Giorno per giorno – 11 Ottobre 2020

Carissimi,
“Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire” (Mt 22, 2-3). Stamattina, ci dicevamo che la buona notizia (che ogni vangelo è) ci è data già in apertura della parabola che abbiamo ascoltato: il regno dei cieli, cioè il regno di Dio sulla terra, è come un banchetto di nozze, aperto in prospettiva, secondo la profezia di Isaia, a tutti i popoli (cf Is 25, 6). E che banchetto!, “un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (ib). Il suo annuncio, la sua proposta, l’invito a sperimentarlo è rivolto in un primo momento a un gruppo specifico, che rappresenta quanti sono stati per così dire contrattati per metterlo in scena, vedere se funziona, e poi esportarne l’organizzazione e la pratica inr tutto il mondo. Da questo deduciamo che il regno dei cieli non ha a che vedere, se non altro in prima istanza, con la dimensione religiosa, ma con un felice convivio umano (che poi è la più vera preoccupazione di Dio). Succede però che gli artisti contrattati (fuor di metafora, lungo il tempo, Israele, la chiesa, il mondo cristiano, le nostre comunità), nel momento in cui dovrebbe cominciare la messa in scena del banchetto (l’economia solidale e fraterna aperta a tutti), con una scusa o con l’altra se ne tirano fuori. Adducendo come scusa la necessità i curare i propri interessi, anteposti in tal modo al bene comune. Altri, addirittura, adirati per l’insistenza con cui li si chiama, prendono a insultare, malmenare, eliminare i latori dell’invito. E quando si innesca il meccanismo della violenza, ci pensa la storia a dirci come va a finire. Dio, dal canto suo, non desiste dalla proposta del banchetto che farebbe la delizia del genere umano. Manda allora a chiamare tutti, da subito, belli e brutti, e, dato che non è moralista, buoni e cattivi, fino a riempire la sala. Che dobbiamo immaginare avere le dimensioni dell’infinito, o anche solo di tutta la terra. Soddisfatto del risultato conseguito, passa tra gli invitati a salutarli e complimentarsi con loro. E lì, si accorge che c’è uno senza la veste nuziale, condizione essenziale perché la festa riesca. Che non è ovviamente una veste esteriore, ma l’attitudine di servizio e di amore nei confronti dei fratelli, che fa di noi discepoli/e di Cristo. E che fa il buon Dio? Mette in atto una misura pedagogica che aiuti il disumano intruso a cambiar di idea. Dato che ti piace così tanto escludere gli altri, perché non metterti su un barchino di notte nel mare in tempesta, senza salvagente, per provare cosa significhi l’esclusione? Non lo fa, per davvero, è evidente, glielo prospetta solo, per convincerlo a indossare la veste che lo fa degno di essere uomo nuovo. E noi, come la mettiamo?

I testi che la liturgia di questa XXVIII del Tempo Comune sono tratti da:
Profezia di Isaia, cap.25, 6-10a; Salmo 23; Lettera ai Filippesi, cap.4, 12-14.19-20; Vangelo di Matteo, cap.22, 1-14.

La preghiera della Domenica è in comunione con le comunità e chiese cristiane di qualunque denominazione ed è volta a impetrare il dono dell’unità nella valorizzazione delle differenze.

Oggi il calendario ci porta la memoria padre João Bosco Penido Burnier e Tutti i Martiri dell’America Latina. Ricordiamo anche, in questa data, l’Apertura del Concilio Vaticano II.

Era la sera dell’11 ottobre 1976. Due contadine, Margarida e Santana, erano sotto tortura nella prigione del presidio di polizia di Ribeirão Bonito, nel Mato Grosso, località del latifondo prepotente, del bracciantato semischiavo, della brutalità poliziesca. La Comunità celebrava l’ultimo giorno della novena della patrona, N.S. Aparecida. E, in quel giorno erano arrivati in paese il vescovo, dom Pedro Casaldáliga e padre João Bosco Penido Burnier, un gesuita missionario tra gli Indios Bakairi. Informati di quanto stava succedendo, i due si recarono al commissariato per intercedere a favore delle due donne torturate. Quattro poliziotti li aspettavano sul posto. Solo un accenno di dialogo: Sapete che non potete fare questo. Dovete smetterla. Come tutta risposta, uno degli agenti colpì il p. João Bosco prima con un pugno, poi con il calcio della pistola infine gli sparò. Durante l’agonia che seguì, il prete riuscì a sussurrare: Offro la mia vita per il CIMI (Consiglio Indigenista Missionario) e per il Brasile. Poi invocò il nome di Gesù, ripetutamente, e ricevette l’unzione degli infermi. Fu trasportato a Goiânia e morì il giorno dopo, festa della Vergine Aparecida, coronando così con il martirio una vita santa. Le sue ultime parole furono le stesse del maestro: “Abbiamo compiuto la nostra missione”. In questo giorno le Comunità cristiane dell’America Latina uniscono alla celebrazione del martirio di p. João Bosco, la memoria di tutti i martiri del nostro continente. Memoria di uomini, donne e perfino di bambini, di differenti razze, fedi e culture, assassinati per il solo fatto di lottare per un mondo più giusto e fraterno, per affermare i diritti degli indigeni, dei negri, delle minoranze, dei lavoratori, contro la violenza e la tortura, per la riforma agraria, la protezione dell’ambiente e la pace.

