Giorno per giorno – 08 Agosto 2019

Carissimi,
“Gesù disse loro: Ma voi, chi dite che io sia? Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Gesù gli disse: Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli” (Mt 16, 15-17). Cos’è per voi la fede?, chiedevamo nel pomeriggio a Welington, Cesar, Edson e Marinoni, arrivati di recente alla Chácara Paraíso, nella sezione “Pequizeiro” (chiamata così per gli alberi di pequi che vi crescono). E tutti e quattro sono stati concordi nel rispondere: è credere in Dio. Già, ma questo è comune a tutte le religioni. È come una bella confezione, di cui ancora non abbiamo specificato il contenuto. La risposta di Simone, per quanto azzardata e ancora, come si vede subito dopo, connotata da una sostanziale ambiguità, tenta di disegnare l’oggetto di questa fede, affermando di credere in Gesù come messia e figlio di Dio. Anche la messianicità di Gesù e la sua asserita figliolanza divina danno sempre spazio ad equivoci, per questo egli interviene subito a chiarire l’una e l’altra alla luce dell’evento della croce. Che forma perciò l’oggetto precipuo della nostra fede. La croce di Cristo inaugura i tempi ultimi, e ogni giorno è perciò l’ultimo, su cui Egli ci allerta (come, lo vedremo nel capitolo 25): ciò che avete fatto ai poveri (i crocifissi, con cui egli si identifica), l’avete fatto a Dio e ciò che avete omesso di fare per i poveri, non l’avete fatto a Dio (pensiamo a coloro che anche solo tacciono davanti alle migliaia di morti in mare, e c’è da farsi venire i brividi). E tuttavia Dio, il Padre di Gesù, è colui che, per primo, perdona settanta volte sette, cioè sempre, ed è colui che, se ci comanda di amare i nemici e di pregare per i persecutori, è perché Lui lo fa per primo (se no, sarebbe un dio, come spesso quello delle religioni, simile ai peccatori e ai pagani, che sono sbrigativamente bollati come vendicativi). Ed è sempre Dio, un Padre, cui Gesù sa di potersi rivolgere, dall’alto della croce, non sapendo inventare altro, con il suo: Babbo, perdonali perché non sanno quello che fanno. E lo sapevano benissimo, avevano appena finito di crocifiggere un uomo. Così, noi, che crediamo in Gesù Messia e Figlio di Dio, per tutta la vita, ad ogni sera, saremo spediti all’inferno (perché si sappia in cosa consiste il male e ce ne ravvediamo), ma sempre ogni sera, fino all’ultima, ascolteremo la voce che ci dice: Vieni avanti, sciocchino!, nella gloria di tuo Padre. Che è un padre migliore di quello che a volte dimostriamo di essere noi, nel dirci capaci di goderci il paradiso, mentre per l’eternità i nostri figli o fratelli sguazzano nella spazzatura, capri coi capri, come dirà la lettera del testo. Diceva un qualche santo che Gesù se ne starà fuori dal paradiso fino a che l’ultimo peccatore non vi sia entrato. Di un Dio così ci si può appassionare, tentando, perciò, di testimoniarlo. L’altro lo si può solo temere. Con lui non ci passeremmo l’eternità.

Oggi la Chiesa fa memori di Domenico di Guzman, fondatore dei Frati Predicatori; di Bonifacia Rodríguez Castro, fondatrice delle Serve di san Giuseppe; e di Maria Elena MacKillop, fondatrice delle suore di san Giuseppe del Sacro Cuore di Gesù.

Nato nel 1170 a Caleruega, nella Vecchia Castiglia (Spagna), quando, a 15 anni, ancora studente, viene a contatto con le miserie causate dalle continue guerre e dalla carestia, Domenico vende le suppellettili della propria stanza e le preziose pergamene per costituire un fondo per i poveri. A chi gli esprime stupore per quel gesto risponde: “Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame?”. Terminati gli studi, a 24 anni, il giovane entra tra i “canonici regolari” della cattedrale di Osma, dove viene consacrato sacerdote. Desideroso di recarsi in missione tra le popolazioni pagane, accetta tuttavia dal papa Innocenzo III l’incarico di dedicarsi a predicare contro la diffusione dell’eresia albigese, in Francia. Assieme ad alcuni amici fonda nel 1215 l’ordine dei frati predicatori. Convinto che il maggior ostacolo alla conversione sia la ricchezza materiale di gran parte del clero, decide che il suo ordine viva in povertà e semplicità. Negli ultimi anni, l’Ordine dimentica il primitivo impegno ad usare la “logica della persuasione e non della forza” per convincere le persone della verità cristiana, tanto che molti dei suoi frati diventano membri attivi dell’Inquisizione. Sfinito dal lavoro apostolico ed estenuato dalle grandi penitenze, Domenico muore il 6 agosto 1221, circondato dai suoi frati, nel convento di Bologna. Lungo i secoli molti dei suoi seguaci sarebbero stati esempio di difesa dei diritti dei più poveri, di impegno per la giustizia sociale, di testimonianza all’Evangelo del Regno, fino al dono della vita.

