Giorno per giorno – 25 Dicembre 2020

Carissimi,
“Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2, 10-12). Non c’è verso di modificare il Vangelo, di come e a chi è stato per primo rivelato, quei pastori che rappresentavano una tra le categorie più infime della società del tempo, scelti come destinatari e apostoli dell’annuncio, e di quale ne è il contenuto, motivo di gioia non per un generico “tutti” – infatti molti lo rifiuteranno e faranno di tutto per ostacolarlo -, ma per “tutto il popolo” degli impoveriti e degli oppressi: “un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia”, il quale è niente meno che “salvatore”, “Cristo”, “Signore”. Salvatore perché libera e riscatta dal male, Cristo, perché è unto e consacrato in vista di questo, Signore perché è Dio. Da allora e per sempre Dio si spoglia della maestà di cui l’avevano oberato (e spesso continuano a farlo) le religioni, per assumere la carne della fragilità e dell’impotenza, sposando la causa dei poveri, facendone il luogo della sua manifestazione, e il motore della trasformazione della società. Spazio del tutto profano, perciò, che fa coincidere la gloria di Dio nei cieli con lo shalom dei poveri sulla terra, a cui le categorie religiose che sorgeranno nel tempo non potranno che riandare univocamente, pena il tradire la stessa rivelazione. L’appuntamento è, perciò, anche per noi, se si è cristiani, fuori da ogni facile devozionismo, buonismo, sentimentalismo (o solo consumismo) della durata di un giorno, presso coloro che non trovano posto o ospitalità nella società dell’opulenza e del privilegio di pochi. Perché ammaestrati e convertiti da essi, sappiamo essere anche noi testimoni credibili della logica nuova del Regno.

Oggi, celebriamo dunque il Natale del Signore.

Anticamente, nelle chiese d’Oriente, la nascita di Cristo veniva festeggiata il 6 gennaio, col nome di Epifania, che significa “manifestazione” ed era associata alle altre teofanie con cui il Verbo di Dio si era fatto conoscere: al mondo (nella figura dei magi), al popolo ebreo (durante il battesimo), e ai discepoli (alle nozze di Cana). Sarà solo nella seconda metà del secolo IV, che la chiesa di Roma volle sostituire la festa pagana del 25 dicembre, quel “Natale del Sole Invitto” che, dopo la notte più lunga dell’anno, segnava l’inizio della rivincita del sole sulle tenebre invernali, con la celebrazione cristiana del Natale di Cristo, proclamato come il vero Sole di giustizia, venuto a illuminare e liberare quanti giacciono nelle tenebre dell’oppressione e dell’ingiustizia. Annuncio di una Pace, che è insieme salute, salvezza, gioia, vita felice, dignitosa, piena, benessere materiale e spirituale, per ciascuno e per la comunità nel suo insieme.

I testi che la liturgia di questa Solennità del Natale di Gesù propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Profezia di Isaia, cap.9, 1-6; Salmo 96; Lettera a Tito, cap.2, 11-14; Vangelo di Luca, cap, 2, 1-14.

Anche se un po’ sottovoce, per la coincidenza con il Natale, ricorderemo che il nostro calendario ci porta oggi la memoria di due figure che ci sono particolarmente care: quella del filosofo Emmanuel Lévinas, profeta dell’alterità, e quella di Paul Gauthier, testimone silenzioso di solidarietà.

Emmanuel Lévinas era nato il 12 gennaio 1906 (corrispondente nel calendario giuliano al 30 dicembre 1905), a Kaunas, in Lituania, da una famiglia ebrea che, emigrata in Ucraina alla fine della 1ª Guerra mondiale, fece ritorno in patria allo scoppio della rivoluzione d’ottobre. Nel 1923, all’età di 17 anni Lévinas si trasferì in Francia, per compiere i suoi studi all’università di Strasburgo. Nel biennio 1928-29, frequentò invece l’Università di Friburgo, dove ebbe come professori i filosofi Edmund Husserl e Martin Heidegger, dei quali farà conoscere il pensiero in Francia all’inizio degli anni 30. Durante la 2ª Guerra mondiale, la sua famiglia, rimasta in Lituania, scomparve negli orrori dell’Olocausto, mentre lui, come cittadino e soldato francese, fu mandato ai lavori forzati in campo di concentramento in Germania. La moglie Raissa, una musicista viennese da lui sposata nel 1932, e la figlia, Simone Hansel, vissero invece nascoste in un convento francese. L’altro figlio della coppia, Michael, sarebbe nato solo in seguito. La filosofia propria di Lévinas si venne precisando dopo la fine della Guerra. Estraneo alle problematiche metafisiche e epistemologiche, egli proponeva la “responsabilità etica personale per l’altro” come punto di partenza del suo pensiero. L’enfasi da lui posta su questo tema, il suo impegno a favore dell’ebraismo, il suo ricorso a un linguaggio spiccatamente religioso e i numerosi commenti a brani della Bibbia e del Talmud ne fecero un pensatore unico, distante dagli esiti scettici e nichilisti di molta filosofia contemporanea. Morì il 25 dicembre 1995.

