Giorno per giorno – 10 Novembre 2020

Carissimi,
“Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17, 7. 9-10). Stamattina, ci dicevamo che tutto ciò che Gesù propone come maniera di essere e di comportarsi ai suoi discepoli, fotografa in realtà chi lui è e come agisce, e quindi, più in profondità, ci parla dello stesso essere di Dio. Quando egli ci insegna di non retribuire male con male, di perdonare sempre, di amare i nemici, di essere ultimi e al servizio di tutti, e così via, ci rivela che agendo cosi siamo davvero a immagine di Dio. Quando invece immaginiamo Dio come il più potente dei re (e noi, come minimo, suoi vassalli), o giudice inclemente, tremendo nelle sue vendette, è perché abbiamo ceduto alle suggestioni del Serpente, che trasse in inganno, secondo il racconto genesiaco, il primo uomo, attraverso il quale aneliamo – illudendoci – di divenire simili a Dio, ma nella forma del potere, e non del dono incondizionato, come lui è. La breve parabola presentataci dal vangelo di oggi è già in qualche modo anticipazione di quanto Gesù, riassumendo la sua intera vita, compirà nell’ultima cena, inginocchiandosi davanti ai discepoli, per lavare loro i piedi. Come un semplice schiavo, tale quale lo descriverà Paolo nella lettera ai Filippesi: “assunse la condizione di schiavo” (Fil 2, 7). Soddisfatto lui, e noi con lui, se lo vorremo, di aver compiuto niente più di ciò che si doveva: servire Dio, testimoniando il servire di Dio, nel servizio ai fratelli.

Oggi la comunità fa memoria di Leone Magno, pastore e maestro della Chiesa, di Odette Prévost, contemplativa e martire in Algeria, e di Ken Saro-Wiwa, martire per i diritti del suo popolo.

Nato in Toscana, nell’anno 400 circa, Leone fu consigliere dei papi Celestino I e Sisto III e dovette certo avere buone qualità diplomatiche se, semplice diacono, fu inviato nelle Gallie, nel 440, per sanare il conflitto – sfociato in guerra civile – tra il generale Ezio e il prefetto del pretorio Albino. Durante questa missione fu raggiunto dalla notizia della morte del papa e della sua elezione a vescovo di Roma. Assunse la guida della Chiesa in un’epoca di grandi difficoltà politiche e religiose. Di fatto, nei ventuno anni del suo pontificato si succedettero quattro imperatori, uno cacciato appena eletto e gli altri assassinati. La giovane Chiesa era attraversata da diatribe e discordie. E Leone si diede da fare, con azione energica e capacità di persuasione, per preservare l’integrità della fede, difendendo l’unità della Chiesa. Teologo eccellente, approfondì soprattutto il mistero dell’incarnazione di Cristo e difese la funzione primaziale del pontefice romano. Di lui ci restano 96 discorsi e 173 lettere, oltre a numerose omelie. Per salvare la città di Roma dai saccheggi dei barbari, non esitò ad affrontare Attila e Genserico, allontanando così un pericolo che sembrava irriversibile. Morì il 10 novembre del 461.

Odette Prévost, era nata il 17 luglio 1932 a Oger, Marne (Francia), ed era Piccola Sorella del Sacro Cuore, una delle congregazioni della famiglia di Charles de Foucauld. Con altre due religiose, Chantal e Anne-Marie, viveva a Apreval, in una povera casa, uguale a tutte le altre, alla periferia di Algeri. La mattina del 10 novembre 1995, mentre Odette e Chantal si recavano alla chiesa parrocchiale per partecipare alla messa, un uomo, sceso da un’automobile, sparò ripetutamente su di loro. Colpita in piena fronte, Odette morì sul colpo, mentre Chantal, pur gravemente ferità, sopravviverà. Su un foglietto che si portava addosso, al momento della morte, c’era scritto: Vivi il giorno d’oggi, / Dio te lo dona, è tuo, / Vivilo in Lui. // Il giorno di domani è in mano a Dio, / non t’appartiene ancora. / Affidalo a Lui. // Il momento presente è una fragile passerella, / se tu la carichi dei rimpianti di ieri, / dell’inquietudine del domani, / la passerella cede e tu precipiti. // Il passato? Dio lo perdona. /L’avvenire ? Dio te lo dona. /Vivi, dunque, il giorno d’oggi / in comunione con Lui.

Ken Saro-Wiwa, il cui vero nome era Kenule Benson Tsaro-Wiwa, era nato a Boré (Nigeria), il 10 ottobre 1941). Già negli anni degli studi universitari si scoprì drammaturgo e scrittore. In seguito affiancò alla produzione artistica l’impegno attivo nella vita pubblica. A partire dagli anni ottanta si fece portavoce delle denunce e delle rivendicazioni delle popolazioni del delta del Niger nei confronti delle multinazionali petrolifere, responsabili del massiccio inquinamento che poneva in serio pericolo le culture di sussistenza e l’intero ecosistema della regione. Nel 1990 fondò il MOSOP (Movement for the Survival of the Ogoni People). Tale movimento ottenne risonanza internazionale con una manifestazione di 300.000 persone che lo stesso Saro-Wiwa guidò dopo essere stato rilasciato da una detenzione di alcuni mesi comminata senza processo. Il 21 maggio 1994 venne nuovamente arrestato nel 1994, con l’accusa di aver incitato all’omicidio di quattro presunti oppositori del MOSOP. Nel febbraio 1995, dopo averlo sottoposto a dieci mesi di regime carcerario duro e a ripetute torture, il regime militare decise di processarlo. Scrivendo, nel maggio 1995 all’Associazione mondiale degli scrittori, affermò: “Che io viva o muoia è insignificante. È sufficiente sapere che ci sono persone che impiegano tempo, denaro ed energia per combattere questo male tra i tanti che predominano nel mondo. Se non hanno successo oggi, avranno successo domani. Dobbiamo continuare a lottare per rendere il mondo un luogo migliore per tutta l’umanità. Ognuno con il suo piccolo contributo, a modo suo. Vi saluto tutti”. Il 31 ottobre, al termine di un processo-farsa che suscitò le più vive rimostranze da parte dell’opinione pubblica internazionale e le proteste di numerose organizzazioni per i diritti umani, Ken Saro-Wiwa, con altri otto imputati fu condannato a morte. L’impiccagione venne eseguita il 10 novembre 1995, a Port Harcourt. Nel 2009, la Shell accettò di patteggiare il pagamento di 15 milioni e mezzo di dollari, per evitare di essere trascinata nel processo intentato contro di essa per complicità con l’ex regime militare nigeriano in tali condanne a morte.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Lettera a Tito, cap.2, 1-8.11-14; Salmo 37; Vangelo di Luca, cap.17, 7-10.

La preghiera del martedì è in comunione con le religioni tradizionali del Continente africano.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura una citazione di Leone Magno, tratta dal suo “Sermone 37”. Che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Tutta l’azione vittoriosa del Salvatore, che sconfisse il diavolo e il mondo, cominciò con l’umiltà e si compì nell’umiltà. Egli iniziò i suoi giorni, da lui stesso predisposti, nella persecuzione, e nella persecuzione li finí; né all’infante mancò la sopportazione delle sofferenze né al futuro sofferente mancò la mansuetudine infantile, perché l’unigenito Figlio di Dio, umiliando la sua maestà, accettò di nascere come uomo e di essere ucciso dagli uomini. Così dunque l’onnipotente Iddio rese buona, col privilegio della sua umiltà, la nostra causa di per sé perduta; egli distrusse la morte con l’autore della morte, precisamente non sottraendosi a tutto ciò cui i persecutori lo sottoposero, ma tollerando con mitezza e soavità, per obbedienza al Padre, le crudeltà di quelli che in lui infierirono. Quanto dunque conviene che siamo umili, quanto si addice che siamo pazienti noi, che se incontriamo qualche sofferenza non dobbiamo mai sopportarla se non a nostro buon merito! Chi infatti si glorierà di avere il cuore casto o essere mondo dal peccato? (Prov 20, 9). San Giovanni dice: Se diciamo di non aver peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi (1 Gv 1, 8); chi si troverà tanto immune da colpa che in lui la giustizia non abbia nulla da condannare né la misericordia da perdonare? Perciò, tutta la saggezza della vita cristiana non consiste nelle molte chiacchiere, non nelle dispute sottili e neppure nella brama di lode e gloria, ma nell’umiltà vera, voluta, che il Signore Gesù Cristo scelse, dal grembo della madre fino al supplizio della croce, preferendola ad ogni prestigio, e che a noi insegnò. Quando infatti i suoi discepoli discutevano fra di loro, come ci dice l’evangelista, chi fosse maggiore nel regno dei cieli, egli chiamò un fanciullo, e lo pose in mezzo ad essi e disse: In verità vi dico, se non vi convertirete e non diverrete come fanciulli non entrerete nel regno dei cieli. Colui dunque che si renderà piccolo come questo fanciullo, sarà il più grande nel regno dei cieli (Mt 18, 1; Mc 9, 3 ss; Lc 9, 44 ss.). Cristo ama la fanciullezza, che all’inizio accettò nell’anima e nel corpo. Cristo ama la fanciullezza, maestra d’umiltà, norma d’innocenza, modello di mansuetudine. Cristo ama la fanciullezza, verso la quale orienta il comportamento degli adulti e che fa abbracciare agli uomini nella loro tarda età. Sul suo stesso esempio, egli umilia coloro che poi innalza al regno eterno. (Leone Magno, Sermoni, 37, 2-3).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 10 Novembre 2020ultima modifica: 2020-11-10T22:45:31+01:00da fraternidade
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