Giorno per giorno – 12 Settembre 2020

Carissimi,
“Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Lc 6, 43-45). Categorico, Gesù. Stamattina, a leggere questo vangelo, ci veniva in mente gli elenchi che Paolo redige sulle opere della carne e sui frutti dello Spirito (cf Gal 5, 19-22), che sinteticamente aveva caratterizzato così: “la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste” (ib v. 17), per concludere poi circa le opere della carne: “chi le compie non erediterà il regno di Dio” (v.21). Ahinoi! E, però, lo stesso Paolo, nella lettera ai Romani, più di ventanni dalla sua conversione alla sequela di Cristo, si troverà a confessare: “In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7, 18-19). E noi, almeno un po’, ci si consola, per essere in così buona compagnia, ancor più per quanto egli aggiunge subito dopo: “Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (ib. v. 24-25). Così radicalmente incapaci di essere come Gesù ci chiede: “misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36), avere cioè “rahamim”, amore materno alla maniera di Dio, nelle nostre relazioni in casa e fuori casa, nei nostri [non] giudizi, nelle nostre scelte e stili di vita, scopriamo che i primi ad avere bisogno di misericordia siamo proprio noi, cui capita di trarre fuori il male dal tesoro cattivo del nostro cuore, a nostra temporanea rovina, come esperimenta chi costruisce la propria casa sulla sabbia (cf Lc 6, 49). E Dio, dal canto suo, non può smentire se stesso, dato che, in forza della sua misericordia “è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi” (v. 35). Ciò che alla fine possiamo sperare è che, usandoci di continuo egli misericordia, si finisca per apprendere la lezione, cominciando, un po’ per volta, senza strafare, a metterla in pratica. Cambiando così l’atmosfera in casa, tra genitori e figli, fratelli e sorelle, e fuori casa, tra compagni, colleghi, vicini, gente per bene e balordi. Contagiando anche loro.

Oggi noi si fa memoria di Steven Biko, martire della libertà e della dignità del suo popolo, e di Alfonso Acevedo (Foncho), martire della fede al servizio degli sfollati in Salvador.

Bantu Steve Biko era nato, terzo di quattro figli, a King William’s Town (Sudafrica) il 18 dicembre 1946, da Mathew Mzingaye Biko e Alice Nokuzola Biko. Entrato nelll’Università di Natal nel 1966, per studiarvi medicina, ne fu espulso nel 1972, a causa delle sue attività politiche, che denunciavano i soprusi del governo bianco e la politica razzista dell’apartheid. L’intento di Biko era di contribuire a liberare le coscienze degli africani. Fu uno dei fondatori del Movimento di Coscienza Nera. Il governo sudafricano che inizialmente aveva tollerato questa e altre organizzazioni simili, cominciò a reprimerle duramente a partire dai primi anni 70. Biko fu ripetutamente arrestato e impedito di svolgere molte attività. Sposato a Ntsikie Biko, ebbe da lei due figli. Nell’agosto 1977 fu nuovamente incarcerato. Crudelmente percosso dalla polizia, entrò in coma e morì, un mese dopo il suo arresto, il 12 settembre.

Alfonso Acevedo o, come lo chiamavano tutti, Foncho, era un operatore di pastorale di 46 anni, padre di otto figli, capo della pubblicità alla “Prensa Gráfica” di San Salvador. Ma, più di ogn altra cosa, era un cristiano che svolgeva le funzioni di parroco a San Antonio Abad, dopo che le persecuzioni contro la Chiesa avevano lasciato senza prete questo popoloso quartiere della capitale. Da oltre 10 anni, Foncho era l’instancabile animatore della comunità, facendosi in quattro per attendere alle necessità di orfani, vedove e sfollati di guerra. Preparava inoltre le celebrazioni liturgiche e, quando ce n’era di bisogno, cercava preti per presiedere l’eucaristia e amministrare i sacramenti. La sua dedizione, preparazione ed esperienza ne avevano fatto il responsabile dell’équipe di pastorale locale. E questo, allora, era considerato un crimine. Tanto è vero che, proprio come un delinquente, alle due del mattino del 12 settembre 1982, uomini in uniforme lo prelevarono di casa e, bendato e ammanettato, se lo portarono via. Di lì a poco l’avrebbero torturato e finito piantandogli tre proiettili in testa. All’alba del giorno dopo, il suo cadavere fu fatto ritrovare all’altro capo della città.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
1ª Lettera ai Corinzi, cap.10, 14-22; Salmo 116; Vangelo di Luca, cap.6, 43-49.

La preghiera del Sabato è in comunione con le comunità ebraiche della diaspora e di Eretz Israel.

Prendendo spunto dalla memoria di Steve Biko, vi proponiamo nel congedarci una pagina del teologo sudafricano Ananias Mpunzi, tratta dal libro “Schwarze Theologie und Freiheit”, che troviamo in AA.VV “La teologia contemporanea” (Marietti) e che è, così, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Nella teologia nera non trova spazio il consueto tradizionale punto di vista pessimistico dei cristiani sull’uomo, secondo cui noi tutti, per natura, non siamo altro che peccaminosamente e violentemente egoisti. Sappiamo fin troppo bene che la bianca società del profitto cerca di tirare sul suo carro tutto ciò che c’è di buono, bello e dato da Dio, la nostra coscienza di noi stessi, la nostra considerazione di noi stessi e la nostra nostalgia di essere noi stessi nella nostra peculiarità. La società bianca ha cercato di toglierci tutto questo e di sostituirlo con un crasso individualismo. E la chiesa bianca occidentale le si è affiancata. Ha detto poco e ha fatto ancor meno per mutare questa forma intesa a minare la nostra stima in noi stessi. Ha sventolato grandi discorsi con coloro che sono diventati preda del suo influsso distruttivo e ci ha chiamato a rinnegarci e a tradirci come popolo. “Siamo egoisti. Non siamo che vermi!”. E noi ci abbiamo creduto e abbiamo permesso ad altri di calpestarci. Questo pessimismo nei confronti dell’uomo è alleato della mancanza di fiducia in noi stessi, che noi stessi abbiamo contribuito a mettere in atto. Ci lasciamo spesso sedurre e ingannare, ma il nostro bisogno di essere noi stessi nella nostra peculiarità, e insieme la nostra nerezza, non sono una dimostrazione del male che dimorerebbe in noi e della sua furia. È l’inquietudine di Dio che ci chiama a essere noi stessi, perché possiamo rispondere a Dio e agli altri come uomini, non come vermi. Dobbiamro rispondere come quelli che siamo, e come noi sappiamo: come neri. La teologia nera è per i neri un potente appello alla libertà: ci chiama a distruggere le catene psicologiche e i legami strutturali che ci pongano in una posizione di conformismo negatore della personalità e di servizio nei confronti degli altri. (Ananias Mpunzi, Schwarze Theologie und Freiheit).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 12 Settembre 2020ultima modifica: 2020-09-12T22:50:24+02:00da fraternidade
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