Giorno per giorno – 16 Novembre 2020

Carissimi,
”Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: Passa Gesù, il Nazareno! Allora gridò dicendo: Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!” (Lc 18, 35-38). I versetti che immediatamente anticipano il racconto del vangelo di oggi ci dicevano della radicale incomprensione mostrata dai discepoli di Gesù all’udire l’ennesimo annuncio della sua imminente passione e morte, questa volta anche più esplicito e dettagliato che in precedenza. Niente da fare: “Essi non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto” (v. 34). Ed ecco l’episodio del cieco, a fare da specchio alla cecità dei discepoli e, anche più colpevole dopo duemila anni, alla nostra. In che senso siamo anche noi ancora ciechi? Ciechi circa l’immagine di Dio, rivelataci in Gesù, la cui chiave di conoscenza sta esattamente nell’evento della croce, in cui è lo stesso Dio a mettersi in gioco, non come il Moloch che esige il sacrificio del figlio per placare la propria ira, ma come Colui che, nel Figlio, si fa sacrificare, per convertire il mondo alla logica dell’incondizionato amore. Noi, in misura maggiore o minore, da sempre si resiste, tanto appare volutamente poco credibile questa come verità di Dio (e, perciò, per imitazione, della nostra esistenza). Dio, noi lo preferiamo pensare, come suggeritoci dal Serpente, figura di un potere da ambire a costo della morte (“mangiando di questo frutto, morirete” e farete morire), piuttosto che come dono di sé a servizio della vita. Riconoscere che siamo ciechi è già un buon punto di partenza. Invocare Gesù (Dio-salva) è il secondo passo. Chiedergli di aprirci gli occhi alla contemplazione della croce, il terzo. Per poterlo così seguire alla luce della fede, che abbiamo fatto nostra.

Oggi la comunità ricorda il Martirio dei Gesuiti della U.C.A. di El Salvador e delle loro collaboratrici e fa memoria del “Patto delle Catacombe”, per una Chiesa povera e al servizio dei poveri.

Ignacio Ellacuría, Juan Ramón Moreno, Amando López, Ignacio Martín-Baró, Segundo Montes, spagnoli, e Joaquín López y López, salvadoregno, appartenevano tutti alla Compagnia di Gesù. Erano teologi e pastori della liberazione, padri dei poveri e profeti di speranza nel Salvador crocifisso. Julia Elba Ramos, madre di due figli e sposa di Obdulio, funzionario della casa, era una presenza discreta, allegra, intuitiva, sempre pronta e generosa nella collaborazione. Celina Ramos era sua figlia. I sacerdoti costituivano una comunità di credenti, che per la compassione nei confronti dei loro fratelli, avevano deciso liberamente e consapevolmente di porsi al loro servizio. Con il loro lavoro universitario, leggevano e aiutavano a leggere la realtà di ingiustizia e di morte che li circondava, per trasformarla strutturalmente, senza per questo dimenticare la solidarietà concreta, la denuncia profetica, l’attività pastorale. Il 16 novembre 1989, la Comunità venne sterminata da trenta uomini dell’esercito salvadoregno, che irruppero nei locali della UCA (Università Centro-americana), alle due della notte, assassinando i sacerdoti e le due donne.

