Giorno per giorno – 21 Aprile 2021

Carissimi,
“Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 6, 38-40). Una volta di più Gesù ribadisce a chi lo sta ascoltando cosa significhi il suo essere pane disceso dal cielo: agire in conformità alla volontà del Padre che intende comunicare a tutti la sua vita, affinché nessuno vada perduto. Che è il minimo che uno qualunque dei padri che siamo o che abbiamo, per quanto limitato e difettoso sia, può desiderare per i propri figli. Immaginarsi, dunque, come questo desiderio non si applichi a Dio, moltiplicato per giunta all’infinito, per tanti quanti sono i suoi figli di ogni tempo e luogo. Questa è, dunque, la proposta che Gesù fa anche a noi, che ci assumiamo come suoi fratelli e sorelle, figli e figlie dell’unico Padre: che nessuno si perda, che tutti siano oggetto della nostra cura e preoccupazione, che nulla di ciò che si riferisce alla custodia del creato ci risulti indifferente. Affinché si partecipi fin d’ora alla vita eterna di Dio, come anticipo della risurrezione nell’ultimo giorno.

Oggi il calendario ci porta la memoria di Anselmo di Aosta, pastore e maestro della Chiesa. Il martirologio latinoamericano ci ricorda Galdino Jesus dos Santos, indio pataxó, vittima di una civiltà disumana.

Anselmo era nato, ad Aosta, nel 1033, dalla nobile famiglia di Emmemberga e Gandolfo. Ancor giovane avrebbe voluto abbracciare la vita monastica, ma dovette scontrarsi con l’ostinato rifiuto del padre. Il giovane tanto ne soffrì che si ammalò. Poi, però, fece buon viso a cattivo gioco, e per un certo tempo si diede a una vita gaudente e spensierata. Non durò tuttavia a lungo. Abbandonata la casa paterna, si recò in Francia e, raggiunta la Normandia, bussò all’abbazia di Bec, allora sotto la guida dell’abate Lanfranco di Pavia, uno dei più grandi maestri del tempo, e finì per coronare il suo sogno di gioventù; dedicandosi, negli anni successivi, ad una vita di studio e di preghiera. Nominato Lanfranco alla sede di Canterbury, Anselmo gli successe nell’ufficio di abate, facendosi presto conoscere come predicatore, riformatore della vita monastica e soprattutto come teologo. Le sue opere più note sono il Monologion, sul modo di meditare sulle ragioni della fede, e il Proslogion, sulla fede che cerca l’intelligenza. Pur controvoglia, nel 1093, fu nominato arcivescovo primate d’Inghilterra. E le cose non andarono troppo lisce; infatti il neo-eletto dovette presto fare i conti con l’ostilità di Guglielmo il Rosso e di Enrico I, che si arrogavano il diritto di nomina dei vescovi, e anche con quella di una parte del clero, che mal sopportava la sua avversità nei confronti dei preti sposati o concubini e la sua denuncia della compravendita di cariche ecclesiastiche. Pur contando sulla simpatia popolare (che però non aveva potere) e sull’appoggio del Vescovo di Roma (che era comunque troppo lontano), per i toni aspri che il conflitto raggiunse, fu costretto per un lungo periodo a stare lontano dall’Inghilterra. Alla lunga, però, la sua capacità di mediazione ebbe la meglio. E la Chiesa inglese, quando Anselmo morì a Canterbury, il 21 aprile 1109, poteva offrire, nel complesso, un volto tutto sommato più presentabile. Le sirene del potere avrebbero ripresero tuttavia a ronzare presto all’udito dei vescovi, molti dei quali preferirono tornare ad essere solerti funzionari del sovrano, piuttosto che fedeli pastori del gregge di Cristo.

Galdino Jesus dos Santos era un indio pataxó, del Sud di Bahia, giunto a Brasilia, nell’aprile 1997, assieme a molti altri rappresentanti delle popolazioni indigene, per prender parte alle manifestazioni che accompagnano tradizionalmente la celebrazione della Giornata dell’Indio il 19 aprile, oltre che per rivendicare la demarcazione dell’area di 36 mila ettari che il Governo aveva promesso da sessanta anni. All’alba del 21 aprile, mentre dormiva su una panchina alla fermata di un autobus, cinque giovani della buona borghesia della capitale, gli si avvicinarono e cosparsero il corpo di carburante, appicandogli fuoco. Oltre che simbolo della resistenza del suo popolo alla secolare oppressione della dominazione bianca, divenne vittima-simbolo della discrimazione e del sadismo di una “civiltà” disumana .

