Giorno per giorno – 19 Giugno 2020

Carissimi,
“Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11, 28-30). Nello scenario sconfortante di incredulità da cui si vede attorniato, Gesù eleva una improvvisa e gioiosa lode al Padre, per aver scelto di rivelarsi come Egli è ai piccoli, poveri, ultimi, disprezzati, dimenticati (cf v. 25). Luca, nel passo corrispondente, situa l’episodio nel contesto del ritorno dalla missione dei settantadue discepoli, missione in cui essi hanno sperimentato il potere vincente del nome di Gesù nella lotta contro il male (cf Lc 10, 17-22). All’esclamzione di esultanza di Gesù, Matteo fa seguire questo suo invito agli oppressi di ogni tempo, invito che, nell’immagine che egli offre di se stesso, ci dice di come è il Padre: “mite e umile di cuore”. Senza timore di mettere in crisi quanto a proposito di Dio è da sempre presente nell’animo religioso di ogni tradizione, compresa la sua. E guai a chi, come fanno ancora in molti, dato che con la minacccia e la paura si domina meglio, tralascia disinvoltamente questo dato di fede. Gesù, e perciò il Padre, di cui è l’immagine visibie, è ristoro e rifugio dalla paura e da ogni tipo di oppressione. Anche quella seminata da chi si dice religioso. E la chiesa è chiamata ad esserne sacramento.

La Chiesa cattolica celebra oggi la Festa del Sacro Cuore di Gesù, che, istituita su base locale nel 1765 da Clemente XIII, fu estesa da Pio IX, nel 1856, a tutta la Chiesa. Scrive Karl Rahner nel suo saggio dal titolo “Ecco quel cuore”: “Il termine cuore non significa già amore. Questo centro intimo e corporeo dell’essere umano personale, che confina col mistero assoluto, secondo la sacra Scrittura può essere anche perverso e costituire l’abisso insondabile, nel quale sprofonda il peccatore, che si rifiuta d’amare. Il cuore può restare vuoto di amore e può essere molto periferico ciò che si potrebbe chiamare ancora amore. L’uomo apprende per la prima volta che il più intimo della realtà umana è l’amore […] soltanto quando egli arriva a conoscere il Cuore del Signore. ‘Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini’: questa non è una proposizione analitica derivata dal concetto di cuore, ma la conseguenza sconvolgente della esperienza della storia della salvezza”.

I testi proposti alla nostra riflessione dalla liturgia della Festività odierna sono tratti da:
Libro del Deuteronomio, cap.7, 6-11; Salmo 103; 1ª Lettera di Giovanni, cap.4, 7-16; Vangelo di Matteo, cap.11, 25-30.

La preghiera del Venerdì è in comunione con i fedeli della Umma islamica, che confessano l’unicità del Dio clemente e misericordioso.

Il nostro calendario ci porta la memoria di Romualdo, fondatore dei Camaldolesi, e di Sebastian Newdigate e compagni, monaci e martiri in Inghilterra.

Nato a Ravenna intorno al 952, Romualdo scelse la vita monastica dopo un tragico avvenimento che aveva colpito la sua famiglia: il padre, Sergio, duca di Ravenna, aveva ucciso un parente nel corso di un duello. Fu dapprima monaco nel monastero benedettino di S. Apollinare in Classe, nella città natale. Ma dovette stancarsene presto, distante come vedeva la vita di quei monaci dal rigore e dalla radicalitá testimoniata dagli antichi padri del deserto. Trascorsi dieci anni nel monastero di San Michele di Cuxa, sui Pirenei, Romualdo tornò in Italia e si trasferì in Toscana, dove, a Campo Maldoli, fondò un monastero in cui i monaci potessero tradurre l’opzione monastica in una vita basata sul lavoro manuale, la preghiera, le veglie e il digiuno, e dove, dopo un periodo di tempo vissuto in comunità, potessero ritirarsi nella solitudine di un eremo. Nacque così, entro la famiglia benedettina, l’ordine Camoldolese, che nel 1113 vedrà riconosciuta la sua autonomia. Romualdo fu un uomo calato nei problemi del suo tempo, preoccupato per l’evangelizzazione della gente e per la riforma del clero. Presentendo la morte, si congedò da ciascuno dei suoi monaci e volle morire da solo, senza che nessuno fosse presente, nel monastero di Val di Castro, il 19 giugno 1027.

