Giorno per giorno – 18 Giugno 2020

Carissimi,
“Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli” (Mt 6, 7-9). Viene in mente una pagina terribile dell’Antico Testamento (che una lettura cristiana prenderà ovviamente con le pinze), quella in cui Elia sbeffeggia i profeti di Baal, che egli ha sfidato a propiziare l’intervento del dio, che invece tarda a manifestarsi; così lui suggerisce loro: “Gridate a gran voce, perché è un dio! È occupato, è in affari o è in viaggio; forse dorme, ma si sveglierà” (1Re 18, 27). Gesù vuole convincerci, ed è ogni volta una fatica improba, che Dio è il nostro Padre amoroso (lui lo chiamava Abba, papà), non l’idolo sordo e, meno che mai, il tiranno sanguinario, presente così spesso nell’immaginario dei credenti. E, dato che non tutti hano un buon ricordo della figura del padre, vuoi perché assente, o violento o anche solo troppo occupato a fare altro, ci è stato fatto sapere che Dio è padre alla maniera di Gesù. E solo alla maniera di Gesù. Così ogni affermazione che facciamo su Dio dobbiamo misurarla sul comportamento di Gesù, immagine visibile del Dio invisibile. Se ce ne propongono un’altra da quella di chi è disposto a morire, pur di mettere in salvo i suoi figli e di non vendicarsi dei suoi nemici, sappiamo in anticipo che stanno bluffando, ci vogliono ingannare e sanno loro il perché. Però, c’è anche da tenere in mente che, se abbiamo deciso di essere suoi discepoli, dovremo fare il possibile per imitarne l’esempio. Diversamente, ci staremmo spacciando per quello che non siamo e faremmo un pessimo servizio al Vangelo di Gesù.

Il nostro calendario ecumenico ci porta oggi le memorie di Bernardo Mizeki, martire nel Mashonaland; di P. Giovanni Vannucci, maestro spirituale del nostro tempo; di Maria Teresa Porcile Santiso, teologa al femminile.

Nato nel 1861 nella regione dell’attuale Mozambico, Bernardo Mizeki si trasferì, a dodici anni, a Città del Capo (Africa del Sud), dove per dieci anni lavorò come operaio, abitando in una baraccopoli. Divenuto cristiano, quando completò gli studi, fu inviato a lavorare come agente di pastorale laico nel Mashonaland, nell’attuale Zimbabwe. Ogni giorno, pregava l’Ufficio Divino, coltivava il suo orticello, per trarne i mezzi di sussistenza, studiava la lingua locale e creava relazioni d’amicizia con la gente del villaggio. Attento alle caratteristiche della religione dei Shona, seppe inculturare l’annuncio cristiano nella fede monoteistica nel Dio unico, Mwari, e nella sensibilità alla vita dello spirito. Minacciato più volte e poi rapito da un gruppo di estremisti, fu ucciso per la sua fedeltà a Cristo, il 18 giugno 1896. Il luogo della sua morte divenne centro di grande devozione per gli anglicani e altri cristiani.

Nato a Pistoia il 26 dicembre 1913, Giovanni Vannucci fece la sua professione religiosa nell’ordine dei Servi di santa Maria. Nei primi mesi del 1951, con alcuni confratelli si associò per qualche mese alla nascente e allora contestata comunità cristiana creata a Nomadelfia (Grosseto) da don Zeno Saltini. Aveva affermato in quei mesi: “C’è troppa separazione tra monaci e popolo, non ci sono ponti di comunicazione, siamo nettamente separati, non c’è comunione. Noi portiamo l’eredità di un inquinamento del quale dobbiamo cercare generosamente, con una decisione coraggiosa e ferma, di liberarci […] perché possiamo tradire il Vangelo anche non ascoltando la voce della storia”. I provvedimenti disciplinari che, nel clima dell’epoca, seguirono, trovarono il frate consenziente e docile, convinto che una tale prova rappresentasse la necessaria potatura operata da Dio in vista di un suo cambiamento radicale. Restò per un anno nel convento di Sansepolcro, interessandosi vivamente ai problemi dei più poveri ed emarginati e, successivamente a Firenze, dove, negli anni che seguirono, fu l’animatore di iniziative culturali e caritative, che suscitarono un forte risveglio religioso della città. Nel 1967, potè finalmente dar vita a un suo antico sogno: quello di avviare una comunità dedita alla preghiera, al lavoro e all’accoglienza, nella povertà e nell’allegria, dove a tutti “fosse concesso di portare a maturazione i propri doni e servire l’uomo con essi”. Fu ciò che egli fece fino alla morte, avvenuta il 18 giugno 1984, nell’Eremo di san Pietro a Le Stinche, nel Chianti.

