Giorno per giorno – 30 Luglio 2020

Carissimi,
“Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13, 47-50). “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini” (Mt 4, 19), aveva detto Gesù, chiamando i discepoli, “pescati” da lui per primi. E questa è, da allora, la missione della Chiesa: riscattare le persone alla vita e alla logica del regno che, nel dono di sé di ciascuno, a questo invita. La parabola, che ricalca in buona misura quella del frumento e della zizzania, mette in luce il mistero del male, che, nelle sue espressioni di egoismo, orgoglio, volontà di potere, sfruttamento, manipolazione delle coscienze, si manifesta attorno a noi e, volesse Dio che no, in noi stessi, persino nelle operazioni che dovrebbero testimoniare la salvezza di Dio nella storia. Pesci buoni e pesci cattivi, dunque, o un po’ buoni e un po’ cattivi, senza che si sia autorizzati, nel corso della pesca, a giudicarci gli uni gli altri, a discriminarci, condannarci, escluderci a vicenda. Alla fine, sarà Lui, il principio-misericordia, a fare la cernita tra ciò che gli è conforme e che ci costituisce come figli e ciò che lo nega e ci nega, affinché il regno si compia in pienezza.

Oggi il nostro calendario ecumenico ci porta la memoria di William Penn, uomo di pace e di dialogo. Il martirologio latinoamericano ricorda anche i Venti Martiri Pentecostali in Perù, vittime dell’odio anti-cristiano e dell’intolleranza religiosa.

Nato il 14 ottobre 1644, a Londra, da Margareth e dall’ammiraglio della Corona, di cui ereditò il nome, il giovane William, quando conobbe la Società degli Amici attraverso la predicazione di Thomas Loe, cominciò a frequentarla, finendo poi per aderire ad essa con convinzione ed entusiasmo. La Società era stata fondata nel 1647 dal predicatore inglese George Fox, e si caratterizzava per l’enfasi posta sull’assenza di gerarchia e di templi, sull’autorità della coscienza in materia di costumi, sul riconoscimento dei carismi e sullo stile di vita semplice ed essenziale dei suoi membri, sull’importanza data al silenzio durante il culto, e sulla valorizzazione del dialogo e dei mezzi pacifici per risolvere le controversie. Tutto questo doveva ovviamente apparire piuttosto rivoluzionario e destabilizzante agli occhi dei poteri forti dell’epoca, sia civili che religiosi. Sicché William (che nel frattempo si era sposato con Gulielma Springett) dovette presto conoscere le patrie galere, assieme ad altre migliaia di suoi compagni di fede. In seguito, tuttavia, il 4 marzo 1681, essi ottenero da re Carlo II l’autorizzazione ad insediarsi nei domini oltremare della corona britannica, nel territorio dell’attuale Pennsylvania, dove giunsero l’8 novembre 1682. Qui fondarono Filadelfia (città dell’amore fraterno) e, coerentemente con la loro fede religiosa e filosofia di vita, inaugurarono, sotto la guida di Penn, quello che fu chiamato il Santo Esperimento. Una società senza esercito, dove donne e uomini godevano di uguali diritti, la libertà religiosa era effettivamente garantita, le relazioni tra coloni e tribù indiane e presto i numerosi immigrati che giunsero da ogni dove, erano basate sul rispetto reciproco, sul dialogo e sulla convivenza pacifica. Il coraggioso profeta quacchero, che aveva posto la sua vita, la sua intelligenza, la sua penna e la sua attività al servizio dell’evangelo della pace e della tolleranza, morì il 30 luglio 1718.

Il 30 luglio 1984, a Santa Rosa, dipartimento di Ayacucho, circa duecento fratelli evangelici pentecostali erano riuniti in preghiera, quando un commando di quindici elementi di Sendero Luminoso entrò nella chiesa, bloccò tutte le uscite e cominciò a sparare all’impazzata sulla gente, compresi vecchi e bambini. Venti restarono morti a terra. Altri quarantacinque furono feriti. Compiuto il massacro i guerriglieri minarono e incendiarono la chiesa.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Profezia di Geremia, cap.18, 1-6; Salmo 146; Vangelo di Matteo, cap.13, 47-53.

