Giorno per giorno – 11 Settembre 2020

Carissimi,
“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Lc 6, 41. 42b). Stamattina, ci chiedevamo in cosa possa consistere la trave che occupa il nostro occhio e ci è venuta in mente un’altra sentenza di Gesù, che potrebbe essere messa a commento della breve parabola che nel vangelo di oggi diceva “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?” (v.39). Nel vangelo di Matteo, dirigendosi ai religiosi, Gesù li apostrofa dicendo: “Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!” (Mt 23, 24), perché si arrogano il diritto di correggere, giudicare e condannare gli altri, ma hanno dimenticato ciò che più importa: “la giustizia, la misericordia e la fedeltà” (ib. v. 23). Tre nomi per dire la stessa cosa: la fedeltà alla giustizia di Dio, che consiste nella sua misericordia. Senza questo, non c’è opera di correzione possibile. Essa sarà solo il travestimento di una piccola o grande volontà di dominio, di prevaricazione e di autoaffermazione, del singolo o dell’istituzione, a discapito dell’altro, che potrà alla fine essere essere pure convertito dal suo errore, per essere però cooptato in uno spazio di errore più grande, come quello che vela la realtà dell’amore. Questo aiuta a spiegare le attitudini di violenta intolleranza che caratterizzano spesso il cammino di fede (che non è fedeltà a Gesù), di molti “convertiti”. Che, allora, il buon Dio elimini presto la trave anche dai nostri occhi e ci guidi alla sequela di Gesù sulla via di un amore capace di testimoniare quello che ci ha raggiunto.

Il Martirologio latinoamericano ricorda oggi Sebastiana Mendoza, catechista guatemalteca, e i Martiri del golpe militare in Cile.

Indigena, animatrice della sua comunità, dopo che il marito e i figli furono uccisi dall’esercito, Sebastiana Mendoza si vide costretta a lasciare il villaggio natale, nel Quiché, per rifugiarsi a Città del Guatemala. Lì, servendo le centinaia di rifugiati della sua regione, costretti come lei ad abbandonare i loro villaggi, continuò a evangelizzare e portare la buona notizia della risurrezione alla sua gente martirizzata. L’11 settembre 1981, fu sequestrata e sparì nel nulla. Come centinaia di altri catechisti anonimi, torturati, massacrati, crocifissi, che non esitarono a dare la loro vita per la loro gente.

Un sanguinoso golpe militare interruppe violentemente, l’11 settembre 1973, il processo democratico del Cile. Caddero sotto le armi delle forze armate centinaia e centinaia di operai, studenti, militanti, contadini, preti. Morirono per difendere le loro fabbriche, le loro strade, le loro baraccopoli, la libertà del popolo conquistata con la volontà di tutti. No, non di tutti. Tanto è vero che le acque del Mapocho si tinsero di sangue e lo Stadio nazionale fu testimone del silenzio, della tortura, del massacro di migliaia di cileni. Dopo, fu solo la dittatura, che, con il volto del generale Pinochet, continuò a imprigionare, torturare, esiliare, ridurre al silenzio, alla miseria e alla fame un popolo, a tutela di corposi interessi, travestiti, tanto per cambiare, dallo slogan “dio-patria-famiglia” (rigorosamente minuscoli, dato che non si trattava né di Dio, né della Patria, né della Famiglia). Così, per quindici anni. Fino alla lenta e difficoltosa rinascita alla democrazia.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
1ª Lettera ai Corinzi, cap.9, 16-9. 22-27; Salmo 84; Vangelo di Luca, cap.6, 39-42.

La preghiera del Venerdì è in comunione con i fedeli dell’umma islamica, che confessano l’unicità del Dio clemente e misericordioso.

La Chiesa copta, in Egitto, Etiopia e nelle rispettive diaspore, celebra oggi la festa di Nayruz, il Capodanno, che coincide con il primo giorno del mese di Tut (in Egitto), e di Maskaram (in Etiopia). Il calendario copto data a partire dal 29 agosto del calendario giuliano (che corrisponde all’11 settembre di quello gregoriano) dell’anno 284 d. C., anno che segnò la salita al trono dell’imperatore Diocleziano, responsabile di una delle peggiori persecuzioni nei confronti dei cristiani. Per i nostri fratelli copti entriamo dunque con oggi (11 settembre 2020) nell’anno 1737 di quella che è detta l’Era dei Martiri. A titolo informativo, l’anno copto consta di dodici mesi di trenta giorni più un “piccolo mese” (al-nasi) di cinque giorni, chiamati “epagomeni” (complementari), che diventano sei negli anni che precedono i nostri anni bisestili. Estendendo la celebrazione di Nayruz sino alla festa della Croce Gloriosa, il 17 di Tut (o di Maskaram), la Chiesa ci invita a seguire l’esempio di quelle icone viventi che furono i martiri, additando nella Croce, simbolo dell’abnegazione e del dono di sé, il fine e il significato più vero dell’esistenza cristiana.

Ed è tutto, per stasera. Prendendo spunto dal Capodanno copto, noi ci si congeda, offrendovi in lettura un brano di omelia dedicato al significato di questa festa di Sua Grazia Youssef, vescovo della Diocesi Copto-ortodossa del Sud degli Stati Uniti. La troviamo nel sito della stessa Diocesi ed è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Siamo entrati ancora una volta in quei pochi ma meravigliosi giorni che inaugurano il Capodanno Copto, chiamato affettuosamente anche la festa di Nayruz. È un tempo in cui la Chiesa indossa le sue vesti festive e canta i suoi inni con melodia gioiosa. Ma per la maggior parte di noi, Nayruz può ridursi ad una sola volta che andiamo in chiesa, ascoltiamo un altro sermone e ci divertiamo con giochi banali; e potremmo essere scusati per l’errore, dato che la mente passa facilmente dal Capodanno della chiesa al capodanno del mondo, che la maggior parte della gente spreca in feste banali e inutili. La Chiesa viene a noi con un dono molto più grande da offrire, poiché ha investito il suo Capodanno di un significato di incommensurabile profondità. E questo significato è da ricercare nel tema centrale di Nayruz: il memoriale e la celebrazione dei martiri. Un martire è probabilmente l’espressione più succinta di ciò che dovrebbe essere la vita di un cristiano: il sacrificio di sé. “Rinunciare” a se stessi, rinunciare alle proprie idee e desideri, gettare la propria vita temerariamente nelle mani di Dio, è la lotta quotidiana del credente. Possiamo dire che ogni martire, anche senza conoscere i dettagli della sua vita, si distingue come “icona” del cristianesimo, una testimonianza nuda e cruda del cuore della nostra fede. […] Così, ci è dato vedere la mistica saggezza della chiesa nell’estendere la celebrazione di Nayruz dal primo giorno del calendario copto alla Festa della Croce. Ci sta invitando a un anno di abnegazione, a una “perdita” abituale della propria vecchia vita per amore di Cristo (Lc 9,24), affinché Egli possa “trovarla” per noi e restituircela rinnovata e piena delle sue nascoste benedizioni. Perché questo è precisamente ciò che hanno fatto i martiri, i nostri grandi esempi e precursori, e lo hanno fatto al massimo quando hanno offerto il loro collo alla spada. Quindi celebriamo Nayruz come una festa che, soprattutto, ci ricorda di vivere la vita di quelle icone viventi, i martiri, e la concludiamo con una festa che, soprattutto, indica il culmine di una tale vita – la Croce. (Bishop Youssef, The Feast of Nayruz – Its Message and Significance).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 11 Settembre 2020ultima modifica: 2020-09-11T22:58:04+02:00da fraternidade
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