Giorno per giorno – 05 Luglio 2020

Carissimi,
“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11, 25). Lungi dal proporsi come messia guerriero, in grado di sgominare le potenze nemiche, o come sovrano di stirpe davidica, capace di riunificare sotto di sé il regno, restaurare la giustizia, e garantire prosperità ai sudditi, in segno di sfida alle nazioni pagane, o anche come messia sacerdote, che ristabilisse la santità del tempio e con esso del popolo, Gesù guarda non a sé, ma a coloro che ha intorno, un piccolo gruppo assolutamente insignificante agli occhi dei più, che egli va ammaestrando ai valori del Regno, dove si disegna il mondo nuovo, alternativo a quello fino ad allora conosciuto, che si regge sul culto e sul dominio della forza, militare, politica, o religiosa che sia. Il progetto di Dio mira ad altro, si propone, senza imporsi a nessuno, cresce come un piccolo, il più piccolo, seme, e attrae con l’esempio, non piega con la coercizione dei potenti, né con l’arroganza delle argomentazioni colte. Fiorisce dalla sofferta esperienza degli oppressi, che non si vendono né si arrendono alla logica dei più forti, ma trovano ristoro, sollievo, motivazione o orientamento all’azione nella Buona Notizia di Gesù. Nulla a che vedere con i neomessianismi (o sovranismi) idolatri, che rispuntano ogni tanto, con i loro slogan, dagli antichi “In hoc signo vinces” della leggenda di Costantino, o il “Dio lo vuole” delle Crociate, fino ai più recenti “Deutschland über alles”, in Germania, o, qui da noi, “Brasil acima de tudo. Deus acima de todos”, o anche, da voi, il non molto dissimile “Prima gli italiani”. Sulla scorta dell’Evangelo, i discepoli di Gesù preferiranno invece il “Beati i poveri”, che equivale a “Prima gli ultimi”, “Beati i costruttori di dialogo e di pace”, “Felici gli insaziati promotori di solidarietà e giustizia” e, con loro, i demolitori di muri e barriere, i colmatori di valli, i riscattatori di vite nei mari”. Gesù non ha mai cessato di proclamare il suo “Ti lodo, per loro, o Padre”.

I testi che la liturgia di questa 14ª Domenica del Tempo Comune sono tratti da:
Profezia di Zaccaria, cap. 9,9-10; Salmo 145; Lettera ai Romani, cap. 8,9.11-13; Vangelo di Matteo, cap. 11,25-30.

La preghiera della domenica è in comunione con tutte le comunità e chiese cristiane.

Il nostro calendario ecumenico ci porta oggi la memoria di Mehdi Dibaj e Compagni, pastori evangelici e martiri in Iran. E il ricordo di uno scrittore, appassionato di Cristo: George Bernanos.

Mehdi Dibaj era nato nel 1935 in una ricchissima famiglia musulmana in Iran. Adolescente era diventato cristiano, facendosi battezzare nella Chiesa delle Assemblee di Dio. In seguito aveva studiato da pastore, inaugurando subito dopo il suo ministero missionario. Nel 1979, fu incarcerato una prima volta, per 68 giorni, a causa della sua fede. Nel 1984 fu arrestato nuovamente. Per due anni visse in isolamento, sopportando regolarmente percosse e ripetute esperienze traumatiche di finte esecuzioni. Nel 1988, la moglie, minacciata più volte di morte per lapidazione, chiese ed ottenne il divorzio da Mehdi, per far ritorno alla religione dei padri. La Chiesa si fece carico dell’educazione dei due figli della coppia. Condannato a morte per apostasia il 21 dicembre 1993, Dibaj fu tuttavia improvvisamente rilasciato il 13 gennaio dell’anno seguente. Che le cose comunque non fossero affatto tranquille per la piccola comunità cristiana di quella regione, lo rivelò l’omicidio, pochi giorni dopo, del rev. Haik Hovsepian Mehr, Vescovo delle Assemblee di Dio in Iran, il cui cadavere fu ritrovato a Karaj il 20 gennaio 1994. Mehdi Dibaj tuttavia non si lasciò intimorire e riprese di lena il lavoro per così lungo tempo interrotto, viaggiando per il Paese a incoraggiare i compagni di fede. Il 2 luglio dello stesso anno, fu ritrovato il cadavere del reverendo Tatavous Michaelian, sessantaduenne pastore della chiesa evangelica presbiteriana di Tehran, ucciso a colpi di pistola, dopo essere uscito di casa, senza farvi più ritorno, il 29 giugno precedente. Il 5 luglio 1994 l’Agenzia di notizie di Stato informò del ritrovamento del corpo senza vita del pastore Mehdi Dibaj.

