Giorno per giorno – 08 Marzo 2011

Carissimi,

“Gesù disse loro: Portatemi un denaro: voglio vederlo. Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono? Gli risposero: Di Cesare. Gesù disse loro: Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio” (Mc 12, 15-17). Stamattina ci dicevamo che forse noi avremmo preferito che Gesù, alla domanda-tranello se si dovessero pagare le tasse in un sistema iniquo e tirannico come era quello romano che dominava la Palestina del tempo, avesse risposto semplicemente di no (chissà, capace che qualcuno si aspettasse un sì). Ma Gesù sembra rifuggire dalle risposte facili, che non implichino l’uso della nostra intelligenza e della nostra responsabilità. Come dire, che preferisce avere a che fare con discepoli (o cristiani) adulti. Il tema in questione, a ben vedere, non è tanto quello del pagare o no le tasse, né, nella risposta che Lui dà, quello di una pacifica e conciliante divisione delle sfere d’influenza tra religione e politica. Tutt’altro. C’è, in primo luogo, la desacralizzazione della politica. L’autorità politica, Cesare, non è nessun dio (né l’unto del Signore, come qualcuno magari sogna o pretende di essere). Dopo di che c’è da decidere a chi apparteniamo noi. Quale sia, cioè, il Dio della nostra vita. Non Cesare, sperabilmente, ma neppure l’ “idolo” di una qualche religione, e meno che meno il potere esercitato in suo nome, ma il significato ultimo che noi accogliamo per il nostro vivere e attribuiamo al nostro agire. E se noi ci fidiamo della parola di Dio (ma è, allora, necessario conoscerla e conoscere colui che definitivamente l’incarna), sappiamo come identificarlo: il nostro Dio è colui che libera da ogni oppressione, che si muove a compassione delle sofferenze del mondo, che si solidarizza, fino a identificarsi con gli ultimi, che è in mezzo a noi come colui che serve, che passa facendo del bene, che offre la sua vita in favore degli altri e così via. È a partire da questo Dio (o da altri, se avremo affidato la nostra vita ad altri significati) che disporremo del criterio per giudicare di volta in volta ciò che dobbiamo dare [di noi, del nostro assenso] – o piuttosto non dare – al Cesare di turno. E Cesare non è più soltanto il potere politico, ma anche quello economico, culturale, religioso (famigliare, potremmo aggiungere in questa giornata dedicata alla donna, alle sue lotte e rivendicazioni),  e di quant’altri voglia – negando la verità dell’essere umano – dominare e servirsi di, invece di porsi in una logica di servizio all’umanità. Ovvio che il partito di Cesare (con i suoi alleati religiosi) farà ogni volta di tutto per truccare le carte, cercando persino di dimostrare che il partito di Cesare è il partito di Dio, o almeno quello che gli è più funzionale. Sempre che lascino lavorare Cesare.         

 

Oggi, il calendario ci porta la memoria di Giovanni di Dio, testimone, al servizio degli infermi.         

 

08 giovanni di Dio.jpgJuan Ciudad era nato l’8 marzo 1495 a Montemor-o-novo, nei pressi di Evora, in Portogallo. Quando ebbe otto anni un chierico lo sottrasse ai genitori ignari, portandolo a Oropesa, nella Nuova Castiglia, e lo affidò alla famiglia di Francisco Cid, sovraintendente al bestiame e al personale addetto, nelle tenute del Conte di Oropesa. Qui il ragazzo restò, dedicandosi alla pastorizia, fino all’eta di 28 anni, quando si arruolò in una compagnia di fanteria al servizio dell’imperatore di Spagna. Le molte disavventure convinsero Juan a lasciarsi alle spalle la carriera militare. Per qualche tempo viaggiò per mezza Europa, fu bracciante in Africa, venditore ambulante a Gibilterra, finché si stabilì a Granada, dove aprì un piccolo commercio di libri. Fu allora che, ascoltando una predica di Giovanni d’Ávila, decise di cambiare radicalmente vita: abbandonò tutto, vendette i suoi beni e coperto di stracci cominciò a mendicare per le vie della città, diventando una sorta di folle per Cristo. E per matto lo presero i suoi concittadini, che lo rinchiusero in manicomio. Questo fu tuttavia un evento provvidenziale per permettere a Juan di scoprire la sua vocazione: dedicarsi all’assistenza di poveri e malati. Per quanto privo di specifiche conoscenze mediche, cominciò ad accogliere malati di ogni tipo, prendendosi cura del loro spirito, per aiutare a risanarne il corpo. Quando morì a cinquantacinque anni, l’8 marzo 1550, i suoi discepoli ed amici fondarono l’Ordine dei Fratelli Ospedalieri, meglio conosciuti come Fatebenefratelli, dal saluto che Giovanni rivolgeva ai passanti quando mendicava aiuto per i suoi malati. Fu canonizzato nel 1690 da papa Alessandro VIII e Leone XIII lo dichiarò patrono degli ospedali e degli operatori di salute.

