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
1ª Lettera di Giovanni, cap.4, 19-5, 4; Salmo 72; Vangelo di Luca, cap.4, 14-22a.

La preghiera del giovedì è in comunione con le religioni tradizionali indigene.

È tutto, per stasera. E in omaggio alla memoria di Italo Mancini, nel congedarci, vi offriamo in lettura un brano del suo libro “Tornino i volti” (Marietti) . Che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Lo vogliamo aprire davvero questo terzo millennio, nel segno della messsianicità della pace, dopo quello classico basato sulla medesimezza dell’essere e dopo quello moderno basato sulla vicenda dell’io, detto per questo trascendentale, proteso a farsi in qualche modo tutto, come intendeva essere il tutto l’essere di prima? Se sì, lo vogliamo, come rumoreggia in questo senso il cuore della gente, allora ci vuole un vero arrovesciamento, di cultura e di mentalità: il cuore del mondo e della preoccupazione non è l’universo e le sue impassibili leggi, e neppure il conoscere con la sua pretesa di soggiogare tutto all’io; il centro delle cose e della preoccupazione è la coesistenza dei volti, è il primato, fino all’enfasi, dopo tanto asservimento, dell’altro, è l’amore del prossimo. Basta con la sterile e violenta ontologia, e basta con l’arroganza dell’epistemologia, al centro deve tornare la morale, liberata da ogni interesse politico e religioso, dell’esistere-per-gli-altri, è il fare al posto del conoscere e del dire. […] La domanda sul futuro è quella legata alla comunione dei volti, a cosa ci sia da fare e da patire nel vivere faccia a faccia con il volto degli altri. Sarà una strada lunga: ma è già certo che se nel faccia a faccia prevale la faccia mia, allora è confermato il mondo della sopraffazione e della prevaricazione; se invece, come dovrebbe, prevale, per essere umani e cristiani, la faccia dell’altro e il suo diritto senza reciproca, fino alla soppressione di me, fino alla sostituzione completa di me in lui, allora è un’altra cosa, quell’altra cosa sempre intravista e mai posseduta. La coesistenza dei volti, risolta nell’amore del prossimo e nello svuotamento di sé, ha una patria: la patria della pace. Il nome della cosa, che è poi il più antico, non è l’essere, non è l’io, non è il conoscere, ma l’altro, il prossimo. Questo è il porro Unum. Il resto, compresa la conoscenza e la carezza, sarà dato in sovrappiù. (Italo Mancini, Tornino i volti).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giono – 07 Gennaio 2021ultima modifica: 2021-01-07T22:11:02+01:00da fraternidade
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