Giorno per giorno – 21 Agosto 2019

Carissimi,
“Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?” (Mt 20, 13-15). Il vecchio Carlo Marx, pur essendo ateo, doveva portarsi dentro gli insegnamento che gli derivavano dalle sue radici ebraiche, così poteva scrivere nella sua “Critica del programma di Gotha” ciò che avrebbe dovuto caratterizzare la società, quando raggiungesse lo stadio comunista: “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”. Che poi, era quanto attestato dagli Atti degli apostoli circa la vita della comunità cristiana primitiva (cf At 4, 35). E sembra essere comunque la ragione che portò il signore della parabola a pagare in egual misura chi aveva lavorato tutto il giorno, e chi era stato contrattato quando era già sera. La protesta dell’operaio della prima ora che ne è seguita ci è sembrato ricordare da vicino l’invidia di Caino per Abele. La cui storia abbiamo provato stamattina a rileggerla così. Caino stava bene. Era forte, sano e robusto. Aveva già una moglie, dei figli, una casa, campi e bestiame. Pregava ogni giorno e benediceva Dio. Ed era convinto che tutto ciò che aveva accumulato dipendesse in qualche modo da lui e fosse la maniera con cui Dio si era sdebitato della sua pratica religiosa. Abele era nato piccolo e fragile, per questo la madre lo aveva chiamato così. Abele vuole dire “soffio” ed era cresciuto come tale. Non era né troppo forte, né troppo sano, né troppo robusto. Non aveva ancora moglie, né figli, né casa, né campi, né bestiame. Era pastore e aveva solo un piccolo gregge. Anche lui, pregava ogni giorno e benediceva Dio. Non si aspettava nulla di più di ciò che aveva e cantava alla vita. Dio, dal canto suo, posava spesso il suo sguardo su Abele, che gli faceva tenerezza. Ma poi anche su Caino. Caino si accorse di quel di più di tenerezza riservato al fratello piccolo e s’indignò. Pensò: Senza merito, non c’è più religione. Decise così di eliminare l’inconveniente rappresentato dalla presenza del fratello che faceva ombra al suo desiderio di essere, avere e ricevere tutto in premio. Da allora, lo spirito di Caino è entrato nel mondo, e resta accovacciato alla porta di chi è più forte, ricco e potente, pronto a prendere possesso della sua anima, per orientarne le azioni. Volte ad avere sempre di più e ad uccidere, di un colpo solo o piano piano, succhiandogli la vita, spremendogli il lavoro, ogni piccolo Abele, che gli possa carpire anche solo frammenti della benedizione di Dio. Oggi, magari, il dio denaro. Di cui, in ogni caso, religiosamente, rivendica il monopolio.

Il nostro calendario ecumenico ci porta oggi la memoria di Rabbi Pinchàs di Korez, mistico ebreo, e ci ricorda il martirio della Comunità ebraica di Chinon.

Rabbi Pinchàs era nato a Shklov, in Russia, nel 1728, figlio di Rabbi Avraham Abba, un tempo deciso oppositore del movimento dei chassidim. Almeno fino a quando incontrò il Baal Shem Tov, che gli fece cambiare idea. E, con lui, alla famiglia. Del nostro, il carismatico fondatore della scuola chassidica disse un giorno che “anime come quelle di rabbi Pinchàs vengono al mondo solo ogni cinquecento anni”. Pur avendo visitato il Baal Shem solo due volte, Pinchàs è considerato a tutti gli effetti uno dei suoi maggiori discepoli. A lui e alla sua scuola dobbiamo la trasmissione di alcuni detti del Maestro, di cui non troviamo traccia in altre fonti. Tra questi, fondamentale, l’insegnamento che dobbiamo amare di più chi più ci odia e ci fa del male, per compensare in qualche modo lo squarcio e il vuoto di santità provocato da quel comportamento. Stabilitosi a Korez, vi restò vent’anni, approfondendo lo studio della Torah e preoccupandosi di rinnovarsi continuamente, immergendosi nel proprio nulla. Insegnava: “Come il cacciatore mette cibo nel nido, e non appena l’uccello viene a mangiare tira la corda e gli imprigiona il piede, così il Maligno pone davanti all’uomo tutto il bene che ha compiuto, lo studio, la beneficienza e ogni pia azione, per prenderlo nella rete dell’orgoglio. Ma se questo riesce, l’uomo non è più capace di muoversi, proprio come l’uccello prigioniero. Allora nulla lo può più salvare se non l’aiuto di Dio”. Conquistati dalla bellezza della sua anima, furono molti coloro che, di ogni condizione di vita, tra loro molti rabbini, si aggiunsero al circolo dei suoi discepoli. Per motivi che non sappiamo, si trasferì a Ostroh, in Volhynia. Nel 1790 decise di trasferirsi a Zfat, in terra d’Israele, ma lungo la via, giunto a Shipitovka (Russia), cadde malato e morì il 1o del mese di Elul del 5550 (20 agosto 1790).

Il 21 agosto 1321, a Chinon, in Francia, 160 ebrei furono accusati di aver avvelenato i pozzi per provocare un’epidemia. Senza che nessuna prova fosse addotta a sostegno dell’accusa e senza alcun processo, vennero tutti bruciati vivi in un rogo, fatto erigere fuori città, su un’isola del fiume Vienne. Sarà, più tardi, lo stesso re Filippo V, il Lungo, a proclamare l’innocenza degli ebrei.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Libro dei Giudici, cap.9, 6-15; Salmo 21; Vangelo di Matteo, cap.20, 1-16a.

La preghiera del mercoledì è in comunione con tutti gli operatori di pace, quale che ne sia il cammino spirituale o la filosofia di vita.

Per stasera è tutto. Noi ci si congeda qui, lasciandovi ad una fioretto di Rabbi Pinchàs, tratto da “I racconti dei Chassidim” (Garzanti) di Martin Buber. Che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Rabbi Leib, figlio di Sara, lo zaddik vagante, soleva visitare più volte l’anno, Rabbi Pinhàs. Le loro opinioni del mondo non coicidevano; perché l’attivitá di Rabbi Leib si estendeva in modo misterioso per il vasto mondo, e Rabbi Pinhàs credeva invece che nessuno potesse agire efficacemente se non nel luogo a lui destinato. Ma accomiatandosi dall’amico soleva dire: “A un accordo non arriveremo mai, ma la vostra intenzione è rivolta al cielo e la mia intentenzione è rivolta al cielo; così siamo uniti e tutto è una cosa sola”. (Martin Buber, I racconti dei Chassidim).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 21 Agosto 2019ultima modifica: 2019-08-21T22:41:43+02:00da fraternidade
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento