Giorno per giorno – 26 Febbraio 2021

Carissimi,
“Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna” (Mt 5, 21-22). Parola terribile, questa, che non siamo abituati a prendere sufficientemente sul serio. Non basta, infatti, per Gesù, “non uccidere” qualcuno fisicamente. C’è un uccidere l’altro anche solo col moto interno del cuore, col pensiero vendicativo, col silenzio rancoroso, con la minaccia delle parole. L’ira manifesta, l’insulto, e peggio ancora l’aggressione verbale a carattere religioso, danno ragione del detto rabbinico che sosteneva che chi fa impallidire un altro è colpevole come ne spargesse il sangue. Quanto dobbiamo ancora sorvegliarci, correggerci, convertirci, su questo piano, che ci vede colpevoli di mancata fraternità, e perciò apostati della fede di Gesù.

Oggi è memoria di due vescovi e un prete: Antonio de Valdivieso, pastore e martire dell’Evangelo del Regno, in Nicaragua; José Alberto Llaguno, “Pepe”, vescovo inculturato degli indigeni Tarahumara, in Messico; e Giulio Girardi, filosofo e teologo della solidarietà internazionale.

Nato a Villa Hermosa in Spagna, da Antonio de Valdivieso e Catalina Álvarez Calvente, attratto dalla vita religiosa, il giovane Antonio era entrato nel convento domenicano di San Paolo a Burgos, dove aveva studiato, emesso i voti religiosi ed era stato ordinato sacerdote. Inviato in America, passò qualche anno come missionario a Santo Domingo, poi fu inviato in Messico e assegnato alla provincia del Nicaragua, dove si distinse per l’azione in favore della libertà e dignità delle popolazioni indigene. Nominato vescovo di Leon, il 29 febbraio 1544, ricevette la consacrazione dalle mani del profetico Bartolomé de Las Casas, il successivo 8 novembre. Non sarebbe durato molto. Le esortazioni, le pubbliche denunce e le lettere inviate al re Carlo V per invitarlo a por fine agli arbitri e ai maltrattamenti crudeli degli indigeni da parte dei conquistadores, gli attirarono ogni giorno di più l’odio dei connazionali. I più accaniti nemici del vescovo erano i fratelli Hernando e Pedro de Contreras, figli di Rodrigo de Contreras, già governatore del Nicaragua, il cui allontanamento dall’incarico essi addebitavano alle severe denunce di Valdivieso. Raggiunti da un provvedimento di scomunica, i due fratelli, dando ascolto ai suggerimenti di un mestatore, tal Juan Bermejo, ai consigli della loro stessa madre, dona Maria de Peñalosa, nonché di un frate apostata dell’Ordine, Pedro de Castañeda, si recarono, accompagnati da alcuni soldati, alla residenza del vescovo. Trovatolo a colloquio con un frate domenicano e un altro sacerdote, lo accerchiarono e, gettandoglisi addosso, lo pugnalarono a morte. Sopraggiunse la madre, richiamata dal clamore e prese il figlio morente tra le braccia. Antonio ebbe il tempo di recitare il Credo, poi additando il Crocifisso, disse: Affido la mia Chiesa a questo Signore: so che la governerà bene. Aggiunse qualche parola di perdono per i suoi assassini e spirò. Era il 26 febbraio 1550. Gli aggressori saccheggiarono la casa, poi uscirono in piazza gridando: “Libertà” e “Viva il principe Contreras”, dando inizio ad un golpe che durò venti giorni e che finì con la morte dei sediziosi.

José Alberto Llaguno era nato a Monterrey (Nuevo Léon, Messico) il 7 agosto 1925. A 18 anni entrò nella Compagnia di Gesù. Durante la sua formazione trascorse due anni nella regione abitata dagli indigeni rarámuris (o tarahumaras), di cui in seguito sarebbe divenuto vescovo. Ordinato prete nel 1956 e conclusi i suoi studi a Roma, tornò a La Tarahumara, da cui non si sarebbe più allontanato. Lì, gli furono affidate diverse mansioni e ministeri, fino alla sua ordinazione episcopale nel 1975. “Pepe”, come lo chiamavano, entrò nell’anima e nell’universo degli indigeni e la sua preoccupazione maggiore fu da subito quella che esprimerà anche nella sua ultima lettera prima di morire: “Dobbiamo vivere più pienamente, con maggior generosità e dedizione la nostra opzione per i poveri, per le loro culture, per una Chiesa autoctona, in cui l’indigeno, l’emarginato sia davvero suo membro attivo”. Un’opzione che egli cercò di concretizzare incontrando sistematicamente tutte le comunità. Come presidente della Commissione Episcopale per gli Indigeni e come membro del Comitato di Difesa dei Diritti Umani, denunciò torture e omicidi di indigeni e contadini da parte della polizia. Sempre appoggiò un’evangelizzazione inculturata, a partire dalla realtà di La Tarahumara: “un altro mondo” geografico, culturale e ecclesiale, ma pur sempre nella prospettiva della Chiesa messicana e latinoamericana. La sua impronta pastorale e il suo pensiero trovarono ulteriore espressione a Puebla, durante la III Assemblea del CELAM, come responsabile della redazione finale del capitolo sulla “opzione preferenziale per i poveri”. Ammalatosi di cancro, quando seppe dello stato terminale della sua malattia, chiese di essere ricoverato e di morire nel piccolo ospedale di La Tarahumara, dove venivano ricoverati gli indigeni. Morì il 26 febbraio 1992. I suoi funerali, all’aperto, nella splendida cornice delle cime innevate, furono accompagnati dalle danze e dai cori del rituale indigeno.