La preghiera del giovedì è in comunione con le religioni tradizionali indigene.

“Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore, al dolore che ora mi tormenta (Lam 1, 12). Al tramonto di ieri, il calendario ebraico ha segnato l’entrata in Tisha beAv, cioè il 9 del mese di Av, che, lungo i secoli, è stato spesso un giorno funesto per il popolo ebreo. Fu, infatti, in tale data che avvenne, nel 587 a.C. la distruzione del Tempio di Salomone, e nel 70 d.C. la distruzione, ad opera dei romani, del secondo Tempio; e nel 1492, l’espulsione degli ebrei (e anche dei musulmani) dalla penisola iberica, dove abitavano da secoli, con la confisca di tutti i loro beni. In tutte le sinagoghe viene letta oggi la Meghillà di Eichà (il libro della Lamentazioni) ed è osservato un rigoroso digiuno di 25 ore. Noi abbiamo pregato in comunione con tutti i popoli che rivivono, nel nostro tempo, un’uguale tragedia, invocando per essi il dono della pace.

Prendendo spunto dalla ricorrenza ebraica di Tisha beAv, ci suggerisce di proporvi, nel congedarci, il brano di una riflessione del rabbino Chaim Cipriani, dedicata ad essa. La troviamo sotto il titolo “Tisha B’Av o dell’importanza di andare controtendenza” nel sito JOI – Jewish Open Inclusive. Ed è, così, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Con il passare dei secoli gli ebrei hanno avuto difficoltà sempre maggiori nell’identificarsi con il lutto per la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Se da un lato questo fenomeno è pienamente comprensibile trattandosi di eventi molto antichi, il concetto richiede alcuni approfondimenti. Intanto il Tempio non era solo un luogo dove venivano compiuti sacrifici. Al suo interno si pregava, ma non solo per il popolo ebraico, bensì per l’umanità tutta. Chiunque, senza distinzioni religiose, poteva offrirvi sacrifici, e durante la festa di Succot il popolo di Israele offriva sacrifici per ogni nazione del mondo. Era quindi un luogo di avvicinamento, che è l’esatta traduzione del termine “korban”, tradotto abitualmente con “sacrificio”. Luogo di avvicinamento fra tutti gli Ebrei, che vi si ritrovavano nella loro diversità in occasione delle tre feste di pellegrinaggio annuali, ma anche fra il mondo ebraico e quello non ebraico, in un mirabile equilibrio fra particolarismo ed universalismo. Vi si nutriva l’attesa del momento in cui tutti lo avrebbero riconosciuto centro vitale della loro spiritualità, “casa di preghiera per tutti i popoli” [Is. 56:7], cessando di opporsi all’esistenza del popolo ebraico e collaborando invece attivamente al suo progetto. I Maestri considerano come causa principale della distruzione di quel mondo l’odio immotivato fra i vari gruppi ebraici dell’epoca, oltre all’inasprimento delle relazioni col mondo romano. Il popolo ebraico non è mai stato monolitico, in ogni epoca esso è stato percorso da notevoli contrasti, e questo è generalmente stato veicolo di energia creativa. Ma quando le diverse fazioni iniziano a considerare le loro convinzioni come prioritarie rispetto alla Ahavat Israel, l’amore di Israel, e trattano con sufficienza o disprezzo gli altri gruppi ebraici, questo mette tutto il popolo ebraico in pericolo spirituale e fisico, frammentandone le energie ed impedendo il suo armonioso sviluppo, ed è questo che secondo la tradizione ebraica avvenne nell’epoca della distruzione. (Rav Chaim Cipriani, Tisha B’Av o dell’importanza di andare controtendenza).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 30 Luglio 2020ultima modifica: 2020-07-30T22:15:55+02:00da fraternidade
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