Georges Bernanos era nato a Parigi il 21 febbraio 1888. Durante gli studi in Lettere e Diritto alla Sorbona, divenne militante dell’Action Française, un’organizzazione di estrema destra, di stampo monarchico, che si voleva campione dell’ortodossia cattolica. Vi rimase finché la Chiesa, giudicandola piuttosto eccessiva, pensò bene di scomunicarla. Terminati gli studi, allo scoppio della prima guerra mondiale, il giovane Bernanos venne inviato al fronte, rimase ferito e fu decorato con una croce al merito. Nel 1917 si sposò e divenne ispettore assicurativo. Fu durante i suoi viaggi che comiciò a scrivere il suo primo libro, Sotto il sole di Satana, il cui successo lo convinse a intraprendere la carriera di scrittore. La precarietà delle entrate costrinsero la famiglia Bernanos (la coppia ebbe sei figli) a continui spostamenti. Nel 1934, con il trasferimento a Maiorca, lo scrittore venne a contatto diretto con la tragedia della guerra civile spagnola, i cui orrori, nonché l’appoggio dato al sollevamento franchista dalla gerarchia ecclesiastica, egli denunciò con forza nel suo libro I grandi cimiteri sotto la luna. Allo stesso periodo risale il suo capolavoro, Il Diario di un curato di campagna. Rientrato brevemente in Francia, quando presagì l’affermarsi dell’avventura totalitaria, ne ripartì con destinazione il Paraguay e poi il Brasile, da dove collaborò con le radio alleate in sostegno alla Resistenza. Nel 1945, al rientro in Francia, rifiutò incarichi prestigiosi offertigli da De Gaulle, così come l’ammissione all’Academie française. Nel 1947, si trasferisce con la famiglia in Tunisia, dove compose il Dialogo delle Carmelitane, la sua unica pièce teatrale, ambientata nella rivoluzione francese. Nel giugno del 1948, le condizioni di salute gli imposero di tornare in Francia, per esservi operato, ma un improvviso peggioramento lo portò alla morte, a Neuilly-sur-Seine, presso Parigi, il 5 luglio 1948. Sulla sua tomba fece scrivere questo epitaffio: “Si prega l’angelo trombettiere di suonare forte: il defunto è duro di orecchie”.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda offrendovi in lettura una brano tratto dal capolavoro di George Bernanos, “Diario di un curato di campagna”, là dove il protagonista del romanzo, va a trovare il curato di Torcy, la parrocchia vicina alla sua. Dopo essere stato accolto, siedono a parlare dei loro parrocchiani e dei cristiani nella chiesa. E il curato di Torcy inizia un monologo, che vi proponiamo come nostro

PENSIERO DEL GIORNO
La Chiesa ha nervi saldi: non la spaventa il peccato, al contrario. Lo guarda in faccia, tranquilla, e anzi, imitando Nostro Signore, lo prende su di sé, lo assume. Quando un bravo operaio lavora come si deve sei giorni alla settimana, si può abbonargliela una sbronza il sabato sera. Guarda, ti do una definizione a rovescio di popolo cristiano. L’opposto di un popolo cristiano è un popolo triste, un popolo di vecchi. Mi dirai che la definizione non è molto teologica. Ne convengo. Ma può dar da pensare ai signori che sbadigliano alla messa della domenica. Sicuro che sbadigliano! Non pretenderai che in una stiracchiata mezz’ora alla settimana la Chiesa possa insegnargli la gioia a quei signori. E se anche sapessero a menadito il catechismo tridentino probabilmente non sarebbero più allegri. Per quale ragione gli anni della prima infanzia ci sembrano tanto dolci, splendenti? Un bambino soffre come chiunque altro e in fin dei conti è del tutto disarmato contro il dolore, la malattia. L’infanzia e la vecchiaia estrema dovrebbero essere le due grandi prove dell’uomo. Ma è dal sentimento della propria debolezza che il bambino ricava umilmente il principio stesso della sua gioia. Confida nella madre, capisci? Presente, passato, futuro – tutta la sua vita, la vita intera è racchiusa in uno sguardo, e questo sguardo è un sorriso. Ebbene, ragazzo mio, se avessero dato mano libera a noialtri la Chiesa avrebbe trasmesso agli uomini questo genere di suprema sicurezza. Ma bada che ognuno di noi avrebbe sempre avuto la sua reazione di guai. Fame e sete, povertà e invidia, non saremo mai così forti da metter nel sacco il diavolo, figurati. Però l’uomo avrebbe saputo di essere il figlio di Dio, ecco il miracolo! Avrebbe vissuto e sarebbe morto con questa idea nella testa, e non sarebbe stata un’idea imparata soltanto dai libri, no, perché questa avrebbe ispirato grazie a noi gli usi, i costumi, i divertimenti, i piaceri, perfino le più umili necessità. Ciò non avrebbe impedito all’operaio di lavorare la terra, al sapiente di zappare il suo tavolo di logaritmi e nemmeno all’ingegnere di costruire i suoi divertimenti per le grandi personalità. Però avremmo abolito, avremmo strappato dal cuore di Adamo il sentimento della solitudine. (George Bernanos, Diario di un curato di campagna).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 05 Luglio 2020ultima modifica: 2020-07-05T21:40:12+02:00da fraternidade
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