I testi che la liturgia odierna propone oggi alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.8,1b-8; Salmo 66; Vangelo di Giovanni, cap.6,35-40.

La preghiera del mercoledì è in comunione con tutti gli operatori di pace, quale ne sia il cammino spirituale o la filosofia di vita.

Con i fratelli hindu ricordiamo la festa di Rama Navami: il natale di Rama, una delle manifestazioni, in quell’universo culturale e religioso, della misericordia divina.

Sul piano delle ricorrenze civili, oggi il Brasile commemora la figura di Tiradentes (Joaquim José da Silva Xavier), primo martire della lotta per l’indipendenza del Brasile dal giogo portoghese, impiccato a Rio de Janeiro, in seguito alla scoperta della congiura, il 21 aprile 1792. Dopo l’esecuzione il corpo fu trasportato su un carretto dell’esercito fino alla Casa do Trem (che oggi fa parte del Museo Storico Nazionale), dove fu fatto a pezzi. Il tronco fu consegnato alla Santa Casa di Misericordia, e fu sepolto come indigente. La testa e i quattro arti furono invece salati, per evitare che si decomponessero troppo presto e furono inviati in Minas Gerais, dove furono inchiodati nelle località del Caminho Novo, in cui Tiradentes aveva divulgato le sue idee. La testa fu esposta a Vila Rica (l’attuale Ouro Preto), in cima ad un palo davanti alla sede del governo. Quanti altri pensassero di mettere in discussione il potere della metropoli erano avvisati. Ma solo per altri trentanni. Tiradentes divenne simbolo degli ideali indipendentisti del Brasile e la data della sua esecuzione divenne in seguito festa nazionale. Anche se non sono mica molti, oggi, a ricordare di chi e di che cosa si faccia memoria.

È tutto, per stasera. Oggi compie 73 anni Gino Strada, fondatore di Emergency, di cui siamo convinti che Gesù farebbe volentieri una parabola, tra le sue più belle, additandolo ad esempio. Scegliamo, così, nel congedarci, di lasciare a lui la parola, con un brano del discorso tenuto, nel 2015, al conferimento del “Right Livelihood Award”, il Nobel alternativo per la Pace. Ed è questo, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Ogni volta, nei vari conflitti nell’ambito dei quali abbiamo lavorato, indipendentemente da chi combattesse contro chi e per quale ragione, il risultato era sempre lo stesso: la guerra non significava altro che l’uccisione di civili, morte, distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra. Confrontandoci quotidianamente con questa terribile realtà, abbiamo concepito l’idea di una comunità in cui i rapporti umani fossero fondati sulla solidarietà e il rispetto reciproco. In realtà, questa era la speranza condivisa in tutto il mondo all’indomani della seconda guerra mondiale. Tale speranza ha condotto all’istituzione delle Nazioni Unite, come dichiarato nella Premessa dello Statuto dell’Onu: “Salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole”. Il legame indissolubile tra diritti umani e pace e il rapporto di reciproca esclusione tra guerra e diritti erano stati inoltre sottolineati nella Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta nel 1948. “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» e il «riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”. 70 anni dopo, quella Dichiarazione appare provocatoria, offensiva e chiaramente falsa. A oggi, non uno degli Stati firmatari ha applicato completamente i diritti universali che si è impegnato a rispettare: il diritto a una vita dignitosa, a un lavoro e a una casa, all’istruzione e alla sanità. In una parola, il diritto alla giustizia sociale. All’inizio del nuovo millennio non vi sono diritti per tutti, ma privilegi per pochi. La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani. (Gino Strada, Discorso al ricevimento del “Right Livelihood Award”).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 21 Aprile 2021ultima modifica: 2021-04-21T22:55:58+02:00da fraternidade
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