Il 16 novembre del 1965, tre settimane prima della chiusura del Concilio Vaticano II, una quarantina di vescovi di varia nazionalità, concelebrarono, nelle catacombe di Domitilla a Roma, una Eucaristia, presieduta da Mons. Charles-Marie Himmer, vescovo di Tournai (Belgio). Al termine della celebrazione, i vescovi sottoscrissero un documento che prese il nome di “Patto delle Catacombe”, con cui si impegnavano, in unione con tutti i fratelli nell’episcopato, a condurre una vita di povertà, rinunciando a tutti i simboli, titoli, privilegi del potere, e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. All’epoca i nomi di quanti sottoscrissero il Patto – o vi aderirono in seguito – non vennero pubblicizzati per evitare ogni tipo di personalizzazione. Oggi sappiamo che almeno la metà erano vescovi latino-americani (otto brasiliani), tra cui Dom Helder Câmara, Dom Antonio Fragoso, Dom José Maria Pires, Mons. Leonidas Proaño. Altri venivano dall’Africa, dal Vietnam, dall’Indonesia, e da diversi paesi d’Europa. Di italiani, era presente mons. Luigi Bettazzi, allora ausiliare del card. Lercaro. Erano presenti anche Paul Gauthier e Marie Thérèse Lescaze, i due francesi animatori della Fraternità di Jesus Charpentier a Nazareth e del gruppo della Chiesa dei Poveri al Concilio. Il documento, pur privo di ogni ufficialità, ci pare rappresenti comunque uno dei testi più significativi per intendere lo spirito del Vaticano II, che mirava a rinnovare radicalmente la vita della Chiesa.

I testi che la liturgia del giorno propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Libro dell’Apocalisse, cap.1, 1-4; 2,1-5a; Salmo 1; Vangelo di Luca, cap.18, 35-43.

La preghiera di questo lunedì è in comunione con le grandi religioni dell’India: Vishnuismo, Shivaismo, Shaktismo.

E, per stasera, è tutto. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura una pagina di Ignacio Ellacuría, tratto dal suo libro “Conversione della Chiesa al Regno di Dio” (Queriniana). Che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
La liberazione cristiana, se è cristiana ed in quanto tale, deve essere compresa e vissuta nell’interpellanza di una Parola salvatrice. Questa Parola prenderà voce e tono nelle grida degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei poveri; in quanto quello che ascoltiamo in queste grida espresse o taciute è la Parola, e quello che in queste grida ci interpella e ci invoca è la Parola salvatrice. Orbene, il luogo idoneo per ascoltare questa Parola sarà sempre la Chiesa, la comunità ecclesiale unita nella Parola. Il luogo comunitario veramente vivente della parola di salvezza è, senza dubbio, l’assemblea liturgica, quando questa sia in realtà quello che deve essere in verità. La Parola salvatrice si rende vivente ed attuale interpellanza nella comunità ecclesiale, quando questa si realizza come tale in un’autentica vitalità liturgica. Già la pura parola biblica ha il proprio luogo vitale nell’assemblea liturgica, ma quello che questa parola pretende nell’assemblea liturgica è che la Parola si manifesti. E si manifesti come Luce e come Vita. Questa Parola bisogna riviverla alla luce della propria situazione storica e bisogna convertirla in reale esperienza cristiana. Nel caso contrario, sarebbe una Parola vuota, puro rumore, o Parola che non illumina né dà vita, ossia, parola senza efficacia sacramentale. La parola deve farsi luce (liturgia della Parola) e vita (liturgia eucaristica) nell’assemblea cristiana riunita dalla chiamata del Signore. Non ci sarà vita cristiana senza luce cristiana, non ci sarà luce cristiana se non è capace di farsi vita. Fede e vita si uniscono in tal modo nella stessa azione liturgica, che, se essa ha momenti diversi, ciò è dovuto alla condizione umana e non perché ci possa essere dissociazione tra quello che è vita e quello che è luce. Proprio perché la luce è vita e la vita è luce, non può esserci un’approvazione atemporale e individualista della Parola, ma deve attuarsi in ogni momento nella riunione che, per essere nel nome del Signore, contiene la promessa della sua speciale assistenza. Soltanto così si supererà – senza annullarla – la mera esperienza sociologica e politica nella quale può convertirsi la liberazione. E soltanto la liturgia ci manifesterà la liberazione come pienezza di salvezza cristiana. (Ignacio Ellacuría, Conversione della Chiesa al Regno di Dio).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 16 Novembre 2020ultima modifica: 2020-11-16T22:44:32+01:00da fraternidade
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