Dopo la rottura di Enrico VIII con Roma, era stata imposta ai sudditi l’approvazione del ripudio, da parte del re, della regina Caterina d’Aragona e quindi l’accettazione come sovrana di Anna Bolena. Pur con qualche incertezza i monaci della Certosa di Londra, nel 1534, sottoscrissero il documento, convinti che questo non pregiudicasse la loro fede. Quando però, qualche mese più tardi, un nuovo decreto stabilì che tutti riconoscessero la supremazia del re sulla chiesa d’Inghilterra, il loro priore, John Houghton, riunì la comunità per decidere il da farsi e unanime fu la scelta dei monaci di non aderire a tale ingiunzione. Questo segnò però il destino loro e di altri religiosi che ad essi si erano nel frattempo aggiunti. Arrestati, rinchiusi nella Torre di Londra, e torturati a più riprese, i primi di loro furono impiccati il 4 maggio 1535. Sebastian Newdigate era stato confessore del re e Enrico VIII nutriva per lui sufficiente affetto da spingerlo a visitarlo personalmente in carcere, al fine di convincerlo a sottoscrivere il documento. Fu tutto inutile. Rifiutate le offerte e sottoposto a torture, egli e altri due compagni, Humphrey Middlemore e William Exmew, furono, il 19 giugno 1535, impiccati, sventrati e squartati nella piazza del Tyburn. Altre morti sarebbero seguite nei mesi successivi.

Il Brasile ha superato il milione di contagi Covid-19 registrati e si avvicina ai 50 mila decessi. Lo Stato di Goiás ha superato i 14 mila contagi e conta 281 vittime. La nostra città, che ne era rimata immune lungo i primi tre mesi dallo scoppio della pandemia, da ieri ha i suoi primi casi, di persone che si erano recate nella capitale, Goiânia. A oggi sono quattro, ma le previsioni non sono rosee. Il tutto sotto il caotico, irresponsabile, minaccioso sgoverno di un sempre più fascisteggiante Bolsonaro. A cui sembra siano ora, forse tardivamente, decisi a porre un freno, i giudici della Suprema Corte. Anche se non si sa ancora bene come andrà a finire.

Ed è tutto, per stasera. Dato che, più sopra, vi abbiamo citato Karl Rahner, sul soggetto della festività odierna, scegliamo di congedarci dando ancora a lui la parola, con questo che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Il cuore è la realtà intima e unificante che evoca il mistero che resiste a tutte le analisi, che è la legge silenziosa più potente di ogni organizzazione e utilizzazione tecnica dell’uomo. Cuore indica il luogo dove il mistero dell’uomo trascende nel mistero di Dio; là la vuota infinitudine che egli esperimenta dentro di sé grida e invoca la infinita pienezza di Dio. Evoca il cuore trafitto, il cuore angosciato spremuto morto. Dire cuore significa dire amore, l’amore inafferrabile e disinteressato, l’amore che vince nell’inutilità, che trionfa nella debolezza che ucciso dà la vita, l’amore che è Dio. Con questa parola si proclama che Dio e là dove si prega: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Con la parola cuore si nomina qualcosa che è totalmente corporeo e tuttavia è tutto in tutto, al punto che si possono contare i suoi battiti e ci si può fermare in un pianto beato perché non è più necessario andare avanti dal momento che si è trovato Dio. Chi può negare che in questa parola noi ritroviamo noi stessi, il nostro destino e il modo proprio dell’esistenza cristiana che ci è imposto come peso o grazia insieme, e assegnato come nostra missione? (K. Rahner).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 19 Giugno 2020ultima modifica: 2020-06-19T22:46:52+02:00da fraternidade
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento