Giorno per giorno – 08 Ottobre 2020

Carissimi,
“Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!” (Lc 11, 11-13). La parabola immediatamente precedente a questa era quella dell’amico importuno, che a mezzanotte riceve una visita e non ha nulla in casa da offrire all’ospite, così va a bussare alla porta del vicino (qui da noi succede ancora, se non proprio a mezzanotte), per chiedergli tre pani. E succede che questi faccia resistenza: guarda, sono già a letto, torna un altro momento (anche questo succede qui da noi). E Gesù consiglia: insisti, insisti, che alla fine si stanca, e si alza e ti da ciò che gli chiedi. Che cosa ci sia dietro quei tre pani, qualunque cosa noi si chieda, ce lo svela questa seconda parabola. C’è lo Spirito Santo. I bambini chiedono mille cose alla mamma e dietro ogni cosa che chiedono si nascode la fiduciosa certezza di incontrare chi presta loro attenzione, che li ama in sostanza. E la mamma può anche fingere di sentirsi importunata, ma si delizia del fatto che il bimbo la importuni e la faccia sentire importante per lui. Poi sarà lei a scegliere se dargli quel che lui chiede o se offrirgli qualcosa di meglio. Che lui scoprirà poi essere meglio. Così anche Dio si deve deliziare delle nostre anche sciocche richieste, così come delizia noi il sapere che ci sia chi ci presta ascolto, un Padre-madre che ci tiene come figli e figlie, e lo siamo per davvero. E scoprire che, più che le cose che gli possiamo chiedere, conta l’amore (lo Spirito Santo) che spira tra Lui e noi, nel Figlio che si è fatto Pane per noi, e noi e Lui, nel pane che condividiamo coi fratelli.

Il nostro calendario ci porta la memoria di Sergio di Radonež, patriarca dei monaci della Russia ortodossa, di Néstor Paz Zamora, martire in Bolivia, e di Penny Lernoux, giornalista in difesa dei poveri in America Latina.

Bartolomeo, questo era il suo nome di battesimo, era nato il 3 maggio del 1313, a Rostov Vielikij (Russia). Da piccolo, con tutta la buona volontà, non gli riusciva proprio di imparare a leggere. Finché un giorno incontrò un monaco. E gli confidò il suo cruccio piangendo. Quello allora lo benedisse, gli diede un po’ di pane e gli disse: Va con Dio. Da allora fu tutto più facile. Quando ebbe poco più di vent’anni, decise di ritirarsi con il fratello Stefano in una foresta, non lontano dal villaggio di Radonez, nei pressi di Mosca, dove qualche anno prima la famiglia si era trasferita. Costruì una cappella dedicata alla Trinità, dove il 7 ottobre del 1337 ricevette l’abito monastico, assumendo il nome Sergio. Nonostante la solitudine, i disagi e i pericoli della vita nella foresta, giunsero presto altri uomini, desiderosi di imitarne l´esempio che, pochi anni più tardi lo vollero come loro igùmeno (abate). In breve la Comunità monastica crebbe in modo considerevole e Sergio seppe guidarla con grande umiltà ma anche con fermezza. Fondò molti altri monasteri e la sua fama si diffuse moltissimo. Tipico santo contadino, alieno da ogni intellettualismo, era semplice, umile, serio e gentile e visse una vita di preghiera, digiuno e lavoro. Insegnò ai suoi monaci che la fuga dal mondo e dalla sua logica non esimeva, ma, al contrario, imponeva spirito di servizio e aiuto concreto nei confronti del prossimo, oltre che la pratica rigorosa della povertà, a livello personale e comunitario. Pochi mesi prima di morire, convocati i suoi monaci, nominò il suo successore. Quando poi sentì vicina la morte, li mandò a chiamare, diede loro le ultime istruzioni spirituali, ricevette i sacramenti e, sollevate le mani al cielo, rese l’anima a Dio. Era il 25 settembre del 1392 (corrispondente nel calendario gregoriano all’8 ottobre).

Le poche notizie che disponiamo su Néstor Paz Zamora le ricaviamo dal Martirologio latino-americano. Figlio di un generale boliviano, Néstor era stato per alcuni anni in seminario, dove aveva compiuto i suoi studi di teologia. Uscitone, si era legato alle comunità di Charles de Foucauld, di cui sentiva di condividere profondamente la spiritualità. Era studente di medicina all’Università, quando decise di unirsi alla guerriglia di Teoponte, in cui sarebbe morto di stenti, poco dopo, l’8 ottobre 1970. Tutta la sua esperienza di cristiano mistico e militante è mirabilmente contenuta nelle pagine del Diario che dedicò alla moglie Cecy. Da esso traspare il significato trascendente e sempre valido che Néstor leggeva nella sua lotta per la “terra nuova”, dove l’amore fosse la legge fondamentale. Il 12 agosto scrisse: “Sono un lievito che lavora continuativamente. Questa è almeno la sensazione che ho. Una grande pace e una grande tranquillità mi invadono. Sto ‘vitalmente’ passando dall’idea della ‘morte’ come diminuzione all’idea della ‘morte’ come pienezza e passo ad una nuova dimensione. Non la cerco, ma, se venisse, l’aspetterei con la serenità e la tranquillità che merita un tale momento, e persino le chiederei che li avvisasse che sono passato al Padre, che il ‘vieni, Signore Gesù’ è diventato realtà in me”.

