Giorno per giorno – 04 Luglio 2020

Carissimi,
“Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno” (Mt 9, 15). La “saudade”, come si usa dire qui, è un sentimento di malinconica, ma anche dolce, tristezza, con cui si evocano cose, o persone, o avvenimenti, che ci hanno allietato nel passato, nella speranza non espressa o nell’illusione di ritrovare quelle o rivivere questi nel futuro. Il digiuno, se non è uno di quegli esercizi ascetici che non ci attraggono particolarmente, può forse essere una forma di saudade. La pena di amore che accompagna la temporanea assenza della persona amata. “Matar a saudade” – eliminare la saudade e quindi sospendere il digiuno – è qualcosa che si mette in atto per ritrovare l’impossibile gioia di quei momenti perduti. Speriamo che nessuno ci scomunichi se diciamo che, forse, l’Eucaristia, è una di queste cose, con cui, riunendoci intorno ai simboli del pane e del vino, fatti Corpo e Sangue di Gesù, rendiamo presente l’Assente. Ci sono anche altri modi di farlo, a cui l’Eucaristia allude: la riscoperta centralità dei poveri, i gesti del servizio gratuito, la scelta del dono di sé, la solidarietà nella lotta con quanti sono a vario titolo esclusi dalla festa della vita, la difesa della natura, e così via. Ma, in questo tempo di pandemia che ci segrega in casa, ci sono anche piccoli, grandi, gesti di amicizia, che sono sacramenti del Sacramento che non ci è dato celebrare. Come la pizza, condita di sorriso, che ci porta Cleusa, o il pane e i biscotti di Dorvando, o il caffè che sorseggiamo con Arcelina. Che fanno riscoprire, per qualche momento, l’allegria di quella Presenza, che ci alimenta per il resto del tempo. Fino alla prossima volta.

Il nostro calendario ecumenico ci porta oggi la memoria di Andrea di Creta, pastore e innografo; di Jean Cardonnel, disobbediente per amore; e di Swami Vivekánanda, mistico indiano, figura chiave nel rinascimento dell’induismo del secolo XIX e promotore del dialogo tra le religioni.

Andrea era nato a Damasco, da Giorgio e Gregoria, una coppia di semiti cristiani, all’inizio della seconda metà del VII secolo. Quindicenne si recò a Gerusalemme ed entrò nel Monastero del Santo Sepolcro. Teodoro, patriarca di Gerusalemme, lo volle suo collaboratore e lo inviò, nel 680, a Costantinopoli, come suo delegato al VI Concilio ecumenico, convocato sotto il regno dell’imperatore Costantino IV. A Costantinopoli, Andrea fu ordinato diacono della Basilica di Santa Sofia e gli fu affidata la cura di un orfanatrofio e di una casa per anziani. Nell’anno 700 fu eletto vescovo della città di Gortina, nell’isola di Creta. Fu celebre come predicatore e compositore di inni sacri. Ci sono stati tramandati circa cinquanta sermoni e numerosi inni a lui attribuiti. Fu anche pastore pieno di premure per il suo popolo, nei tempi calamitosi dell’espansione musulmana. Tra gli inni da lui composti, il più noto è il Grande Canone, che viene cantato durante la quaresima nelle chiese ortodosse. Andrea morì nell’anno 740, a Mitilene, nell’isola di Lesbo.

