Giorno per giorno – 15 Novembre 2020

Carissimi,
“Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì” (Mt 25, 14-15). I talenti mica erano uno scherzo a quei tempi. Un talento era pari a 34 chili d’oro, quindi anche quel servo che ne ricevette uno solo era tutt’altro che poveretto. Ma, fuori di metafora, a cosa alludono i talenti dati ai suoi servi da quell’uomo che si mette in viaggio, e chi è costui? Stamattina, nella condivisione della Parola che è seguita all’omelia di padre Geraldo, quel che è venuto fuori è che non si tratta dei “talenti” comunemente intesi come le capacita, le doti, le inclinazioni, i doni. Tanto è vero che il testo specifica che furono dati “secondo le capacità di ciascuno”. Capacità che possono essere maggiori o minori, diverse, comunque, come diverso è un bicchiere da una bottiglia e, entrambi, da una tanica. L’uomo che parte, poi, deve pur essere qualcuno che ha a che fare con il vangelo, meglio ancora colui che è il vangelo: lo stesso Gesù. Il quale, nel partire, non affida a noi, suoi servitori, qualche specifico talento, musicale, artistico, di oratoria, o che altro, meno che meno quello di far soldi (da cui anzi ci ha messo in guardia, col dirci che non si può servire a Dio e alla ricchezza), ma ci dà, morendo, il suo spirito (cf Mt 27, 50), e, se non l’avessimo capito, ce ne ripete il dono il giorno della risurrezione (Gv 20, 22). E il suo spirito è l’amore del Padre, da investire nell’amore per i fratelli, a partire dagli ultimi (che, come allude il v.27, sono i banchieri, presso cui effettuare i nostri depositi), in cui Gesù stesso si identifica, come scopriremo nella parabola successiva (Mt 25, 31-46). Distribuito a tutti nella misura che faccia fronte alle reali capacità di ciascuno di riceverlo e donarlo, trasformandolo in energia trasformatrice della propria vita e della società. Come investirlo, dipende, poi, da noi. Può succedere, malauguratamente, che lo si sotterri, nel senso di dimenticarne o tradirne il significato (di Dio, del tesoro del suo Spirito, della nostra vocazione), e si finisca così per perdere la vita (o, per cominciare, anche solo la giornata), noi che si è creduto di salvarla, spendendola gelosamente a nostro vantaggio. La parola conclusiva della parabola vuole rendercene avvertiti: “Questo servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” (v.30). E sarà il pianto della vergogna e del pentimento, che ci porterà a far meglio l’indomani.

I testi che la liturgia di questa XXXIII Domenica del Tempo Comune propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Libro dei Proverbi, cap. 31, 10-13.19-20.30-31; Sl 128; 1ª Lettera ai Tessalonicesi, cap. 5, 1-6; Vangelo di Matteo, cap. 25, 14-30.

La preghiera della domenica è in comunione con tutte le comunità e chiese cristiane di ogni denominazione.

Oggi facciamo memoria di Vinoba Bhave, maestro della lotta non-violenta.

Di casta braminica, Vinayak Bhave, detto Vinoba, nacque l’11 settembre 1895, nel villaggio di Gagoda, in India. L’incontro con Gandhi, il 7 giugno 1916, cambiò il corso della sua vita ed egli cominciò a partecipare con entusiasmo alle attività dell’ashram di Gandhi e del movimento di indipendenza. Dopo l’assassinio di Gandhi, i discepoli del Mahatma si riunirono, nel marzo 1948 per approfondire le forme di lotta popolare non-violenta. Fu lanciato il movimento Bhoodan (Dono della terra), che mirava alla distribuzione della terra tra gli “harijans”, i paria senza-terra dell’India. Altri movimenti vennero poi per affermare il diritto di tutti alla salute, al lavoro, alle ricchezze, alla pace, alla vita. Per tredici anni, dal 12 settembre 1951 al 10 aprile 1964, Vinoba viaggiò attraverso l’India intera, mobilitando la gente, tentando di convincerla ad abbattere ogni barriera di casta, classe, lingua e religione. Il 7 giugno 1966, cinquant’anni dopo l’incontro con Gandhi, Vinoba lasciò le attività più esteriori per dedicarsi ad una forma più nascosta di azione spirituale. Morì il 15 novembre 1982 nel suo ashram di Paunar. Di sé ebbe a dire: “Sono un uomo che appartiene a un mondo diverso da questo. Perché pretendo di essere mosso solo dall’amore. È ciò che sento ad ogni momento”.

Oggi, da noi, è l’Anniversario della Repubblica. Il 15 novembre 1889, il maresciallo Deodoro da Fonseca la proclamò con un golpe militare che, ponendo fine ai timidi tentativi riformisti dell’Impero, consegnò il Paese ad un’alleanza tra borghesia arraffona, latifondisti che non perdonavano l’abolizione della schiavitù, e militari scontenti. Non è gran cosa da festeggiare, ma, generalmente, è pur sempre l’occasione per un giorno di riposo in più. Non quest’anno che coincide con la domenica.

Si è celebrata oggi la Giornata Mondiale dei Poveri, istituita da papa Francesco con Lettera apostolica “Misericordia et misera”, pubblicata il 21 novembre 2016, a chiusura del Giubileo straordinario della Misericordia. Giunta al suo quarto appuntamento, ha ricevuto quest’anno come tema “Tendi la tua mano al povero” (cfr Sir 7,32), che è anche il titolo del del Messaggio del Papa, diffuso il 13 giugno scorso. Prendendo spunto da ciò, scegliamo di congedarci, offrendovi in lettura un suo brano come nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Sempre l’incontro con una persona in condizione di povertà ci provoca e ci interroga. Come possiamo contribuire ad eliminare o almeno alleviare la sua emarginazione e la sua sofferenza? Come possiamo aiutarla nella sua povertà spirituale? La comunità cristiana è chiamata a coinvolgersi in questa esperienza di condivisione, nella consapevolezza che non le è lecito delegarla ad altri. E per essere di sostegno ai poveri è fondamentale vivere la povertà evangelica in prima persona. Non possiamo sentirci “a posto” quando un membro della famiglia umana è relegato nelle retrovie e diventa un’ombra. Il grido silenzioso dei tanti poveri deve trovare il popolo di Dio in prima linea, sempre e dovunque, per dare loro voce, per difenderli e solidarizzare con essi davanti a tanta ipocrisia e tante promesse disattese, e per invitarli a partecipare alla vita della comunità. È vero, la Chiesa non ha soluzioni complessive da proporre, ma offre, con la grazia di Cristo, la sua testimonianza e gesti di condivisione. Essa, inoltre, si sente in dovere di presentare le istanze di quanti non hanno il necessario per vivere. Ricordare a tutti il grande valore del bene comune è per il popolo cristiano un impegno di vita, che si attua nel tentativo di non dimenticare nessuno di coloro la cui umanità è violata nei bisogni fondamentali. (Papa Francesco, Messaggio per la IV Giornata Mondiale dei Poveri).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 15 Novembre 2020ultima modifica: 2020-11-15T22:30:06+01:00da fraternidade
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