Giorno per giorno – 27 Giugno 2020

Carissimi,
“Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente. Gesù gli rispose: Io verrò e lo curerò” (Mt 8, 5-7). I racconti di miracoli, grandi o piccoli che siano, come quelli che abbiamo ascoltato nel vangelo di oggi, producono quasi sempre sentimenti contrastanti, a seconda che ci si fermi a considerare il prodigio in sé o che, invece, ci si chieda, come è giusto, che senso possa avere per noi. Ci si può limitare a dire: Ma che bello!, che bravo!”, o lamentarsi del fatto che non ci sia più tra noi Gesù a compiere i suoi miracoli, oppure andare più a fondo, per vedere quale sia la finalità che muove il racconto e se e in quale modo esso possa incidere nella nostra vita. Noi, lo si è ripetuto più volte, crediamo che in Gesù ci è dato di vedere come agisce Dio e chi è di Dio, perciò come siamo chiamati ad agire anche noi, se ci vogliamo comportare da suoi figli. Dopo aver insegnato, nel discorso della montagna, in cosa consista la perfezione di Dio, la compiutezza di un amore che non conosce confini, Gesù comincia a mostrarcelo in pratica, non esitando, per dirne tutte le implicazioni, a trasgredire i valori che diremmo “non negoziabili” della religione del suo tempo. Lo abbiamo visto ieri nella guarigione del lebbroso, col suo volerlo toccare, lo vediamo oggi nei confronti di un centurione stranero, pagano e nemico, con la sua pronta disponibilità a recarsi a casa sua, a prendersi cura del servo gravemente malato. Il Dio di Gesù non è più un dio tra gli dèi, in concorrenza, quand’anche vincente, con loro, a tutela di una tribù o di un popolo, dio di una religione a fronte delle altre, ma è il Padre universale, che ama e si prende cura di tutti, anche di coloro che adorano altre divinità, figli di altre culture, di altre visioni del mondo. Ne deriva che, se siamo dei suoi, uguale deve essere il nostro atteggiamento nei confronti del nostro prossimo, a partire da chi più è nel bisogno. Se ci limitiamo a noi e ai nostri, non abbiamo ancora capito niente di Gesù, restiamo debitori di una mentalità tribale, che merita certo, come tutte, il nostro rispetto, ma che, è importante arrivare a confessarlo, non ha nulla a che fare col Vangelo.

Oggi è memoria di un martire piccolo, oscuro, di quelli che, forse, non entreranno mai nei martirologi ufficiali della Chiesa: Juan Pablo Rodriguez Ran, pastore che diede la vita per il suo gregge.

Juan Pablo era un prete indigeno, parroco nella chiesa di S. Domenico, a Cobán (Guatemala). La sua predicazione a favore della giustizia e contro l’oppressione della sua gente è considerata “sovversiva” dall’esercito e dalla polizia e il prete è più volte avvertito che conviene “smetterla di sollevare il popolo” perché gli squadroni della morte lo stanno cercando. Di queste minacce sono al corrente anche gli altri preti della parrocchia e perfino il suo arcivescovo, che lo consiglia di mettersi calmo e tranquillo. Ma come restare calmi e tranquilli davanti alla sofferenza di tutto un popolo? La morte lo coglierà significativamente, al termine di un’Eucaristia, mentre torna in canonica. “Persone in uniforme militare” trasportate da un camion verde oliva (come gli automezzi dell’esercito) con la targa coperta, gli sparano per strada, uccidendolo brutalmente. Era il 27 giugno 1982.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflesione sono tratti da:
Libro della Genesi, cap.18, 1-15; Salmo (Lc 1, 46-55); Vangelo di Matteo, cap.8, 5-17.

La preghiera del Sabato è in comunione con le comunità ebraiche della diaspora e di Eretz Israel.

Noi ci congediamo qui. E, prendendo spunto dalla memoria di Juan Pablo Rodriguez Ran, vi proponiamo in lettura un brano di Jon Sobrino, tratto dal suo libro “Tracce per una nuova spiritualità” (Borla). Che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Parlando teologicamente e teologalmente, la povertà in America Latina significa che la creazione di Dio è realmente minacciata, che il piano primigenio di Dio nei confronti dell’uomo non soltanto non si compie interamente o soffre alcune limitazioni, bensì che è pervertito, poiché masse immense sono quelle per cui è in gioco il fatto stesso di essere-creati. Forse, per intenderci, possiamo fare la seguente riflessione. Nel primo mondo esiste un’onesta e comprensibile angoscia davanti alla possibilità di un’ecatombe nucleare. Tale angoscia ha la nuova particolarità di riferirsi non ad alcune aree della vita umana, bensì alla possibilità che questo mondo cessi di esistere; teologicamente parlando, è un’angoscia a livello della creazione, non a quella del benessere o del progresso. Ebbene, da questa esperienza attuale del primo mondo bisogna forse partire per comprendere cosa sia la povertà nel terzo mondo. Naturalmente nel terzo mondo la minaccia alla creazione non è stata sentita attraverso le minacce nucleari, né la si pensa con l’immaginazione attraverso distruzioni apocalittiche. Ma la quotidiana miseria che dà morte lenta ed efficace a migliaia e milioni di esseri umani significa realmente un’ecatombe, il viziare la creazione di Dio. Per questo motivo nel terzo mondo si ripete che la povertà è espressione e prodotto del peccato, in quanto negazione assoluta della primigenia volontà di Dio. Sempre per questa ragione, si dice che il peccato è davvero mortale, perché la negazione della volontà di Dio si manifesta nella presenza della morte, e questa morte oggettiva rivela il peccato nella sua essenza più profonda. (Jon Sobrino, Tracce per una nuova spiritualità).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 27 Giugno 2020ultima modifica: 2020-06-27T22:41:10+02:00da fraternidade
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