Jean Cardonnel, era nato nel 1921 a Figeac (Francia). Entrato nell’Ordine dei Predicatori, nel 1940, fu ordinato prete nel 1947. Tre anni dopo fu fatto priore del convento di Marsiglia. Il caso dei coniugi Rosenberg, scoppiato proprio in quegli anni, lo portò a protestare con fermezza contro la pena di morte. Nello stesso tempo espresse il suo appoggio all’esperienza dei preti operai, avviata negli anni del dopoguerra. Quando, nel 1954, il Maestro Generale dell’ordine venne in Francia per condannarla, Cardonnel, per protesta, si dimise dall’incarico, continuando nel suo ministero come semplice frate. Nel 1958, sempre a Montpellier, denunciò il sistematico ricorso alla tortura in Algeria e si pronunciò per un’Algeria libera e indipendente. Il che gli causò l’allontamento dalla città. Inviato in Brasile per insegnare teologia a Rio de Janeiro, prese presto coscienza dei problemi del Terzo Mondo: povertà diffusa, operai senza salario, contadini senza terra, meninos de rua. Fece in tempo ad apprendere il portoghese, prima che i superiori e l’episcopato chiedessero il suo allontamaneto dal Paese. Nel 1968, con l’appoggio della rivista Témoignage Chrétien predicò la Quaresima alla Mutualité sul tema “Vangelo e rivoluzione”. Scoppiò così il “caso Cardonnel”. Il giornale Le Monde titolò: “Un prete rosso”. I superiori gli proibirono allora di parlare fuori di ambienti strettamente ecclesiastici e di scrivere su riviste che non fossero di conio teologico e scritturistico, senza aver ottenuto di volta in volta l’autorizzazione dell’Ordinario locale. Ma lui non ci sentì troppo. Continuò a scrivere, parlare, digiunare, manifestare, marcare presenza in tutti i punti caldi del pianeta. Nel 2002, di ritorno da un viaggio a La Réunion, più che ottantenne, trovò che il priore del convento di Montpellier gli aveva sgomberato la cameretta. Pensò non fosse giusto e denunciò il superiore per violazione di domicilio. Vinse la causa. Fu la prima volta che un tribunale francesce riconobbe che la cella di un frate è un domicilio privato. Jean Cardonnel morì il 4 luglio 2009. Lasciò scritto: “Il vero Dio lo si riconosce dal suono della sua Parola, la Parola fatta carne, nel soffio dello Spirito vivente, che dice a ciascuno di noi, a ciascuno nella nostra singolarità infinita: Anche se una madre dimenticasse il suo bambino, io non ti dimenticherò mai! Tu mi sei unico al mondo, in un mondo in cui bisogna urgentemente che ci siano solo degli unici al mondo”.

Narendranath Dutta (tale il suo nome di famiglia) era nato il 12 gennaio 1863, figlio di Bhuvanesvari Devi, una donna di grande pietà e cultura, e di un noto avvocato di Calcutta, Bisvanàth. Giovane brillante dall’intelligenza aperta e razionale, dai molteplici interessi e da un profondo senso della solidarietà umana, studiò filosofia e scienza occidentale a Calcutta. Lì incontrò colui che avrebbe fornito le risposte ai molti interrogativi del suo spirito: Sri Ramakrishna, di cui divenne discepolo. Alla morte di questi, nel 1886, Narendranath assunse il nome di Vivekánanda, che significa Beatitudine della conoscenza discernente. Obbedendo al compito, affidatogli dal suo maestro, di diffondere la conoscenza spirituale e di alleviare la miseria e le sofferenze degli umili e dei poveri, Vivekánanda cominciò a viaggiare in lungo e in largo per l’ India, denunciando l’abbandono e la miseria in cui era costretta la maggioranza della popolazione, lo statuto d’inferiorità della donna, e il vigente, disumano, sistema delle caste. Sollecitò misure concrete e immediate per fronteggiare nella misura del possibile queste sfide e fece di tutto per sensibilizzare e coscientizzare i ceti intellettuali sulla necessità di favorire il graduale passaggio del potere ai sudra, la casta più bassa e tuttavia maggioritaria dell’India. Nel 1893 Vivekánanda fu richiesto insistentemente di recarsi a rappresentare l’Induismo al Parlamento Mondiale delle Religioni, a Chicago. Dopo aver manifestato qualche resistenza, accettò. Il suo intervento colpì tutti per la sua forte spiritualità. La stampa internazionale gli tributò notevoli riconoscimenti, facendone conoscere la figura e il pensiero negli Stati Uniti e in Inghilterra. E anche in patria conobbe una grande popolarità. Soleva dire che “la fabbrica, lo studio, la fattoria, i campi, sono tutti luoghi ugualmente idonei all’incontro di Dio con l’essere umano, quanto la cella di un monaco e l’altare di un tempio” e aggiungeva che per lui “adorare Dio significa servire l’essere umano”. Disse anche: “Se proprio volete farvi un’idea del carattere di un uomo, non considerate le sue opere grandi. Il primo sciocco che passa può, in un istante della sua vita, comportarsi da eroe. Guardate piuttosto come un uomo compie le azioni più comuni: esse vi riveleranno il vero carattere di un grande uomo”. Morì il 4 luglio del 1902, a soli 39 anni di età.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Profezia di Amos, cap.9, 11-15; Salmo 85; Vangelo di Matteo, cap.9, 14-17.

La preghiera del Sabato è in comunione con le comunità ebraiche della diaspora e di Eretz Israel.

Aveva festeggiato i suoi 108 anni, il 27 gennaio scorso, seu Armelindo, il papà di Maria Rita e nonno di Silvonete, per limitarci ai famigliari che abitano qui nei dintorni e partecipano alla vita delle comunità di base. Negli ultimi tempi se ne restava sempre in casa e il massimo che gli era consentito era spostarsi dalla camera, al soggiorno, al cortile, lui che era sempre stato abituato a farsi le sue camminate su e giù per le vie del bairro e anche piú in là, o, fino a qualche anno fa, ad andare una volta la settimana a ballare al Conviver. In monastero, alle celebrazioni, era un pezzo che non lo si vedeva. Se ne è andato, l’altro ieri nel sonno, colmo di giorni, come si diceva degli antichi patriarchi. Noi, con le comunicazioni che si sono fatte più difficili e rarefatte in questi tempi di pandemia, lo si è saputo solo stamattina, senza avergli potuto fare un’ultima visita. Lui, comunque, era già di là, in buona compagnia. Di qui, solo saudade.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura il brano di una meditazione di Swami Vivekánanda, che troviamo nel sito della Ramakrishna Mission Italia. E che è, così, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
L’egoismo è il principale peccato: il pensare prima a noi stessi. Colui che pensa: “Io mangerò prima, avrò più soldi degli altri e possederò tutto”; colui che pensa, “Andrò in paradiso prima degli altri, otterrò la liberazione prima degli altri:” è l’uomo egoista. L’uomo non-egoista dice, “Io sarò l’ultimo; non mi importa di andare paradiso; andrò all’inferno se facendo così posso aiutare i miei fratelli.” Questo non-egoismo è la verifica dell’essere religiosi. Voi amate i vostri compagni uomini? Dove dovreste andare a cercare Dio? Non sono Déi tutti i poveri, i miserabili, i deboli? Perché non adorate prima loro? Perché andare a scavare un pozzo sulla riva del Gange? È nostro privilegio essere caritatevoli, perché solo così possiamo crescere. L’uomo povero ci permette di essere aiutati. Che il donatore si inginocchi e ringrazi; che colui che riceve rimanga in piedi e acconsenta. Osservate il Signore dietro ogni essere e date a Lui. L’egoismo è il Diavolo incarnato in ogni uomo. Qualsiasi quantità di ego appartiene al Diavolo. Portate via l’ego da una parte e Dio entra dall’altra. L’ideale più alto è un’auto-abnegazione completa ed eterna, dove non c’è “Io” ma tutto è “Tu.” Siete voi non-egoisti? Ecco il problema. Se lo siete, sarete perfetti senza leggere un solo libro religioso, senza andare nemmeno in una chiesa o tempio. (Swami Vivekánanda, Seva – Servizio).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 04 Luglio 2020ultima modifica: 2020-07-04T22:42:21+02:00da fraternidade
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