Di Maria Teresa Porcile Santiso, teologa cattolica, nata in Uruguay nel 1943, non disponiamo di dettagli biografici. La ricordiamo con un profilo, probabilmente da lei stessa ispirato, per la presentazione di un’opera collettanea, che suona così: “Come Teresa di Lisieux, la sua patrona, vuole imparare l’ebraico per leggere la Bibbia. Studia all’Istituto di cultura ebraica di Montevideo, dove incontra altri cristiani e vive l’apprendistato della tradizione religiosa in un ambito giudeo-cristiano. Molto importante è stato, per lei, un soggiorno in kibbutz in Israele. Attratta dalla vita contemplativa, ha fatto per sei anni un’esperienza di formazione in questo senso. Ma ha deciso di vivere la sua vocazione al di fuori di ogni ordine religioso, consacrandola allo studio e al dialogo. Studi di pedagogia e di filosofia all’Università cattolica di Montevideo. Prosegue la sua formazione ecumenica all’Istituto del Consiglio ecumenico di Ginevra, dove insegna per diversi anni. Dottorato di teologia a Friburgo. Viaggia molto per congressi, sessioni, ritiri. Definisce la sua teologia come “teologia nomade in cerca d’identità”. Alcuni mesi all’anno, insegna la Bibbia e l’ecumenismo all’Istituto di formazione dei preti di Montevideo”. Muore, aggiungiamo noi, il 18 giugno 2001. Aruna Gnanadason, incaricata del Programma Donna al Consiglio Mondiale delle Chiese, ricordandone la figura, ha detto: “Lei stessa era un’espressione della sua teologia: profondamente spirituale, era totalmente coinvolta nelle lotte dei poveri, delle donne e di tutti gli esclusi”.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
2ª Lettera ai Corinzi, cap.11, 1-11; Salmo 111; Vangelo di Matteo, cap. 6, 7-15.

La preghiera del giovedì è in comunione con le religioni tradizionali indigene.

È tutto, per stasera. Noi ci congediamo, lasciandovi alla lettura di un brano di omelia di Giovanni Vannucci. Tratto dal libro “Cristo e la libertà” (Romena), è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Cristo non ha mai parlato di Dio, ma del Padre, e il termine padre coinvolge tutto il nostro essere, intelligenza e cuore. Nel Vangelo si parla di un padre che ha nostalgia del figlio che ha abbandonato la casa. Quando il figlio torna, il padre non lo punisce, ma lo premia perché, tornando a casa, porta delle conoscenze, un qualcosa che non avrebbe raggiunto se fosse rimasto nella casa del padre: l’esperienza della libertà. La parabola è bellissima: non è soltanto il figlio che si converte, ma è anche il padre; e il padre si converte perché viene arricchito dalle conoscenze del figlio (cf Lc 15, 11-32). Non vi sembra? Cristo ci collega al Padre, a questa misteriosa divinità che ha nostalgia dell’uomo e che crea per amore dell’uomo. Il nostro è un Dio nostalgico: ha bisogno dei fiori sulla terra, degli astri, dell’uomo, della libertà e del canto dell’uomo, per completare la sua infinita perfezione e felicità. Questo è il Padre. (Giovanni Vannucci, Cristo e la libertà).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle dela Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 18 Giugno 2020ultima modifica: 2020-06-18T22:03:37+02:00da fraternidade
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