Nato il 30 Agosto 1914 in Borgogna (Francia), Paul Gauthier era entrato giovanissimo in seminario a Digione, rimanendovi poi come professore di teologia. Stanco dei privilegi comunque legati allo stato ecclesiastico, aveva partecipato per qualche tempo all’esperienza dei preti-artigiani (Roma aveva proibito il lavoro salariato), portata avanti dal domenicano Jacques Loew e poi aveva deciso di recarsi a Nazareth, a lavorare come Gesù. Aveva scritto nel suo diario: “Dal giorno in cui, attraverso le sue creature che vivono nella miseria e nella più dura fatica, il Signore Gesù mi aveva fatto sentire questo duro rimprovero: ‘Io sono povero: ma tu non vivi con me e per me’, sento il desiderio di andare a vivere e a lavorare in mezzo ai poveri e agli operai”. In seguito, altri uomini e donne si sarebbero uniti a lui, scegliendo di chiamarsi Compagni e compagne di Gesù Carpentiere. Profeta scomodo, radicale, intransigente, sempre più insofferente del quietismo e dell’indifferenza per le tragedie dei poveri, di cui vedeva caratterizzate le Chiese, avrebbe ritenuto giusto, negli anni seguenti, per fedeltà ai “popoli che hanno fame e sete di giustizia”, sciogliere ogni legame residuo con l’istituzione ecclesiastica. Con Marie Thérèse Lacaze (Myriam), la prima delle Compagne, decise di creare una famiglia, adottando due bimbi indiani, Shanty e Nirmal, fermo nel suo impegno di attenzione e immedesimazione con i poveri, nell’azione a favore di una Palestina pacificata nella giustizia, nella difesa della Creazione e nella cura premurosa della sua famiglia. Morì il 25 dicembre 2002, in un piccolo appartamento di Marsiglia. Ai suoi funerali, celebrati il 28 seguente nella chiesa ortodossa di San Giorgio, assieme ai suoi cari, poche decine di persone: cristiani, ebrei, musulmani e non credenti.

Ed è tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura una citazione di Thomas Merton, tratta da una sua riflessione dal titolo “Il Kerygma della Natività”. Che è, così, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Cristo, luce della luce, è nato oggi; e poiché è nato per noi è nato in noi come luce; perciò noi che crediamo siamo nati oggi ad una nuova luce. In altri termini, le nostre anime sono nate a nuova vita e a nuova grazia col ricevere lui che è la verità. Cristo, infatti, invisibile nella sua natura, è diventato visibile nella nostra. Che cosa può significare, questo, se non che egli è diventato visibile come uomo prima, e poi nella sua Chiesa? Egli vuol essere visibile in noi per vivere entro di noi, operare in noi e salvarci con la sua azione segreta nei nostri cuori e nei cuori dei nostri fratelli. Dobbiamo quindi ricevere con la fede la luce del neonato Salvatore per manifestarla con la nostra testimonianza nella preghiera comune e con le opere di carità verso gli altri. Queste due cose, la testimonianza e la carità, sono unite nel più grande di tutti i nostri atti di culto con il quale celebriamo insieme i divini misteri proclamando la nostra fede, rinnovando il nostro eterno patto con Dio nostro Padre e ricevendo fra noi colui che è la sorgente della nostra fede e insieme il suo oggetto. Noi ci diamo Cristo, per così dire, l’un l’altro nella carità fraterna che ci unisce nei vincoli della pace. Cristo infatti, dopo essere nato nei nostri cuori, arriva fino a se stesso nel cuore dei nostri fratelli mediante l’amore del suo Spirito. Legandosi, il Cristo che è in noi, con se stesso quale si trova nei nostri fratelli, egli ci restituisce, in questo medesimo Spirito, all’abbraccio del Padre celeste. (Thomas Merton, Il Kerygma della Natività).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 25 Dicembre 2020ultima modifica: 2020-12-25T22:58:55+01:00da fraternidade
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