Giorno per giorno – 03 Gennaio 2021

Carissimi,
“Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (Mt 2, 10-12). Padre Geraldo, stamattina, nell’omelia, è partito dall’oracolo di Isaia su Gerusalemme: “Ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te” (Is 60, 2). Oracolo, ci ha detto, che vale tre volte: per il tempo del dopo esilio, come parola di consolazione e speranza per il popolo ebreo disanimato; per la lettura che le comunità cristiane fecero della venuta di Gesù; e infine per ogni situazione di tenebra che si ripresenti lungo la storia, come conferma che il male, per quanto continui operando nel mondo, è già vinto in partenza, proprio da quel bimbo cui alludevano le Scritture, che intimorisce gli Erode di turno, e che, pur sapendo i loro cappellani che egli è Dio, non li spinge a recarsi a prestargli omaggio – il che richiederebbe che si uniformassero a lui – , preferendo loro restarsene a godere le paghe e i privilegi garantiti dai palazzi del Potere reale. Degli uni e degli altri, qui da noi, non c’è neppur bisogno di fare nomi, tanto sono evidenti i riferimenti. Resta da chiederci ancora cosa abbiano a che fare con noi i magi del racconto e a cosa si sia perciò chiamati, in questa solennità dell’Epifania (che qui è anticipata alla prima domenica dopo l’Ottava di Natale). I magi ci dicono di ogni cammino che si lasci guidare dalla ricerca della Verità e perciò anche del rispetto che dobbiamo a tutti, quand’anche possano sembrare lontani dalle nostre convinzioni. Del resto, i magi erano, oltre che pagani, astrologi – e già questo bastava a scombussolare le opinioni a loro rispetto dei teologi e dei devoti fedeli del tempo. Dio si lascia trovare da chi lo cerca e, a volte, come testimonia il vangelo di oggi, da chi consideriamo lontano prima e più di quanti, tradizionalmente, ritengono di avere la verità in tasca. Noi si dovrebbe assimilare dai magi la loro febbrile ansia di giungere fino alla manifestazione (epifania) di Dio, che è poi anche la verità e il senso profondo della nostra vita. Mossi dal desiderio di giungere a ciò di cui non si può immaginare nulla di più grande, siamo alla fine condotti a incontrarlo in ciò che esiste di più piccolo: Dio fatto un nientino – come niente sono considerati i piccoli, gli ultimi, gli scartati della terra -, perché nessuno ne abbia più paura, né tanto meno sia usato per fare paura, ma sia solo accolto con tenerezza come un dono – il dono che Dio ha fatto di sé – a cui rispondere col dono di noi stessi. Il re Dio è quel Bambino povero di tutto fuorché di amore: per questo il regno di Dio è possesso dei poveri, come sarà proclamato nelle beatitudini. Noi dobbiamo solo decidere che fare, di fronte a questa manifestazione del regno: se consacrarci ad esso, osteggiarlo, restargli indifferenti. Sapendo, tuttavia, che non solo l’aperta avversione, ma anche solo l’indifferenza, costerà (come sempre costa) la vita di molti.

Da noi, la solennità dell’Epifania del Signore è stata spostata dal 6 gennaio alla prima Domenica dopo l’Ottava di Natale. Si celebra perciò oggi.

È a partire dal III secolo che la i cristiani d’Egitto cominciarono a solennizzare l’Epifania (che in greco significa “manifestazione”), trasformando la festa con cui, il 6 gennaio, nell’Egitto pagano, si celebrava la nascita del dio-sole Aion, nella memoria della manifestazione della divinità di Gesù, in tre momenti diversi della sua vita: nella sua nascita ai Magi, come simbolo delle nazioni pagane, nel suo battesimo al popolo d’Israele, e nelle nozze di Cana ai suoi discepoli. Nei secoli immediatamente successivi, tale festa dovette progressivamente diffondersi nelle altre chiese, presso le quali, all’inizio del V secolo, è unanimemente attestata. Dopo l’introduzione della solennità del Natale, il 25 dicembre, la chiesa latina ha riservato all’Epifania il tema della visita e dell’adorazione dei Magi, mentre in quelle orientali si è accentuato quello del battesimo e delle nozze di Cana. La festa segnala la destinazione universale del significato salvifico dell’evento di Gesù, ma anche, ci sembra, l’inattesa dimensione missionaria ed evangelizzatrice che hanno le religioni e culture “altre”, per ricordarcelo.

I testi proposti dalla liturgia della Solennità dell’Epifania del Signore sono tratti da:
Profezia di Isaia, cap. 60,1-6; Salmo 72; Lettera agli Efesini, cap. 3,2-3.5-6; Vangelo di Matteo, cap. 2,1-12.

La preghiera della Domenica è in comunione con tutte le comunità e chiese cristiane.

Il calendario latinoamericano ci porta oggi le memorie di Diego Quic, martire in Guatemala e mons. Antulio Parrilla-Bonilla, pastore a difesa della pace e dei diritti umani.

Diego Quic era catechista nella parrocchia di Santiago Atitlan, nel Dipartimento di Sololá, in Guatemala. Di fronte alle ingiustizie e alle sofferenze di cui era vittima la sua gente, seppe operare per far crescere nella comunità cristiana l’impegno a favore dei poveri, delle loro lotte e aspirazioni. Il 3 dicembre 1981, a pochi metri dalla parrocchia, sei uomini armati lo fermarono, lo picchiarono brutalmente e lo caricarono a forza su una Toyota. Ad un chilometro di distanza, un veicolo incrociò la vettura e i suoi occupanti udirono le grida di aiuto di Diego. Giunti in città avvisarono la polizia, che rispose comunque di non aver strumenti per intervenire. Del catechista non si seppe più nulla.

Antulio Parrilla-Bonilla era nato il 6 gennaio 1919 a San Lorenzo (Portorico) in una famiglia di quindici figli. Giovanissimo aveva aderito agli ideali del movimento indipendentista. Dopo un’esperienza lavorativa in un’industria zuccheriera, si era iscritto all’università, ma al terzo anno era stato chiamato alle armi dall’esercito Usa. Fu inviato a Panama, dove rimase fino al 1946. A 27 anni decise di diventare prete. Fu ordinato nel 1952. Nel 1957 entrò in noviziato dai gesuiti all’Avana. Raccontava che i primi contatti con la rivoluzione di Fidel Castro consistettero nel confessare i ribelli che scendevano dalle montagne e nel celebrare messa per loro in qualche posto militare. Dopo la professione religiosa passò quasi due anni tra i portoricani di New York, alla “Nativity Mission”. Ritornato a Portorico, nel 1960, fu nominato direttore dell’Azione Cattolica e accompagnò la creazione di innumerevoli cooperative di contadini poveri. Nel 1965 fu consacrato vescovo. Si impegnò in prima persona contro la coscrizione obbligatoria, il militarismo, la guerra in Vietnam, l’utilizzo dell’isola di Vieques per esercitazioni militari, come terreno di tiro e sperimentazione di bombe, missili e altre armi da parte della marina americana, e a favore dell’indipendenza di Portorico dagli Stati Uniti. Progressivamente emarginato dalla gerarchia, mons. Parrilla prese a svolgere le funzioni di curato nella parrocchia di un prete, suo antico compagno di seminario. Concedendosi il lusso di parlare e, nel caso, di manifestare sempre liberamente. Nell’ultimo libro che scrisse, una serie di riflessioni spirituali sul santuario di Nostra Signora di Hormigueros, in cui dava voce alla sua devozione politica per la causa dell’indipendenza del suo popolo e alla preoccupazione spirituale per la sua redenzione, scrisse: “La croce che corona la cupola del santuario, in cima alla torre, ci ricorda che è attraverso la croce che andiamo al cielo e che, senza di essa, non c’è salvezza”. Morì di attacco cardiaco a 75 anni, il 3 gennaio 1994.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura un inno scritto da David Maria Turoldo per la solennità dell’Epifania. Tratto da “La nostra preghiera. Liturgia dei giorni” (Cens), è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
La lunga strada che hanno percorso, / coperti i piedi e le vesti di fango! / E quella stella che appare e dispare: / a sciami i dubbi ronzavano intorno. // Quanti finirono in mezzo ai deserti, / quanti pentiti tornarono indietro! / Molti dicevano al loro passaggio: / «Eccoli, i folli che inseguono il vento!». // E loro andavano come segnati, / da favolose distanze venivano / e incrociavano lo stesso cammino, / erano ormai appena un drappello. // Quando la stella riapparsa sostava / sopra una casa, la casa di un povero: / ed essi entrati trovarono un bimbo, / un figlio in braccio a un’umile madre. // Qui han piegato le loro ginocchia, / qui han lasciato i ricchi tesori, / a terra stesi i loro mantelli / hanno adorato a lungo in silenzio. // Mai è finito un viaggio più lungo / come finiva il vostro, o sapienti: / ma chi ancora rifà quella strada / per adorare un bimbo in silenzio? // Cristo Gesù, sei Dio e uomo: / nessuno mai ha veduto Iddio, / chi vede te vede il volto del Padre / e vede l’uomo la vera sua immagine. // (David M. Turoldo, La nostra preghiera. Liturgia dei giorni).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 03 Gennaio 2021ultima modifica: 2021-01-03T22:07:35+01:00da fraternidade
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