Giorno per giorno – 23 Ottobre 2019

Carissimi,
“Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12, 35-37). Uno dei nostri ricordava stamattina, nella cappella del monastero, dove ci siamo ritrovati per la preghiera di Lodi, una tradizione irlandese, richiamata da mons. Roncalli nel suo discorso di congedo dalla nunziatura di Sofia, secondo cui, la notte di Natale, i fedeli mettono alla finestra una lampada accesa, per indicare a Maria e a Giuseppe, alla ricerca di un rifugio, che in quella casa c’è posto per loro. Il futuro papa Giovanni, perché fosse chiaro il senso di quel richiamo, aggiungeva che ovunque si fosse trovato, in futuro, se mai fosse capitato a un bulgaro, cattolico o ortodosso, poco importa, di passare davanti alla sua casa, avrebbe sempre trovato alla finestra una lampada accesa, come segno della più calda e affettuosa accoglienza. Ora, l’accoglienza, simboleggiata dalla lampada, e l’atteggiamento di servizio, segnalato dalla cintura ai fianchi, sono le due caratteristiche per le quali ci viene dato diritto di accesso all’Eucaristia, in cui Gesù, come nell’ultima Cena, passa, proprio come aveva anticipato nella parabola di oggi, a servire i suoi: “Io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22, 27). Ove manchino queste disposizioni, è perché non abbiamo ancora capito nulla dell’Eucaristia, né del nostro essere cristiani, né di Gesù Cristo, né di Dio.

Oggi il calendario ci porta la memoria di Hadewijch di Anversa, mistica del Tredicesimo secolo; e quella di Nervardo Fernández, Luz Stella Vargas, Carlos Páez e Salvador Ninco, martiri della lotta in appoggio alle rivendicazioni indigene in Colombia.

Il poco che si sa di Hadewijch, lo si deduce dai suoi scritti. Originaria della regione di Anversa, nelle Fiandre, visse nel Tredicesimo secolo e prese parte al movimento delle beghine, sorto in quegli anni e formato da donne che, rifiutando il matrimonio, vivevano lo spirito e la parola dell’Evangelo in libere comunità femminili, caratterizzate dalla semplicità di vita, la condivisione dei beni, il lavoro, la preghiera e la pratica delle opere di misericordia, senza tuttavia che ciò comportasse l’assunzione dei voti religiosi. Nella comunità di cui faceva parte, Hadewijch ricoprì probabilmente per un certo tempo funzioni di direzione spirituale, fino a quando, non ne sappiamo il motivo, se ne dovette allontanare. Questo non le impedì di mantenere i contatti con le antiche figlie spirituali, secondo quanto ci è testimoniato dalle numerose lettere a loro indirizzate. Di lei ci restano anche numerose poesie e descrizioni di visioni. In ogni suo testo risalta e si evidenzia la centralità dell’amore di Dio.

Nervardo e Luz Stella erano giovani militanti cristiani, artisti di teatro e della canzone popolare. Vivevano a Neiva, nel dipartimento di Huila (Colombia). Carlos e Salvador erano leader della Comunità indigena Caguán Dujos. La vita di Nervardo fu segnata dalla ricerca appassionata di Dio e del servizio disinteressato e generoso ai fratelli più poveri. Avrebbe voluto essere frate francescano, ma le condizioni di salute glielo avevano impedito. Fu ugualmente francescano tra la gente, vivendo in semplicità, dispensando allegria, offrendo le sue canzoni e il suo repertorio teatrale. Luz Stella aveva due passioni: il teatro e l’organizzazione popolare. Carlos e Salvador erano invece impegnati, assieme alle venticinque famiglie della loro Comunità, nella difesa della loro terra, su cui avevano messo gli occhi i Lara Perdomo, una famiglia di latifondisti della regione. Che aveva addirittura già imposto una data per lo sgombero: il 15 gennaio successivo. Per evitare di arrivarci impreparati, la comunità aveva delegato i quattro a prendere contatto con altre comunità della regione che affrontavano conflitti analoghi. La mattina del 22 ottobre 1988 si erano incontrati a Campoalegre, da cui avrebbero dovuto proseguire in autobus fino a Rosales. La fermata dell’autobus si trovava a mezzo isolato dal posto di polizia. I quattro non presero mai l’autobus, né arrivarono a Rosales. Quando gli indigeni si recarono al posto di polizia a chiedere notizie degli scomparsi, si sentirono rispondere che c’era nessuna segnalazione al riguardo. Solo la domenica 26, un contadino ne scoprì i corpi in un fossato. Tutti presentavano ustioni da acido e fori di proiettili. A Luz Stella erano stati tagliati i piedi.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Lettera ai Romani, cap.5, 12. 17-19. 20b-21; Salmo 40; Vangelo di Luca, cap.12, 35-38.

La preghiera del martedì è in comunione con le religioni tradizionali del Continente africano.

Le comunità ebraiche della diaspora celebrano oggi, 23 del mese di Tishri, Simchat Torah, ovvero la “Gioia della Legge”. Entrando nella festa, la sera della vigilia, i rotoli della Torah vengono prelevati dall’aron-ha-kodesh (“arca santa”), e consegnati agli uomini che, a turno, abbracciati ad essi, compiono le sette hakafot (“giri”), cantando e danzando intorno alla bimah (la piattaforma da cui viene letta la Torah). Il rituale è ripetuto la mattina seguente, quando viene anche proclamato l’ultimo brano del Deuteronomio, subito seguito da alciuni versetti del primo di Genesi, dando così inizio al nuovo ciclo annuale delle letture liturgiche. Chi legge l’ultimo brano della Torah è chiamato Chatan Torah (“Sposo della Torah”), mentre colui che ne ricomincia la lettura è il Chatan Bereshit (“Sposo del Principio”). Che anche noi si possa sempre gioire del dono della Parola che ci viene fatto e si sappia danzarla con la nostra vita. Oltre tutti i possibili acciacchi della vecchiaia.

Bene, è tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura una citazione di Hadewijch., tratta dal suo libro “Lettere” (Edizioni Paoline), che è così, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
L’aquila fissa il sole senza arretrare punto, come l’anima interiore guarda Dio senza distogliere mai lo sguardo da lui. Giovanni sarà dunque l’anima sapiente in questo coro, vale a dire in questo piano d’amore con Dio. Lì non si pensa né ai santi né agli uomini, ma si vola semplicemente nelle altezze divine. Quando l’aquilotto non può fissare il sole, viene gettato fuori dal nido. Così farà l’anima sapiente, la quale rigetta tutto ciò che può oscurare lo splendore dello Spirito, poiché all’anima – al pari dell’aquila – non si addice il riposo, bensì il volo incessante verso l’altezza sublime. (Hadewijch, Lettera XXII).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 23 Ottobre 2019ultima modifica: 2019-10-23T22:33:04+02:00da fraternidade
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