Bonifacia Rodríguez Castro era nata a Salamanca (Spagna) il 6 giugno del 1837 da Maria Natalia e Juan, una coppia di artigiani, profondamente religiosi. Terminati gli studi elementari imparò il mestiere di cordonaia e all’età di quindici anni, in seguito alla morte del padre, si recò a lavorare come operaia, per aiutare la madre a sostenere la famiglia. Potè così sperimentare, in prima persona, le dure condizioni di lavoro del tempo. Dal 1865, Bonifacia e sua madre, rimaste sole, si dedicarono a una vita di profonda pietà. Con un gruppo di ragazze di Salamanca, attratte da questa testimonianza di vita, decisero di fondare un’associazione che si prendesse a cuore le condizioni della donna lavoratrice. L’incontro con il gesuita catalano Francisco Javier Butinyà, giunto a a Salamanca nell’ottobre del 1870 con una grande preoccupazione apostolica verso il mondo della classe operaia, incise radicalmente nella vita di Bonifacia. Fu infatti su sua ispirazione che la donna fondò la congregazione delle Serve di San Giuseppe, nei cui laboratori, guidati dalla spiritualità della casa di Nazareth, le suore lavorano come operaie lato a lato di donne povere che non avevano lavoro. Da subito, tuttavia, la fondazione fu vista con sospetto e suscitò l’opposizione del clero di Salamanca, che ottenne l’allontanamento di P. Butinyà, il trasferimento del Vescovo che aveva dato la sua approvazione all’istituto e alla congregazione nuovi statuti e una nuova direzione, con suore che scelsero di essere maestre e non operaie. Per Bonifacia seguirono anni di umiliazioni, rifiuto, disprezzo e calunnie, sopportati in umiltà e silenzio. Emarginata dalla congregazione che aveva fondato, aprì a Zamora, col permesso del vescovo, una nuova comunità, fedele all’intuizione originaria. Lì, circondata dall’affetto delle sorelle e della gente di Zamora che la venerava come una santa, morì, l’8 agosto del 1905. Solo nel gennaio del 1907, la casa di Zamora si vide riconosciuta e si riunì al resto della Congregazione, come Bonifacia aveva fino all’ultimo sperato.

Maria Elena MacKillop (conosciuta in seguito come Madre Maria della Croce) era nata a Fitzoroy (Australia) il 15 gennaio 1842, figlia primogenita di una coppia di immigrati scozzesi. Benché desiderasse, fin dalla prima giovinezza, abbracciare la vita religiosa, dovette ritardare la realizzazione del suo sogno, per sopperire alle necessità della famiglia. Nel 1860 ricevette l’incarico di insegnante a Penola nell’odierno Stato dell’Australia Meridionale, dove incontrò padre Giuliano Tenison Woods, che divenne il suo padre spirituale, e con cui poco dopo fondò la Congregazione delle Suore di S. Giuseppe del Sacro Cuore di Gesù, con la missione di aprire scuole per i bambini poveri. Maria Elena andò ad insegnare per quattro anni a Portland nello Stato di Vittoria per ritornare a Penola nel 1866 dove aprì una scuola cattolica per ragazzi poveri, coadiuvata da un primo gruppo di ragazze che aderirono alla sua opera di carità. Nel 1867 aprì una seconda scuola ad Adelaide e altre ancora in breve tempo, mentre aumentava il numero delle consorelle e l’attività della congregazione si estendeva fino a comprendere l’assistenza agli orfani, ai poveri e ai vecchi. Nel 1870 la MacKillop e le sue consorelle denunciarono gli abusi di cui si era reso responsabile un certo padre Keating: le accuse furono provate e il prete venne rispedito in Irlanda (ufficialmente, per abuso d’alcol). Il vescovo della diocesi di Adelaide, monsignor Sheil, anziano e ammalato, si lasciò però convincere dal vicario generale Charles Horan (amico e collega del prete pedofilo) a intervenire con severità contro le Sorelle, cambiando le regole della congregazione. Di fronte al rifiuto della giovane fondatrice e superiora, il vescovo la scomunicò per insubordinazione. Dopo un anno, tuttavia, lo stesso Sheil, ormai prossimo alla morte, revocò la scomunica. In seguito, una commissione episcopale riabilitò completamente la religiosa. L’approvazione della congregazione da parte di Leone XIII giunse, infine, nel 1888. Debilitata nel fisico per gravi malattie, pur essendo rimasta indomita nello spirito, la madre Maria della Croce morì l’8 agosto 1909 a Sydney. È stata canonizzata a Roma da papa Benedetto XVI .

