Giorno per giorno – 04 Settembre 2020

Carissimi,
“Allora dissero a Gesù: I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere; così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono! Gesù rispose loro: Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno” (Lc 5, 33-35). Stamattina, ci dicevamo che un certo equivalente delle nozze di Cana, raccontate da Giovanni (cf Gv 2, 1-10), l’abbiamo, nei sinottici, in questo banchetto di Gesù e dei suoi discepoli con i peccatori, a casa di Levi, il pubblicano chiamato al suo seguito, dove, a distanza di sicurezza, per non contaminarsi, i religiosi tradizionalisti, lo questionano, prima su queste sue dubbie frequentazioni (cf Lc 5, 30), ed ora sul tema del digiuno. E Gesù risponde col riferimento alle nozze in atto e alla presenza dello sposo, che rende insensato il digiuno, chiudendo poi il discorso con la parabola del vino nuovo (v. 37-38), che è venuto a portare. La novità sta proprio in questa apertura del banchetto (eucaristico) ai peccatori, a cui potrebbero ben partecipare, se fossero meno spiritualmente schizzinosi, anche i religiosi, disegnando così il mondo e la convivenza umana come la sogna Dio, dove Dio stesso, nel Figlio, si fa nostro alimento e bevanda, per trasformarci in Lui, convertendoci ad una vita di amore. Ma, a questo punto, per chi ne sente il bisogno, ci sarebbe da rivedere qualche norma del diritto canonico. E Dio solo sa le resistenze che il riprendere questa semplicissima pratica evangelica ancora incontra.

Oggi il calendario ci porta le memorie di Mosè, profeta, guida e legislatore d’Israele; Albert Schweitzer, teologo, filosofo, organista, medico e missionario in Africa; André Jarlan, prete e martire in Cile; Rabbi Simcha Bunam di Pžysha, mistico ebreo.

Figura dominante nella Bibbia, dall’Esodo al Deuteronomio, Mosè è considerato dall’ebraismo tradizionale “Padre dei profeti”, il profeta maggiore, superiore a tutti coloro che lo precedettero e lo seguirono. Nell’ebraismo che seguì la diaspora, Mosè é “Moshè Rabbenu”, “Mosè, nostro Maestro”. La sua storia, che ha come unica fonte la Bibbia, si svolge, probabilmente, all’epoca del faraone Ramses II (1301-1234 a.C.). Alla guida del suo popolo, per quarant’anni, durante il lungo viaggio attraverso il deserto, gli fornì una formazione religiosa, basata sul culto esclusivo di Jhwh, il Dio che libera [Israele] dalla schiavitù, facendone suo popolo testimone. Mediatore dell’Alleanza sul Sinai, Mosè pose le basi dell’organizzazione sociale e legislativa di Israele, quale nazione indipendente. Giunto alle soglie della terra promessa, punito da Dio a non entrarvi, potè però contemplarla, prima di morire, dalla cima del monte Nebo. La morte avvenne il 7 del mese di Adar dell’anno 2488 [dalla creazione del mondo]. Dio stesso seppellì Mosè, nella valle, nel paese di Moab, davanti a Beth Pe’or, secondo l’espresso desiderio del suo servo. Che volle con ciò testimoniare che continuava ad amare tutti come suoi propri figli, anche quanti avevano peccato gravemente contro Dio (cf Nm 25,3).

Albert Schweitzer nacque in Alsazia (all’epoca tedesca, ma oggi francese), il 14 gennaio 1875, figlio di un pastore luterano. Studiò a Strasburgo e a Parigi, dove, nel 1900, ottenne il dottorato in filosofia e teologia. Ben presto si fece conoscere come pregevole organista e profondo conoscitore della musica di Bach. La notte di Pentecoste del 1905, Schweitzer decise di lasciare l’insegnamento accademico e la brillante carriera, per dedicare la vita alla lotta contro la miseria e la sofferenza. A tal fine, decise di studiare medicina. Nel 1913, lui e la moglie, Hélène Bresslau, partirono alla volta di Lambaréné, nell’attuale Gabon, dove costruirono l’ospedale che, in seguito, diventerà famoso. Schweitzer era profondamente convinto della responsabilità e del debito infinito accumulato dai cristiani bianchi nei confronti dell’Africa, attraverso il dominio coloniale. La sua vita e la sua dedizione come medico furono, per lui, il modo di pagarne personalmente una piccola quota. Nel 1952 ricevette il Premio Nobel per la Pace. Morì il 4 settembre del 1965.