Penny Lernoux era nata il 6 gennaio 1940 in un’agiata famiglia cattolica della California. Al termine di un brillante corso di studi universitari, era diventata giornalista, recandosi a lavorare, dal 1961, in America Latina, e fissando la sua residenza dapprima a Rio de Janeiro, poi a Bogotà e Caracas e, infine, nuovamente a Bogotà. A partire dal 1974 operò come scrittrice freelance. Sposata e madre di una figlia, da subito percepì l’estremo contrasto esistente tra la ricchezza di politici, latifondisti e uomini di affari latinoamericani, da un lato, e la povertà delle masse della regione, dall’altro. Affascinata dalla proposta radicale del Vangelo, si avvicinò alle comunità cristiane di base e si interessò da vicino alla teologia della liberazione, che ne facevano lo strumento per interpretare e cambiare una realtà, caratterizzata da un violento sfruttamento economico e da brutali regimi dittatoriali. Fu per molti anni corrispondente del National Catholic Reporter, oltre a scrivere per altre testate e pubblicare numerosi libri. Colpita da un tumore ai polmoni, due settimane prima della morte, consapevole della gravità del suo stato, confessava: “Mi sento come se stessi scendendo per un nuovo sentiero. Non è una paura fisica o la paura della morte, perché i poveri dell’America Latina, con il loro coraggio, mi hanno insegnato una teologia della vita che, attraverso la solidarietà e la nostra lotta comune, trascende la morte. È piuttosto una sensazione di impotenza – ed io che ho sempre voluto essere campione dei poveri mi ritrovo proprio come impotente – e, anch’io, devo tendere la mia scodella da mendicante; devo imparare – sto imparando – l’estrema impotenza di Cristo. È un’esperienza purificante. Quante cose sembrano ora meno importanti, specialmete le ambizioni”. Morì l’8 ottobre 1989. Aveva lasciato scritto: “Tu puoi anche guardare una favela o un villaggio contadino… ma è soltando entrando in quel mondo – e vivendoci – che comincerai a capire cosa significa essere senza potere, essere come Cristo”.

Bene, i testi che la liturgia propone oggi alla nostra riflessione sono tratti da:
Lettera ai Galati, cap.3, 1-5; Salmo (Lc 1, 69-75); Vangelo di Luca, cap. 11, 5-13.

La preghiera del giovedì è in comunione con le religioni tradizionali indigene.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura il brano di un articolo di Adalberto Mainardi apparso nel sito “Russianecho.net” col titolo “San Sergio di Radonež, servitore e custode del mistero trinitario” e che è, così, per oggi, il nostro
PENSIERO DEL GIORNO
Sergio vive della fede nel Risorto, e avendo conosciuto “il mistero del seppellimento, della morte e della Resurrezione, conosce anche la ragione segreta di tutte le cose” (Massimo il Confessore), le colloca nella prospettiva sofianica per cui esse riacquistano la bontà e la finalità per cui erano state create. Allo stesso modo, nella foresta di Makovec l’orso e le fiere da presenze diaboliche si erano trasformate, per le preghiere di Sergio, in amici silenziosi con cui il giovane eremita divideva il pane. E questo è anche il senso profondo dell’ascesi cristiana, che va oltre l’ascetismo antico “e inizia all’arte della resurrezione (Gv 5,14)”. I miracoli narrati dall’agiografo sono più che mai i segni che accompagnano l’avvento degli ultimi tempi, in cui l’evangelo è annunciato ad ogni creatura (Mc 16,15-18). Attorno a Sergio i morti ritornavano alla vita, “gli spiriti immondi erano scacciati … i malati erano guariti e i ciechi vedevano”. Emblematico, in questo senso, è l’episodio in cui la preghiera di Sergio risuscita un fanciullo (lo vediamo raffigurato in tutte le icone del santo con scene della vita). “Nessuno può risorgere fino alla resurrezione dei morti”, ripete san Sergio al padre a cui ha restituito il figlio, imponendogli il silenzio. E questi, che “non poteva tacere e non osava parlare”, “rimase stupito, levando una lode a Dio che ha fatto cose meravigliose e gloriose, che i nostri occhi – come sta scritto – hanno veduto”. Sergio è qui veramente “l’uomo di Dio” nel quale il Regno si è avvicinato, sul quale finalmente e compiutamente Dio regna, rivelandosi agli uomini. (Adalberto Mainardi, San Sergio di Radonež, servitore e custode del mistero trinitario).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 08 Ottobre 2020ultima modifica: 2020-10-08T22:04:21+02:00da fraternidade
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