Giorno per giorno – 26 Aprile 2021

Carissimi,
“In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita a l’abbiano in abbondanza” (10, 7. 9-10). Nel discorso che si è letto stamattina, Gesù si identifica ora con il pastore del gregge, ora, come qui, con la porta dell’ovile. L’importante è che, in un caso come nell’altro, Lui è colui che libera, “conduce fuori tutte le pecore” (v.4) e le guida al pascolo, o, è comunque la porta, entrando attraverso la quale si conosce la salvezza, che porta poi ad uscire verso la libertà e la vita. Fuor di metafora, sono due le logiche che orientano la convivenza umana: quella del rubare, uccidere e distruggere, retta sul principio del dominio, con il sopravvento degli istinti egoisti, variamente mascherati, e quella che ubbidisce al principio della cura, dove l’uomo agisce a immagine di Dio, nel servizio e nel dono di sé, perché tutti giungano a conoscere, valorizzare e vivere la bellezza di una fraternità libera e solidale. A noi di scegliere.

Oggi il nostro calendario ci porta le memorie di Origene, catechista, presbitero e martire; di Albert Peyriguère, contemplativo “berbero tra i berberi”; di mons. Juan José Gerardi Conedera, martire per i diritti umani in Guatemala; e di Rafael Arnaiz Baron, monaco e mistico.

Origene nacque verso il 185 probabilmente ad Alessandria. La persecuzione del 202 vide il martirio di suo padre, Leonida, e ridusse la famiglia in miseria. Nel 204 il vescovo della città, Demetrio, lo mise a capo della prima scuola catechetica ufficiale. Sostenitore di una vita ascetica, interpretando alla lettera un passo evangelico su quanti si fanno eunuchi per amore di Dio, Origene si evirò verso il 210. Forse dopo la persecuzione di Caracalla nel 215, si allontanò da Alessandria e si recò in Palestina, dove, su richiesta dei vescovi Teoctisto di Cesarea e Alessandro di Gerusalemme, svolse un’intensa attività di predicazione e fu ordinato sacerdote. Tornato ad Alessandria, il vescovo Demetrio giudicó illegittima la sua ordinazione, a causa della sua mutilazione, e cominciò a perseguitarlo. Questo lo indusse a far ritorno a Cesarea e a stabilirsi là, fondando una scuola simile a quella di Alessandria. Fu scrittore infaticabile, scrisse commenti a quasi tutti i libri della Scrittura e numerosissime omelie o prediche, che prendono spunto da passi evangelici o biblici. Durante la persecuzione dell’ imperatore Decio fu incarcerato e barbaramente torturato. Morì in conseguenza di questo trattamento, all’ età di 70 anni, nel 253, a Tiro.

Albert Peyriguère era nato il 28 settembre 1883 a Trebons (Hautes-Pyrénées), nei pressi di Lourdes, in una famiglia di artigiani che si trasferì in seguito a Talence. Dopo gli studi a Bordeaux, Peyriguère fu ordinato prete, l’8 dicembre 1906. Nel 1914 fu inviato al fronte come barelliere e il coraggio dimostrato gli valse la croce di guerra e la medaglia al valor militare. Nel 1920 decise di partire per la Tunisia, dove, in un primo tempo, fu cappellano in un collegio, a Silonville, e poi parroco a Hammamet. Fu a quell’epoca che lesse la vita di Charles de Foucauld e decise che la sua vocazione sarebbe stata di vivere l’ideale evangelico secondo la spiritualità dell’eremita del Sahara. Per dar compimento al suo desiderio di “vivere in mezzo ai più poveri, tra gli indigeni, conducendo una vita di preghiera, di lavoro manuale, di sacrificio e di povertà”, nel giugno del 1926 lasciò la Tunisia per l’Algeria, dove con padre Camille de Chatouville, che aveva conosciuto l’eremita di Tamanrasset, fondò, nell’oasi di La Daya, una fraternità basata sulla regola scritta da de Foucauld. Durò poco. Debilitato, Peyriguère fece ritono in Francia il 29 agosto 1926. Nel gennaio del 1927, tuttavia, era già nuovamente in viaggio, questa volta con destinazione Marocco. Nel 1928 fu inviato a Taroudant, in una regione devastata dalla fame e da un’epidemia di tifo. Il prete si ammalò. Trasportato in fin di vita all’ospedale, riuscì tuttavia a scamparla. Nel luglio dello stesso anno decise di andare a vivere tra i Berberi, nel villaggio di El Kbab. Lì resterà fino alla morte e lì compirà il passo della sua più profonda conversione, che lo porterà a fare ciò che era mancato al suo modello e ispiratore: denunciare il colonialismo francese e le azioni criminali di cui si stava rendendo responsabile e schierarsi risolutamente al fianco della lotta per l’indipendenza del popolo marocchino. Quando, due anni dopo il conseguimento dell’indipendenza, il principe ereditario Moulay Hassan, il futuro re Hassan II, si recò a El Kbab per inaugurare una moschea, volle incontrare il marabutto cristiano per ringraziarlo: “Mio padre ed io, gli disse, sappiamo tutto ciò che avete fatto e tutto ciò che fate”. E l’anziano eremita gli rispose con un sorriso: “Anch’io sono un martire dell’indipendenza!…”. Albert Peyriguère morì a El Kbab il 26 aprile 1959 e fu sepolto, come desiderava, tra la sua gente. Lasciò scritto: “Quanti donano Cristo senza parlarlo? Quanti, parlandolo senza viverlo, non lo donano affatto? Cristo è circondato da apostoli che parlano. Ma quanta fame e sete Egli ha di apostoli che lo vivano”.

