Giorno per giorno – 18 Giugno 2022

Carissimi,
“Non affannatevi dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6, 31-33). C’è un preoccuparsi ciascuno del suo, che porta a distogliere lo sguardo dai bisogni dell’altro, negando così la famiglia che siamo agli occhi di Dio e perciò negando Dio stesso. La brama per il soddisfacimento dei propri bisogni, moltiplicati a dismisura, porta alla volontà di accumulare per sé, privando gli altri dei beni a cui hanno diritto per vivere. Gesù esorta a fidarsi della provvidenza di Dio, lavorando in vista del bene comune, e non per la propria personale prosperità, che in alcune chiese e movimenti diventa addirittura oggetto della propria preghiera, ciò si cui si gioca la propria fede. Cercare il regno è credere nella paternità universale di Dio, che sogna per noi un’umanità di fratelli e sorelle, dove non ci si rapini gli uni gli altri del necessario per vivere – come si organizza da sempre il Sistema del dominio -, ma si concorra unanimemente, come singoli e come comunità, a creare le condizioni perché tutti crescano e si sviluppino sotto il segno della benedizione di Dio.

Il nostro calendario ecumenico ci porta oggi le memorie di Bernardo Mizeki, martire nel Mashonaland; di P. Giovanni Vannucci, maestro spirituale del nostro tempo; di Maria Teresa Porcile Santiso, teologa al femminile.

Nato nel 1861 nella regione dell’attuale Mozambico, Bernardo Mizeki si trasferì, a dodici anni, a Città del Capo (Africa del Sud), dove per dieci anni lavorò come operaio, abitando in una baraccopoli. Divenuto cristiano, quando completò gli studi, fu inviato a lavorare come agente di pastorale laico nel Mashonaland, nell’attuale Zimbabwe. Ogni giorno, pregava l’Ufficio Divino, coltivava il suo orticello, per trarne i mezzi di sussistenza, studiava la lingua locale e creava relazioni d’amicizia con la gente del villaggio. Attento alle caratteristiche della religione dei Shona, seppe inculturare l’annuncio cristiano nella fede monoteistica nel Dio unico, Mwari, e nella sensibilità alla vita dello spirito. Minacciato più volte e poi rapito da un gruppo di estremisti, fu ucciso per la sua fedeltà a Cristo, il 18 giugno 1896. Il luogo della sua morte divenne centro di grande devozione per gli anglicani e altri cristiani.

Nato a Pistoia il 26 dicembre 1913, Giovanni Vannucci fece la sua professione religiosa nell’ordine dei Servi di santa Maria. Nei primi mesi del 1951, con alcuni confratelli si associò per qualche mese alla nascente e allora contestata comunità cristiana creata a Nomadelfia (Grosseto) da don Zeno Saltini. Aveva affermato in quei mesi: “C’è troppa separazione tra monaci e popolo, non ci sono ponti di comunicazione, siamo nettamente separati, non c’è comunione. Noi portiamo l’eredità di un inquinamento del quale dobbiamo cercare generosamente, con una decisione coraggiosa e ferma, di liberarci […] perché possiamo tradire il Vangelo anche non ascoltando la voce della storia”. I provvedimenti disciplinari che, nel clima dell’epoca, seguirono, trovarono il frate consenziente e docile, convinto che una tale prova rappresentasse la necessaria potatura operata da Dio in vista di un suo cambiamento radicale. Restò per un anno nel convento di Sansepolcro, interessandosi vivamente ai problemi dei più poveri ed emarginati e, successivamente a Firenze, dove, negli anni che seguirono, fu l’animatore di iniziative culturali e caritative, che suscitarono un forte risveglio religioso della città. Nel 1967, potè finalmente dar vita a un suo antico sogno: quello di avviare una comunità dedita alla preghiera, al lavoro e all’accoglienza, nella povertà e nell’allegria, dove a tutti “fosse concesso di portare a maturazione i propri doni e servire l’uomo con essi”. Fu ciò che egli fece fino alla morte, avvenuta il 18 giugno 1984, nell’Eremo di san Pietro a Le Stinche, nel Chianti.