André Jarlan era nato in Francia il 25 maggio 1941. Ordinato prete a Rodez, nell’Aveyron, il 16 giugno 1968, era stato destinato alla parrocchia di Aubin. Le sue esperienze con la Gioventù e l’Azione operaia cattolica e, più tardi, come prete operaio, assieme ai numerosi incontri con missionari lo portarono a maturare la vocazione missionaria. Chiese allora ed ottenne di essere inviato come prete “fidei donum” in Cile, dove giunse nel febbraio del 1983, in piena dittatura pinochetiana, stabilendosi a La Victoria, un quartiere povero della periferia di Santiago. Abitando con un altro prete, Pierre Dubois, in una casa di fango e paglia come quelle dei vicini, si dedicò, con pazienza e allegria, ai bambini, ai giovani e alle categorie più emarginate: drogati, disoccupati e senza-tetto. Il 4 settembre 1984, gli abitanti di La Victoria promossero una manifestazione di protesta. Giunsero sul posto plotoni di polizia che le repressero con estrema violenza. I preti si diedero da fare per soccorrere i feriti, consolare, incoraggiare. Al tramonto, approfittando di un momento di calma, André si ritirò in camera a pregare. Era seduto al tavolino, con la Bibbia aperta, quando, nel quartiere, giunse di nuovo la polizia. Due proiettili attraversarono le pareti e una lo raggiunse alla testa. André reclinò il capo sulla Bibbia aperta al salmo 130, che si apre con: “Dal profondo a te io grido, Signore; Signore, ascolta la mia voce”. Il giorno 7, migliaia di abitanti del quartiere accompagnarono la bara portata a spalle fino alla cattedrale dove l’arcivescovo, durante l’Eucaristia, disse: “André, fratello, il tuo sacrificio comincia a fiorire con la fecondità che Dio concede a chi dà la vita per amore”.

Rabbi Simha Bunam era nato a Voidislav (Polonia) nel 1767. Ebbe modo di lavorare come scrivano, mercante di legna e farmacista. Introdotto nel chassidismo dal suocero, divenne dapprima discepolo di Rabbi Israele, il Magghid di Kosnitz, e, in seguito di Rabbi Giacobbe Isacco (il “Chozeh” o Veggente) di Lublino, da cui si distaccò per seguire a Pžysha, l’omonimo discepolo di quello, detto lo Jehudi, divenendo in poco tempo il più caro dei suoi allievi. Al punto da essere scelto, alla sua morte, benché riluttante, come suo successore dalla grande maggioranza dei chassidim di Pžysha. Secondo le parole di Martin Buber “L’insegnamento, quando vi si mise veramente, era per lui un impegno vitale, grave di responsabilitá; e il suo influsso sui giovani, che venivano da ogni parte e lo scongiuravano di lasciarli vivere vicino a lui, era sconvolgente. Poiché i giovani lasciavano per lui casa e mestiere, le famiglie in tutto il paese lo osteggiavano come nessun altro”. Un giorno i suoi scolari chiesero a Rabbi Bunam: “Da che cosa riconosciamo, in questa epoca senza profeti, se un peccato ci è stato perdonato?”. Rispose: “Lo riconosciamo dal fatto che non commettiamo più il peccato”. Disse una volta: “Sì, io posso indurre a conversione tutti i peccatori, ma i bugiardi no”. Rabbi Simha Bunam morì il 12 elul 5587 (4 settembre 1827).

Le letture che la liturgia propone oggi alla nostra riflessione sono tratte da:
1ª Lettera ai Corinzi, cap.4,1-5; Salmo 37; Vangelo di Luca, cap.5, 33-39.

La preghiera del venerdì è in comunione con i fedeli della Umma islamica che confessano l’unicità del Dio clemente e ricco in misericordia.

E, per stasera, è tutto. Noi ci si congeda qui, lasciandovi alla lettura di un brano di Albert Schweitzer, tratto dal suo libro “Filosofia della civiltà” (Fazi Editore). Che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
La crisi della civiltà è sopraggiunta in quanto si è lasciato che la società si occupasse dell’etica. Il rinnovamento della civiltà sarà possibile soltanto se l’etica sarà di nuovo compito degli uomini pensanti e se gli individui cercheranno di affermarsi nella società come personalità etiche. Nella misura in cui riusciremo a compiere questa svolta, la società si trasformerà e, da organismo puramente naturale quale è stata fin da principio, diventerà un organismo etico. Le generazioni che ci hanno preceduto hanno compiuto il terribile errore di idealizzare la società conferendole una valenza morale. Attualmente, il nostro dovere nei riguardi della società è di giudicarla con spirito critico e di cercare, per quanto possiamo, di renderla più etica. Possedendo il criterio assoluto della morale, non facciamoci più ingannare da un’etica alterata da principi utilitaristici, e perfino dal più volgare opportunismo. Non abbassiamoci al livello di permettere che conservino, in qualche modo, validità etica insensati ideali di potenza, di passione politica, di nazionalità che, espressi da politici meschini, sono mantenuti in vigore da una martellante propaganda. Tutti i principi che si presentano, tutte le convinzioni e gli ideali, soppesiamoli con pedante scrupolosità, ricorrendo al criterio convalidato dall’etica assoluta del rispetto per la vita. Accettiamo per validi solo quelli che si accordano con i principi dell’utilitarismo. Teniamo in alta considerazione il rispetto per la vita e per la felicità dell’individuo. Proclamiamo di nuovo, a testa alta, i diritti sacri dell’uomo: non quelli che i politici al potere esaltano durante lauti conviti e poi calpestano nelle loro macchinazioni, ma i veri diritti. Esigiamo la giustizia, non quella manualistica elaborata da autorità prive di saggezza, e neppure quella che demagoghi di ogni sorta gridano sgolandosi, ma quella che si ispira al valore di ogni esistenza umana. Il fondamento del diritto è l’umanitarismo. (Albert Schweitzer, Filosofia della civiltà).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 04 Settembre 2020ultima modifica: 2020-09-04T22:11:49+02:00da fraternidade
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