“Spesso avviene che ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo”.. È un passo del discorso “Gaudet Mater Ecclesia” con cui, l’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII inaugurava il Concilio Vaticano II, questa rinnovata e gioiosa Pentecoste della Chiesa, che qualcuno, più o meno dissimulatamente, vorrebbe dimenticare, archiviare, o anche solo annacquare. E che invece è ancora tutta da incentivare e da compiere. (Quanto alla memoria di san Giovanni XXIII, fissata dalla Chiesa per oggi, noi la celebriamo da sempre nel giorno della sua pasqua, il 3 giugno).

Le comunità ebraiche della diaspora celebrano oggi, 23 del mese di Tishri, Simchat Torah, ovvero la “Gioia della Legge”. Entrando nella festa, la sera della vigilia, i rotoli della Torah vengono prelevati dall’aron-ha-kodesh (“arca santa”), e consegnati agli uomini che, a turno, abbracciati ad essi, compiono le sette hakafot (“giri”), cantando e danzando intorno alla bimah (la piattaforma da cui viene letta la Torah). Il rituale è ripetuto la mattina seguente, quando viene anche proclamato l’ultimo brano del Deuteronomio, subito seguito da alciuni versetti del primo di Genesi, dando così inizio al nuovo ciclo annuale delle letture liturgiche. Chi legge l’ultimo brano della Torah è chiamato Chatan Torah (“Sposo della Torah”), mentre colui che ne ricomincia la lettura è il Chatan Bereshit (“Sposo del Principio”). Che anche noi si possa sempre gioire del dono della Parola che ci viene fatto e si sappia danzarla con la nostra vita. Oltre tutti i possibili acciacchi della vecchiaia.

Oggi il maestro buddhista Thich Nhat Hanh compie novantaquattro anni, essendo nato a Thūra, in Vietnam, l’11 ottobre 1926. “Giovanissimo, a soli sedici anni, aveva lasciato la famiglia per entrare in un monastero e da allora ha dedicato la vita allo studio e alla pratica dello Zen. Il Vietnam è il solo paese in cui il Buddhismo Mahayana sia fiorito assiemne al Theravada in comprensione e tolleranza reciproche. Ecco perché dall’insegnamento di Thich Nhat Hanh emerge una meravigliosa sintesi di entrambi i sistemi. Il suo insegnamento è profondamente segnato dalla guerra, i drammi, i problemi che il mondo moderno è chiamato ad affrontare e di cui il Vietnam, con la sua storia degli scorsi decenni è stato uno specchio ghiacciante. Durante la guerra Thich Nhat Hanh ha rinunciato all’isolamento monastico per aiutare attivamente il suo popolo, e da allora ha sempre affiancato alla pratica religiosa un impegno sociale e politico per la pace. Oggi vive in Francia dove dirige una piccola comunità di attivisti per la pace, scrive, insegna, si occupa di giardinaggio e si adopera a favore dei profughi di tutto il mondo”. Nel novembre del 2014 è stato colpito da una seria emorragia cerebrale, dalla quale tuttavia si sta lentamente ma costantemente riprendendo. Dei suoi rapporti con i cristiani suole dire: “I cristiani sono miei fratelli. Non voglio farne dei buddhisti. Voglio aiutarli ad approfondire la loro tradizione”.

Ed è a Thich Nhat Hanh, che scegliamo di cedere la parola, nel congedarci, offrendovi un brano del suo libro “Le quattro verità dell’esistenza” (Garzanti), che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Dobbiamo imparare a parlare ad alta voce così che la voce del Buddha, la voce di Gesù, la voce di Maometto e di tutti i nostri antenati spirituali possa essere udita in questo momento storico pericoloso e di capitale importanza. Dovremmo offrire la nostra luce al mondo affinché non sprofondi nel buio totale. Tutti racchiudono nel cuore il seme del risveglio e della saggezza. Aiutiamoci a vicenda a toccare questi semi in noi stessi e negli altri affinché tutti abbiano il coraggio di dire ciò che pensano. Abbiamo gli strumenti. Abbiamo il sentiero. Abbiamo la capacità – con la pratica – di avere la saggezza. Non dobbiamo fare altro che cominciare. Con un unico passo, con un unico respiro, possiamo dedicarci a vivere la nostra esistenza quotidiana in un modo che arrechi felicità e benessere al pianeta, alle nostre amate comunità e a noi stessi. (Thich Nhat Hanh, Le quattro verità dell’esistenza).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 11 Ottobre 2020ultima modifica: 2020-10-11T22:17:03+02:00da fraternidade
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