Giorno per giorno – 12 Novembre 2020

Carissimi,
“I farisei domandarono a Gesù: Quando verrà il regno di Dio? Egli rispose loro: Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, oppure: Eccolo là. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!” (Lc 17, 20-21). Quando accadrà il regno di Dio dipende, dunque, da noi, nel nostro piccolo, nelle relazioni che instauriamo, nella capacità di sottrarci alla logica dell’egoismo che vuole avere la meglio, nell’aprirci all’ascolto delle necessità altrui, nell’unirci a quanti lottano in vista di un mondo migliore, nel disporci al perdono e alla riconciliazione. Diffidate, dice Gesù, di quanti annunciano una sua venuta imminente, mirabolante, decisiva e terribile, attraverso predicazioni o visioni: lo fanno da venti secoli, come proiezione di personali ossessioni e anche perché incutere paura si è sempre dimostrato una buona fonte di guadagno. Il vangelo del regno è, invece, come dice lo stesso nome, un “lieto annuncio”: la rivelazione dell’amore incondizionato del Padre, che ci chiama ad essere suoi testimoni. Tocca a noi dire di sì.

Oggi il calendario ci porta le memorie di Nicolas Tum Quistan, martire in Guatemala, e di don Michele Do, cercatore instancabile di Dio. Per entrambi non disponiamo di molti particolari biografici, ma è comunque quanto basta.

Indigeno del villaggio di Chipaj, nel Quiché, Nicolas era catechista e ministro dell’Eucaristia. Nonostante il decreto delle autorità militari che proibiva le Celebrazioni della Parola, Nicolas ritenne importante continuare e ripeteva sempre: “In questo tempo di persecuzioni abbiamo bisogno più che mai di cibarci del Corpo di Cristo perché ci dia forza”. Per questo, ogni volta che poteva, raggiungeva la parrocchia più vicina per prendere e portare con sé il Pane eucaristico, nascosto tra il miglio e i fagioli. Un giorno l’esercito arrivò alla sua casupola per arrestarlo. Implorò: “Uccidetemi qui, non portatemi via”. I soldati gli spararono e se ne andarono. Ferito a morte, lasciò alla sposa e ai figli un ultimo messaggio: “Pregate Dio, perché avrete molto da soffrire. Non piangete per me, perché io muoio, ma risorgerò”. Era il 12 novembre 1980.

Michele Do era nato a Canale, nei pressi di Alba (Cuneo), il 13 aprile 1918. Ordinato prete il 21 dicembre 1941, dopo gli studi di teologia nel seminario di Alba e nell’Università Gregoriana, lasciò l’insegnamento in seminario, per ritirarsi in montagna, nella frazione di St. Jacques di Champoluc (Aosta), dove visse come rettore della piccola chiesa locale, ma dando nel contempo conferenze, predicando ritiri, animando incontri, finché, vecchio di anni, ma non di spirito, si trasferì nella piccola fraternità Casa Favre, che sorge sulle pendici del monte, sopra lo stesso villaggio, aperta all’accoglienza di quanti sono in ricerca. Fu, lungo la sua esistenza, compagno di cammino di David Maria Turoldo, Umberto Vivarelli, sorella Maria di Spello, Ernesto Balducci e di tanti altri, credenti e no, accomunati dalla sete di verità e di autenticità. “È stato una grande anima, uno spirito acceso dal fuoco vivo dello Spirito. Un cercatore instancabile di Dio”, come ha scritto Enrico Peyretti. Della chiesa aveva detto: “La Chiesa è cercare di avere una piccola luce dentro di noi e di metterla in comune per far nascere una ricchezza maggiore. Non è una soluzione ma una ricerca. […] Il primo ecumenismo non è la riconciliazione tra le chiese, ma con la Chiesa. Perché oggi il problema tocca la Chiesa in se stessa, come istituzione, e non solo le sue sbavature ed errori. Non discutiamo. Ne ho abbastanza delle discussioni. Invece conversiamo, mettiamo insieme le esperienze più vere, esprimiamo le cose profonde che ognuno sente. Nel discorso amico e nella preghiera emerge lo Spirito di Dio”. È morto sabato 12 novembre 2005 ad Aosta.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Lettera a Filemone, 7-20; Salmo 146; Vangelo di Luca, cap.17, 20-25.

La preghiera del giovedì è in comunione con le religioni tradizionali indigene.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura una citazione di don Michele Do, tratta da un suo intervento dal titolo “Momenti fondamentali, essenziali dell’esperienza religiosa cristiana”, tenuto a Saint-Jacques, il 5 novembre 1985. Lo troviamo nel sito della Gioc (Gioventù operaia cristiana) ed è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Se c’è speranza, c’è per me e c’è anche per te, se c’è per chi crede, c’è anche per chi non crede. Non vedo contrapposizioni fra credenti e non credenti. Siamo dei pellegrini nella notte e ci dobbiamo aiutare sforzandoci di non gridare le nostre verità ad alta voce, ma di avere una luce dentro di noi, di bruciare e consumarci per avere luce. Nella chiesa cattolica stiamo correndo il rischio delle cose gridate e gridate in massa. Sono convinto, grazie a queste parole di Paolo: “Dio sarà tutto in tutte le cose”, che arriveremo tutti, attraverso quale travagliato cammino, non so. Gesù anche ai peggiori avversari (Gesù non ha nemici, ma avversari sì) con cui è spietato, non dice: “Voi non ci arriverete”, dice: “I pubblicani e le meretrici vi precederanno nel regno dei cieli”. Il buon ladrone è arrivato prima di Pietro e dei discepoli. Ha intuito il divino proprio là dove il divino sembrava oscurarsi. Mentre tutti perdevano la fede e invocavano: “Scendi dalla croce e ti crederemo”, il centurione e il buon ladrone vedono l’iridescenza del divino: “Veramente quest’uomo era figlio di Dio”; “Ricordati di me quando sarai nel tuo regno”. Dio non lo possiamo mai stringere, è inesauribile ed eterno, Dio lo si tocca con la punta dell’anima soltanto nella tensione di tutto il cuore. Gesù ha detto a Maria di Magdala: “Non mi trattenere che debbo salire al Padre mio e al Padre vostro”. Nella misura in cui crediamo di aver messo le mani sul divino, noi ne abbiamo soltanto un’immagine più povera e deformata. La teologia del mistero, dopo aver affermato che Dio è, dice: “Dio é oltre, Dio é oltre, Dio è oltre”. È il cammino in una sempre più alta e pura bellezza, in una sempre più profonda verità, in una sempre più sconfinata libertà. È oltre ogni sogno, ogni pensiero, ogni attesa. S.Paolo ha detto quando é stato rapito: “Nessun cuore ha mai sognato, nessun occhio ha mai visto, nessun pensiero ha mai pensato immagini così pure e così alte”. È una prospettiva aperta. Se c’è il senso divino della vita, allora c’è gioia e pienezza per chi crede e chi non crede. E se non c’è, c’è dolore e tristezza per chi crede e chi non crede. (Don Michele Do, Momenti fondamentali, essenziali dell’esperienza religiosa cristianao).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 12 Novembre 2020ultima modifica: 2020-11-12T22:36:17+01:00da fraternidade
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