Giulio Girardi era nato a Il Cairo, da padre italiano e da madre siro-libanese, il 23 febbraio 1926. La sua prima infanzia si svolse tra Parigi, poi, in seguito alla separazione dei genitori, visse con la madre e la sorella, dapprima, a Beirut, poi ad Alessandria d’Egitto, dove frequentò la scuola dai salesiani. Qui maturò la sua vocazione religiosa, che lo portò ad entrare, nel 1939, nell’aspirantato salesiano a Mirabello Monferrato, per proseguire poi tutto il corso degli studi filosofici e teologici, fino all’ordinazione sacerdotale nel 1955, quando era ormai già professore alla Facoltà di Filosofia del Pontificio Ateneo Salesiano, prima a Torino e, dal 1958, a Roma. Dal 1962 gli fu chiesto di coordinare la compilazione dell’enciclopedia internazionale “L’ateismo contemporaneo”; nel frattempo, chiamato come perito al Concilio Vaticano II, collaborò all’ideazione e alla stesura dello Schema XIII, confluito poi nella Costituzione apostolica pastorale Gaudium et Spes, uno dei documenti più significativi dello stesso Concilio. Nel 1966 pubblicò quello che doveva diventare il suo lavoro più noto: “Marxismo e Cristianesimo”. Nel clima di radicalizzazione delle posizioni e di progressiva restaurazione che conobbe il dopo-Concilio, dopo l’estromissione dalla sua congregazione e la sospensione a divinis (1977), Girardi seppe nondimeno, nella fedeltà al Vangelo, mantenersi in costante dialogo con le realtà di base della Chiesa, e in ascolto attento dei molti, che, in situazioni diversissime, vivevano e vivono l’esperienza dell’oppressione, dello sfruttamento e dell’emarginazione, dalla prospettiva e con gli strumenti che gli erano più congegnali. Qui a Goiás, era passato nel 2000, nell’ambito degli incontri del movimento di spiritualità macroecumenica “Assemblea del Popolo di Dio”. Ebbe a scrivere: “Oggi c’è una dominante ‘cultura del realismo’ che il più delle volte sfocia in quella del fatalismo e della rassegnazione. Tra certezze assolute e disperazione c’è una terza strada: quella della scommessa, del rischio, dell’aprirsi un varco, del puntare su ipotesi che si ritengono giuste”. È un po’ il suo lascito spirituale. Colpito da un ictus cerebrale nel 2006, morì a Rocca di Papa, il 26 febbraio 2012, memoria del martirio del vescovo Antonio Valdivieso. Del Centro ecumenico a lui intestato, Girardi, appassionato del Nicaragua uscito dalla rivoluzione sandinista, aveva fatto a lungo la sua seconda casa.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Profezia di Ezechiele, cap.18, 21-28; Salmo 130; Vangelo di Matteo, cap.5, 20-26.

La preghiera del Venerdì è in comunione con i fedeli dell’Umma islamica, che confessano l’unicità del Dio clemente e ricco di misericordia.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura il brano di un articolo di Giulio Girardi, apparso col titolo “Cristiani e marxisti a confronto sulla pace” nella rivista “Aggiornamenti sociali”, del febbraio 1968. È questo per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Un ideale rivoluzionario autenticamente umano non è necessariamente solidale né con una visione religiosa né con una visione atea; per realizzarlo, credenti e non credenti devono poter lottare su un piano di uguaglianza, senza discriminazioni. “Credenti e non credenti sono generalmente concordi nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere ordinato all’uomo come suo centro e suo vertice” (Gaudium et Spes, n.12). È dunque inesatto dire, come si fa spesso per tagliar corto a ogni velleità di dialogo, che l’ateismo e il cristianesimo, il materialismo e lo spiritualismo non hanno nulla in comune. Senza dubbio il significato della vita profana è profondamente segnato dall’orizzonte totale, religioso o ateo, eterno o terrestre, sul quale l’esistenza è proiettata; ma tale divergenza, per quanto decisiva, non implica essenzialmente una differenza di orientamento politico sociale o economico. È evidente che il cristiano non può collaborare alla realizzazione di un progetto storico elaborato da atei in quanto tale disegno è ateo, e che un ateo non può collaborare alla realizzazione di un progetto elaborato da credenti in quanto tale progetto è religioso. Ma l’uno e l’altro possono collaborare alla realizzazione di un progetto semplicemente umano e suscettibile di essere assunto in diversi contesti dottrinali. Questo principio non diventa operante se non quando si riconosce la laicità dello Stato con tutte le sue conseguenze: rispettoso di tutte le ideologie, lo Stato non deve privilegiarne alcuna; esso non è, in forza della sua missione propria, né cristiano né ateo, ma semplicemente umano. Credenti e non credenti devono potersi sentire in esso cittadini in senso pieno. (Giulio Girardi, Cristiani e marxisti a confronto sulla pace).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 26 Febbraio 2021ultima modifica: 2021-02-26T22:14:10+01:00da fraternidade
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