Di Maria Teresa Porcile Santiso, teologa cattolica, nata in Uruguay nel 1943, non disponiamo di dettagli biografici. La ricordiamo con un profilo, probabilmente da lei stessa ispirato, per la presentazione di un’opera collettanea, che suona così: “Come Teresa di Lisieux, la sua patrona, vuole imparare l’ebraico per leggere la Bibbia. Studia all’Istituto di cultura ebraica di Montevideo, dove incontra altri cristiani e vive l’apprendistato della tradizione religiosa in un ambito giudeo-cristiano. Molto importante è stato, per lei, un soggiorno in kibbutz in Israele. Attratta dalla vita contemplativa, ha fatto per sei anni un’esperienza di formazione in questo senso. Ma ha deciso di vivere la sua vocazione al di fuori di ogni ordine religioso, consacrandola allo studio e al dialogo. Studi di pedagogia e di filosofia all’Università cattolica di Montevideo. Prosegue la sua formazione ecumenica all’Istituto del Consiglio ecumenico di Ginevra, dove insegna per diversi anni. Dottorato di teologia a Friburgo. Viaggia molto per congressi, sessioni, ritiri. Definisce la sua teologia come “teologia nomade in cerca d’identità”. Alcuni mesi all’anno, insegna la Bibbia e l’ecumenismo all’Istituto di formazione dei preti di Montevideo”. Muore, aggiungiamo noi, il 18 giugno 2001. Aruna Gnanadason, incaricata del Programma Donna al Consiglio Mondiale delle Chiese, ricordandone la figura, ha detto: “Lei stessa era un’espressione della sua teologia: profondamente spirituale, era totalmente coinvolta nelle lotte dei poveri, delle donne e di tutti gli esclusi”.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
2°Libro di Cronache, cap. 24, 17-25; Salmo 89; Vangelo di Matteo, cap.6, 24-34.

La preghiera del Sabato è in comunione con le comunità ebraiche della diaspora e di Eretz Israel.

Vediamo solo ora il messaggio con cui la nostra amica Anna Maria ci comunica la pasqua del’amica sua, nostra e di molti di voi, che noi conoscevamo come Maria Pia di Spello. Lo ha fatto con queste parole: “La nostra Maria Pia Morra è entrata nella Luce infinita dell’Amore. Ora nella gioia di vedere faccia a faccia il Volto di Dio, facendone parte è con tutta la famiglia umana a portare in mezzo a noi la presenza e la bellezza del nostro creatore e padre”. Ciò che ci sentiamo di dire è che queste partenze, pure alla luce della fede, non mancano di lasciarci un velo di tristezza, per la compagnia di cui, lungo tanto tempo, pur senza conoscere di persona Maria Pia, avevamo goduto e ci eravamo arricchiti. Sappiamo però che per il mistero della comunione dei santi, l’avremo ora anche più vicina, intercendendo per noi, ospite gioiosa dello Spirito/ruah che spazia e soffia ovunque.

È tutto, per stasera. Noi ci congediamo, lasciandovi alla lettura di una citazione di Giovanni Vannucci. Tratta da un suo articolo dal titolo “Liberarci dalla paura”, che troviamo in “Fraternità. Bollettino di collegamento con gli amici dell’Eremo di San Pietro alle Stinche”, Luglio-Dicembre 2020. Ed è questo, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO

Il Concilio Vaticano II ha riaffermato la metafora della Chiesa pellegrina sulla terra: non è una metafora commovente, bella, sentimentale, ma è la definizione ultima della Chiesa. La Chiesa è una società utopica che non ha luogo ove posare il capo e innalzare i suoi dicasteri, ma sempre aperta alle realtà venienti. La Chiesa è una società che è nel mondo, ma non è di questo mondo. La Chiesa è vivente, non per l’accettazione delle mode effimere di un’epoca, ma perché si interroga continuamente in nome dell’avvenire: credere in Gesù è credere nell’avvenire dell’uomo e delle creature esistenti nello spazio creato. La vitalità della Chiesa non è determinata da istituzioni o strutture, ma dalla grazia, dallo Spirito santo. Le sue strutture esistono, ma sono duttili come l’utero materno che cresce con il crescere del germe. Pietra, Ecclesia Mater, gestatrice di figli che non hanno un luogo ove sostare né una pietra ove posare il capo. Giovanni, nella I lettera cap. 3, ci dice: “Fin da ora noi siamo figli di Dio, ma non è ancora apparso ciò che saremo; quando apparirà saremo simili a lui, lo vedremo come lui è”. Siamo in cammino verso la perfetta statura di Cristo, tesi verso un adempimento non ancora attuato. Adempimento non astratto, ma concreto cui giungeremo con la perfetta trasfigurazione di tutto il nostro essere. (Giovanni Vannucci, Liberarci dalla paura).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle dela Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 18 Giugno 2022ultima modifica: 2022-06-18T21:26:59+02:00da fraternidade
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