I testi che la liturgia propone oggi alla nostra riflessione sono tratti da:
Libro dei Numeri, cap.20, 1-13; Salmo 95; Vangelo di Matteo, cap. 16, 13-23.

La preghiera del giovedì è in comunione con le religioni tradizionali indigene.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, proponendovi una citazione di Timothy Radcliffe, ottantaquattresimo successore di san Domenico, alla testa dell’Ordine dei Predicatori dal 1992 al 2001. Il brano è tratto dl suo libro “Alla radice la libertà. I paradossi del cristianesimo” (EMI), ed è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Al Concilio Vaticano I, la chiesa dichiarò formalmente che la nostra ricerca della verità include la ragione. La fede può portarci oltre la ragione, ma non può essere contro la ragione. Secondo Tommaso d’Aquino, siamo animali pensanti, cercatori di verità. Quando ero un giovane fraticello, l’arcivescovo di Westminster era il cardinale Heenan, un uomo famoso per la sua intelligenza. Fu chiamato a testimoniare a un processo e un avvocato gli disse: “Eminenza, è vero che oggi lei è una delle persone più intelligenti in Gran Bretagna?”. E lui rispose: “Sì, è vero. Ma lo dico solo perché qui ho giurato di dire la verità”. Viviamo oggi, ahimè, nell’era della post- verità. Dopo la campagna per la Brexit in Inghilterra e l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, c’è da preoccuparsi di fronte all’evaporazione della verità. Trump accusa la stampa di diffondere fake news, notizie false, ma lui non fa che confermarle l’una dopo l’altra. In Inghilterra i politici vengono colti in flagrante mentre mentono sulle loro spese; la polizia mente in tribunale; i giornalisti mentono. Quando costoro vengono scoperti, ammettono di aver commesso un “errore di valutazione”. Suppongo che l’errore fosse pensare che l’avrebbero fatta franca. Il problema non è tanto che la gente mente, quanto il fatto che l’idea stessa di verità si è sbiadita. Viviamo in un mondo di truthiness, quella verità apparente che Stephen Colbert ha definito “l’espressione di sensazioni od opinioni ‘di pancia’ come se fossero valide affermazioni oggettive”. […] Apparteniamo a una società litigiosa. Ma il problema più profondo è questa cecità culturale alla verità, che non si può sempre risolvere portando le persone in tribunale. Dobbiamo insegnare ad amare la verità in sé stessa. Ecco perché, in questo mondo della post- verità, non riesco a immaginare una vocazione più importante di quella dell’insegnante. Gesù disse ai discepoli: “Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono” (Gv 13,13). Abbiamo un disperato bisogno di maestri. Non solo per comunicare la nostra fede, ma per insegnare agli alunni ad amare ogni sorta di verità e a ricercarla con tutta la loro mente, con tutto il loro cuore e con tutta la loro immaginazione. Le costituzioni dell’Ordine domenicano affermano che abbiamo una propensio ad veritatem, un’inclinazione naturale alla verità. Se soffochiamo questo istinto per la verità in tutte le sue forme, la nostra umanità è fatalmente danneggiata. Un famoso domenicano, Yves Congar, disse: “Ho amato la verità come si ama una persona”. (Timothy Radcliffe, Alla radice la libertà. I paradossi del cristianesimo).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 08 Agosto 2019ultima modifica: 2019-08-08T22:18:26+02:00da fraternidade
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