Giorno per giorno – 19 Maggio 2020

Carissimi,
“E quando [il Paraclito] sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato” (Gv 16, 8-11). Gesù aveva appena detto ai discepoli della necessità del suo andarsene, per poter mandare loro il Consolatore e che perciò la loro tristezza non aveva ragione d’essere. Stamattina, ci chiedevamo quanto di questo discorso avessero capito allora i suoi, o i cristiani della comunità di Giovanni, alla fine del primo secolo, se queste parole suonano di difficile comprensione ancora a noi, dopo duemila anni. Certo, che il suo andare si sarebbe risolto nella morte in croce sarebbe stato ben presto chiaro. Ma perché era così necessario che lui se ne andasse e chi era in concreto questo così astratto Consolatore? Se possiamo azzardare una risposta, diremmo che era necessario, perché la sua rivelazione fosse completa. Diversamente sarebbe stata solo la predicazione di un qualsiasi profeta. Mentre la croce ha la pretesa di essere il culmine e la chiave di interpretazione di tutte le profezie, addirittura di tutto ciò che ci basta sapere di Dio, del suo eterno, infinito, incondizionato donarsi, al punto di annullarsi per far vivere i suoi figli e figlie. Il Paraclito è l’ultimo respiro sulla croce di Gesù, che non cessa di spirare per ogni dove, tentando di convincerci che non c’è altra via alla salvezza che l’amore (e il “peccato” è non credere in questo), e che questa non è una verità qualsiasi, ma è la verità di Dio (la “giustizia”), attestata dalla risurrezione di Gesù (il suo andare al Padre). Morte e risurrezione di Gesù sanciscono poi la sconfitta (il “giudizio”) del Sistema del dominio, che opprime, mente, inganna, uccide. Ora, noi siamo davvero aperti all’azione dello Spirito?

Oggi è memoria di Pietro Celestino V, monaco e papa coraggioso.

Pietro era nato ad Isernia nel 1215, penultimo dei dodici figli di Angelo Angelerio e Maria Leone, due contadini semplici e buoni. Dopo aver sperimentato ancora ragazzo il duro lavoro dei campi, nel 1231 decise di entrare in un monastero benedettino, ma se ne allontanò presto, insoddisfatto per lo stile di vita che vi regnava, ritirandosi a vivere da eremita, in una grotta sul fiume Aventino, nei pressi di Palena. Nel 1238 si recò a Roma dove, l’anno successivo, fu ordinato sacerdote. Tornato in Abruzzo, si stabilì sul monte Morrone, raggiunto presto da altri uomini desiderosi di servire il Signore in solitudine, lavoro e preghiera. Pietro li organizzò in comunità come “eremiti di san Damiano” (in seguito saranno chiamati “Celestini”), dando loro una regola che venne approvata dal papa Gregorio X nel 1273. Nel 1294, a due anni dalla morte di papa Nicolò IV, i dodici cardinali riuniti in conclave non erano ancora riusciti ad accordarsi sul nome del successore. Pietro prese allora l’iniziativa di scrivere loro una lettera durissima di biasimo e i cardinali, in buona o in mala fede, pensarono bene, nella seduta del 5 luglio 1294, di eleggere papa lui, che prese il nome di Celestino V. Il vecchio monaco, quasi ottantenne, scoprì tuttavia presto di essere una pedina impotente di giochi e di trame che passavano sopra la sua testa. E pensò che non era così che aveva desiderato servire la sua Chiesa. Sicché, dopo solo cinque mesi dall’elezione, disse: me ne vado. Depose la tiara, lasciò il pastorale, si spogliò del manto e riprese il suo semplice saio. Il cardinal Caetani, che era sulla bocca di tutti come suo probabile successore e che si era dato un gran daffare per convincerlo a quel passo, gli promise che sarebbe potuto tornare tranquillo al suo eremo. Ma, divenuto Bonifacio VIII, dimenticò la sua promessa, e pensò più prudente, per evitare ogni possibile fronda, imprigionare il vecchio, che morì nella rocca di Fumone, nei pressi di Anagni, solo e dimenticato, il 19 maggio del 1296. Diciassette anni dopo, un altro papa, Clemente V, forse anche per farsi perdonare, lo dichiarò santo.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.16, 22-34; Salmo 138; Vangelo di Giovanni, cap.16, 5-11.

La preghiera del martedì è in comunione con le religioni tradizionali del Continente africano.

Noi si pensava che la lotta alla pandemia in corso avesse diminuito la guerra che le forze di sicurezza conducono nelle favelas, soprattutto a Rio, il più delle volte con un elevato numero di vittime. Ma invece no. È che i titoli dei notiziari sono presi da altro. Sicché i morti continuano. I più, innocenti, con l’unica colpa di essere giovani, poveri, neri e favelados. L’ultimo di loro è stato, ieri, João Pedro Mattos Pinto, un adolescente di 14 anni, ucciso nel corso di un’azione delle forze speciali, mentre giocava nel cortile di casa a São Gonçalo, nella regione metropolitana di Rio. Prima di lui, nei mesi scorsi, erano stati assassinati, sempre nelle comunità di Rio, Ágatha Félix, di 8 anos, Kauê Ribeiro dos Santos, di 12 anos, Kauan Rosário, de 11 anos. Violenza senza fine. Senza che, per altro, susciti grosse reazioni.

Nel giorno in cui il Brasile si avviava a superare il numero di mille morti, vittime del Covid 19, concedendo un’intervista televisiva al giornalista Magno Martins, l’ignobile individuo che ci ritroviamo come presidente, non ha trovato di meglio che scherzare sul tema dell’uso della clorochina, di cui, con l’amico Trump, è fervido sostenitore. Se ne è uscito, ridendo, con una battuta: “Vorrà dire che chi è di destra prenderà clorochina, e chi è di sinistra, tubaina”. Dove tubaina è sì anche una bibita di qui, ma è risultata chiara l’allusione per assonanza al finire intubati nei reparti di terapia intensia. Che Dio manifesti la sua misericordia per questo e per ogni altro Paese.

È tutto, per stasrea. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura la pagina di un libro di Dietrich Bonhoeffer, che la nostra amica Marisa ci aveva donato qualche tempo fa. Tratta da “La fragilità del male” (Piemme), è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
La nostra epoca è caratterizzata da un’immensa solitudine: quella che esiste soltanto in un mondo che ha abbandonato Dio. Nelle nostre grandi città, nell’attività frenetica di una folla innumerevole si è riversata la grande pena dell’isolamento e della mancanza di patria. Tuttavia aumenta il desiderio che tornino i momenti in cui il Signore si tratteneva tra gli uomini, in cui Egli amava farsi trovare. Tra gli esseri umani è nata una sete ardente di divino che desidera essere placata. Nel corso del tempo vengono offerte molte medicine che promettono di guarirla, e alle quali tendono bramosamente migliaia di mani. Proprio in mezzo a questa agitazione e in risposta a questo tono imbonitore che propone nuovi mezzi e nuove vie, risuonano le parole di Gesù: “Io sono con voi”. Questo significa che Cristo non impone la via da seguire per giungere a Lui e non solo promette che tornerà, ma dice semplicemente: “Io sono qui”. Non importa se lo vediamo o no, se lo percepiamo o no, se lo vogliamo o no – la realtà è che Lui è con noi, che è proprio qui dove siamo noi. Allora non siamo piú abbandonati, senza patria, soli. Ma dove e in che modo sentiamo la sua presenza nel mondo e nella nostra vita? Rispondiamo così: ancora oggi condivide tutto con noi, possiamo parlare con Lui, siamo sempre insieme a Lui; camminiamo con Lui per strada, lo incontriamo nello straniero lungo il cammino, nel mendicante davanti alla porta. Il mondo è il suo mondo. Dovunque andiamo, lo incontriamo. La nostra epoca è caratterizzata da un’immensa solitudine: quella che esiste soltanto in un mondo che ha abbandonato Dio. Nelle nostre grandi città, nell’attività frenetica di una folla innumerevole si è riversata la grande pena dell’isolamento e della mancanza di patria. Tuttavia aumenta il desiderio che tornino i momenti in cui il Signore si tratteneva tra gli uomini, in cui Egli amava farsi trovare. Tra gli esseri umani è nata una sete ardente di divino che desidera essere placata. Nel corso del tempo vengono offerte molte medicine che promettono di guarirla, e alle quali tendono bramosamente migliaia di mani. Proprio in mezzo a questa agitazione e in risposta a questo tono imbonitore che propone nuovi mezzi e nuove vie, risuonano le parole di Gesù: “Io sono con voi”. Questo significa che Cristo non impone la via da seguire per giungere a Lui e non solo promette che tornerà, ma dice semplicemente: “Io sono qui”. Non importa se lo vediamo o no, se lo percepiamo o no, se lo vogliamo o no – la realtà è che Lui è con noi, che è proprio qui dove siamo noi. Allora non siamo piú abbandonati, senza patria, soli. Ma dove e in che modo sentiamo la sua presenza nel mondo e nella nostra vita? Rispondiamo così: ancora oggi condivide tutto con noi, possiamo parlare con Lui, siamo sempre insieme a Lui; camminiamo con Lui per strada, lo incontriamo nello straniero lungo il cammino, nel mendicante davanti alla porta. Il mondo è il suo mondo. Dovunque andiamo, lo incontriamo. (Dietrich Bonhoeffer, La fragilità del male).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 19 Maggio 2020ultima modifica: 2020-05-19T22:22:20+02:00da fraternidade
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