 

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:

Libro di Tobia, cap.2, 9-14; Salmo 112; Vangelo di Marco, cap. 12, 13-17.

 

La preghiera del martedì è in comunione con le religioni tradizionali del Continente africano.

 

08 marzo.jpgBene, circa l’origine della Giornata della Donna, che si celebra oggi, sappiamo solo, come notizia sicura, che l’8 marzo 1908, Clara Essner Zetkin, dirigente del movimento operaio tedesco, e la socialista Rosa Luxemburg organizzarono la Prima Conferenza internazionale della donna. Due anni più tardi, Il 29 agosto 1910,  a Copenaghen, dove si tenne la Seconda Conferenza internazionale, tra le proposte approvate vi furono quelle di istituire una giornata internazionale della donna, il diritto universale al voto e il riconoscimento dell’indennità di gestazione anche per le donne non sposate. Giornata quindi di lotta e di rivendicazioni. Nel 1977, poi, l’UNESCO proclamò l’8 Marzo, Giornata internazionale della donna. Che qui ricordiamo, senza mimose e senza cedimenti a un improbabile consumismo, ma per fare memoria delle conquiste raggiunte e di quelle, molte di più,  da conseguire ancora. Dall’altra metà del cielo. 

 

18 Maria Teresa Porcile Santiso.jpgNoi ci si congeda qui, lasciandovi a una preghiera che intenzionalmente si rifà a quella attribuita a Francesco di Assisi, ma che diventa, qui, preghiera della donna. Da cui gli appartenenti all’altro sesso ci si dovrebbe sentire interpellati e, chissà,  farci convertire. È della teologa femminista uruguaiana Maria Teresa Porcile Santiso, assai nota nell’ambito del Consiglio Mondiale delle Chiese, prematuramente scomparsa nel giugno del 2001. Ed è, per oggi, il nostro  

 

PENSIERO DEL GIORNO

Signore, / fa delle donne uno strumento della tua pace; / che dove c’è divisione, siamo vincolo di unità; / che dove c’è sfiducia, possiamo dare perdono; / che dove c’è dubbio, poniamo la nostra fede; / che dove c’è tristezza, siamo gioia; / che dove c’è disanimo, siamo cammino di speranza; / che dove c’è ombra, portiamo la tua luce. // Di tutto questo siamo capaci, Signore, / perché tu ci hai dato / “un corpo di oblazione, / un ventre abitato di attese e di tempi, / e una missione di godimento e di luce”. // Signore, / fa che noi donne: / non cerchiamo tanto di essere comprese / quanto di comprendere; / perché donandoci liberamente, / possiamo aiutare la creazione / di un nuovo ordine d’amore// perché dimenticando i silenzi di ieri / che abbiamo sofferto, / potremo costruire un domani / di canto e di redenzione. // Fa Signore, che vediamo in ogni uomo / il padre, il fratello, l’amico, il figlio. / Fa Signore che vediamo in ogni donna / un pezzo del nostro stesso essere. / Fa Signore che vediamo nelle diverse culture, / la comunità di persone da generare a Dio. / Fa Signore che la nostra aspirazione / sia di raggiungere la Tua Immagine Perfetta. / Facci Signore un strumento della Tua Pace. / Dacci uno spirito di unità, / di concordia, di dialogo, di misericordia e di amore. // Amen. (Maria Teresa Porcile Santiso, Haz de las mujeres).

 

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 08 Marzo 2011ultima modifica: 2011-03-08T23:29:00+01:00da fraternidade
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