Juan José Gerardi Conedera nacque a Città del Guatemala il 27 dicembre 1922. Ordinato sacerdote nel 1946, svolse la sua attività pastorale soprattutto nelle zone rurali del Paese, fino a quando fu nominato, il 9 maggio 1967, vescovo di Verapaz. Scelse come priorità del suo ministero la difesa e la valorizzazione della popolazione indigena, della loro cultura e delle loro lingue. Negli anni settanta, quando imperversava la violenza militare, non esitò a far sentire la sua voce in difesa delle vittime. Nominato vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Guatemala, divenne, nel 1988, membro della Commissione nazionale di Riconciliazione, che aveva il compito di favorire i colloqui tra la guerriglia, il governo e la società civile in vista degli Accordi di Pace, che sarebbero stati firmati nel 1996. Fu tra i fondatori dell’Ufficio dei Diritti Umani dell’Arcivescovado (Odha) e si fece promotore del progetto “Recupero della Memoria Storica”, che produsse il rapporto “Guatemala: Nunca más”, una raccolta di migliaia di testimonianze delle vittime della violenza di trentasei anni di guerra civile e della repressione scatenata dall’esercito contro le popolazioni indigene. Due giorni dopo la presentazione del Rapporto, il 26 aprile 1998, nelle strade della capitale, in una pozza di sangue, venne trovato un cadavere col volto fracassato da un blocco di cemento. Il riconoscimento potè avvenire solo grazie all’anello episcopale: si trattava di mons. Gerardi.

Rafael Arnaiz era nato il 9 aprile 1911 a Burgos (Spagna) in una famiglia profondamente cristiana. Intelligente, studioso, allegro e pieno di vita, manifestò fin da giovanissimo i segni di una fede viva, testimoniata dalla dedizione generosa nei confronti del prossimo, soprattutto i più bisognosi, dall’assidua pratica religiosa e da uno stile di vita sobrio ed essenziale. Al termine degli studi secondari, nel settembre 1930, ebbe l’occasione di conoscere il monastero trappista di San Isidoro de Duenas e ne restò conquistato. Al punto che, tre anni più tardi, ultimati gli studi di architettura, chiese ed ottenne di entrarvi come postulante e poco dopo, nel febbario 1934, come novizio, convinto di aver trovato lì la sua più vera vocazione. Solo quattro mesi più tardi, però, si manifestarono nel giovane i sintomi di una forma violenta di diabete mellito, che gli fecero perdere in pochi giorno oltre venti chili di peso e che costrinsero il giovane a fare ritorno a casa per sottoporsi a cure adeguate. Quando si fu temporaneamente rimesso, i superiori gli fecero presente l’impossibilità di sostenere i rigori della disciplina monastica; chiese allora di essere accolto come semplice “oblato”, ai margini della comunità, accettando di farsi uno col Cristo crocifisso, vivendo la sua “vita di infermo nella Trappa con il sorriso sulle labbra”. Si spense il 26 aprile 1938, a soli 27 anni, dopo quasi venti mesi di permanenza in monastero. Gli scritti che lasciò, ne fanno uno dei grandi mistici del XX secolo.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.11, 1-18; Salmo 42; Vangelo di Giovanni, cap. 10, 1-10.

La preghiera di questo lunedì è in comunione con i fedeli del Sangha buddhista.

Il 26 aprile 1919 nasceva Adriana Zarri, una figura di teologa-eremita che ci è cara e ci cui noi facciamo memoria nel giorno della sua pasqua, il 18 novembre. Scegliamo comunque, nel congedarci, di lasciare la parola a lei, anche in questa occasione, offrendoci il brano di un articolo, apparso sulla rivista “Rocca” del 1º marzo 2021, col titolo “Un balenìo di segni trinitari”. Che è, così, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Il Dio impassibile è una proiezione storica che noi abbiamo gettato sul concetto di Dio. Parliamo della sua impassibilità però diciamo che questo Dio, in Cristo ha subìto la Passione. Ma come può darsi che un Dio impassibile subisca la Passione? O forse Cristo è qualcosa di esterno a Dio e quindi è sceso in terra, ha fatto la sua strada e il Padre e lo Spirito non c’entrano? Oppure dobbiamo avere quell’idea – a volte un po’ sgradevole – del Padre che condanna il Figlio e se ne sta “bello tranquillo”, impassibile a guardarlo? Su questi interrogativi possiamo trovare una risposta proprio nella teologia trinitaria che ci dice come le persone di Dio non solo non sono estranee l’una all’altra e neanche esterne o soltanto vicine, ma interne una all’altra; quindi la Passione del Verbo, fatto Cristo, è la Passione del Padre e dello Spirito. Quindi il nostro Dio non è impassibile ma patisce tutte le nostre sofferenze. Lo stesso si può dire dell’onnipotenza. Dio – certamente – è onnipotente ma ha voluto patire l’impotenza. In Cristo si è rivelato impotente. Non perché non potesse: lo ha detto Cristo stesso che se avesse voluto avrebbe potuto chiamare gli angeli a difenderlo, ma perché non ha voluto esercitare l’onnipotenza: ha lasciato l’onnipotenza in quel cielo così astratto così come ha lasciato la sua divinità. È la kenosis nella lettura di Paolo: lo “svuotamento”. Cristo si è quasi dimenticato della sua divinità, della sua impassibilità, della sua onnipotenza per farsi uomo “passibile”, “impotente”. Evidentemente questo ci dà un diverso concetto di Dio rispetto a quel Dio così impassibile, perfettissimo e non amabile: non ci si può innamorare dell’onnipotenza. Ci si innamora di un amore; magari di un amore che soffre, che è impotente. (Adriana Zarri, Un balenìo di segni trinitari).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 26 Aprile 2021ultima modifica: 2021-04-26T22:21:06+02:00da fraternidade
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