Giorno per giorno – 19 Settembre 2020

Carissimi,
“Il significato della parabola è questo: Il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dai loro cuori, perché non credano e così siano salvati” (Lc 8, 11-12). La parabola che si è ascoltata oggi era quella del contadino che esce a seminare e getta la sua semente dove gli capita, lungo la strada, tra le pietre, in mezzo ai roveti, e poi, bontà sua, anche nella terra buona. E chi l’ascolta, un po’ per qualche traccia di memoria, o un po’ di raziocinio, indovina già in anticipo che la semente è la parola di Dio e i diversi terreni sono coloro che l’ascoltano. Poi arriva però, la spiegazione di Gesù che ci dà ragione solo a metà. Nel senso che i semi sono sì la parola di Dio, ma poi, all’improviso, siamo anche noi. E i terreni diventano le diverse situazioni in cui noi ci veniamo a trovare. Che, a dire il vero, non sono date una volta per tutte, ma proprio come accade nella vita, possono essere in continua evoluzione/involuzione. Così succede che la parola di Dio che io sono, parola di accoglienza, dono, servizio, perdono, un giorno non produce nulla di buono, perché mi lascio trascinare dalla logica del mondo, che è quella del così fan tutti, che è tutto il contrario di quel che dovrebbe essere; l’altro giorno sono un incanto, al punto che esagerando un po’, la gente mi scambia per Gesù; poi, daccapo, le preoccupazioni, i rimorsi, la superficialità, le tentazioni, mi riportano al punto di partenza, abbandonandomi allo sconforto, alla sfiducia, alla disperazione di poterne venire fuori. La parabola vuol avvertirci che questa è e sarà a lungo l’esperienza di tutti e di ciascuno e che, perciò non è il caso di perdersi di coraggio. Diamo tempo al tempo, con la pazienza e la grazia, si arriverà a produrre tutti i frutti che Lui si aspetta da noi.

Il nostro calendario ecumenico ci porta oggi le memorie di Yolanda Céron, religiosa martire della giustizia e della solidarietà in Colombia, e di Al-‘Arabī ad-Darqāwī, mistico musulmano.

Yolanda Cerón era una religiosa della Congregazione della Compagnia di Maria. Era nata a Berruecos Nariño, e portava avanti da anni un’azione sistematica di denuncia della grave situazione dei diritti umani a Tumaco e dintorni (Dipartimento di Nariño, nel sudovest colombiano), sollecitando l’intervento di autorità locali, nazionali e internazionali perché si ponesse fine ad essa. Da otto anni era al servizio delle comunità indigene e afrocolombiane. A mezzogiorno del 19 settembre 2001, suor Yolanda fu uccisa con otto spari sulla porta della chiesa di Nostra Signora della Mercede. Il vescovo della città dichiarò: “Vediamo chiaramente che questo assassinio è una risposta alle azioni che la Diocesi ha intrapreso per la difesa dei diritti umani e le denunce per gli atti di violenza e di corruzione che quotidianamente si succedono in questa nostra terra”.

Lo sheikh Al-‘Arabī ad-Darqāwī nacque verso la metà del 18° secolo in un villaggio nei pressi di Fez, in Marocco. Poco più che ventenne incontrò colui che sarebbe divenuto il suo maestro spirituale, al-‘Imrâni al-Hassanî, noto come Sidi Ali al-Jamal, che, sconosciuto ai più, era tuttavia uno dei grandi punti di riferimento della confraternita shadhili nel Maghreb. Alla morte del maestro, Darqāwī gli succedette alla guida dell’ordine, che sarebbe arrivato a contare fino a quarantamila membri, sparsi in tutta l’Africa settentrionale. Per venticinque anni ad-Darqāwī e la sua famiglia vissero alla giornata, senza mai accantonare nessuna provvista per il giorno successivo, ma affidandosi senza riserve alla provvidenza di Dio, non diversamente dagli uccelli del cielo del detto evangelico. La sua fama e popolarità raggiunsero tali dimensioni che i governanti, impauriti, arrivarono ad imprigionarlo. Egli stesso racconta che un giorno, ad un discepolo che si lamentava con lui della persecuzione di cui era fatto oggetto, disse: Se desideri eliminare colui che ti opprime, uccidi il tuo io, perché, uccidendolo, eliminerai tutti i tuoi oppressori. Darqāwī morì nel 1823 nel villaggio di Bu Barih, sulle montagne a nord di Fez. La sua tomba è ancor oggi visitata da moltissimi pellegrini ed ogni anno vi si tiene una grande festa di ringraziamento.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
1ª Lettera ai Corinzi, cap.15, 35-37. 42-49; Salmo 56; Vangelo di Luca, cap.8, 4-15.

La preghiera del Sabato è in comunione con le comunità ebraiche della diaspora e di Eretz Israel.

Da ieri sera al tramonto, per i nostri fratelli ebrei, è il 1° di Tishri dell’anno 5781, e perciò Rosh haShanah, Capodanno. È una festa che dura due giorni e ricorda la creazione di Adamo ed Eva, e, in essi, di ciascuno(a) di noi: occasione per chiederci che cosa abbiamo fatto finora della nostra vita e, più specificamente, dell’anno che abbiamo alle spalle. Il precetto centrale che riguarda questa festa è il suono dello shofar, il corno d’ariete, che chiama i fedeli a pentirsi e a imboccare la strada del ritorno, la teshuvah. Rosh haShanah è anche il primo dei cosiddetti “iamim noraim”, i dieci “giorni terribili”, una specie di full immersion nella preghiera e nella penitenza, che culmineranno nello Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, la maggior festa del calendario ebraico. In cui Dio, augurabilmente, pronuncerà la sua parola di perdono e di vita.

Stamattina, nella cappella del Monastero, alla presenza di solo pochissimi, per via delle perduranti misure restrittive a causa del Covid-19, abbiamo celebrato il battesimo della piccola Camila, figlia di Dayane e Carlos. Somministrato da p. Geraldo, ha avuto come padrini Adriano e Adriana. Affidiamo tutti alla vostra preghiera amica, perché sappiano, nel corso degli anni, testimoniare alla loro figlia e figlioccia la gioia di vivere alla sequela di Gesù, sulla strada del Vangelo.

Oggi Paulo Freire, il grande pedagogista brasiliano, punto di riferimento internazionale (ma non nel Brasile di Bolsonaro) per la sua teoria dell’educazione, compirebbe 99 anni. Scegliamo così di congedarci cedendo a lui la parola, con un brano tratto dal suo libro “Pedagogia degli oppressi” (EGA). Che è così, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Una caratteristica fondamentale del sistema di oppressione è l’invasione culturale: è la penetrazione degli invasori nel contesto culturale degli invasi imponendo la loro visione del mondo frenando la creatività. Gli invasori modellano; gli invasi seguono la loro scelta. L’invasione è un modo di dominare economicamente e culturalmente l’invaso. Una condizione fondamentale per il successo dell’invasione culturale è la convinzione, da parte degli invasi, della loro inferiorità intrinseca. Ecco allora che i valori degli oppressori vengono ad essere il programma degli invasi. È necessario allora che l’io dell’oppresso rompa questa specie di aderenza al tu oppressore, e questo avviene quando si allontana. Serve allora una rivoluzione culturale come massimo sforzo possibile di coscientizzazione che il potere rivoluzionario deve svolgere, per arrivare a tutti, qualunque sia il compito da realizzare. In particolare si tratta di svelare gli antichi miti che sopravvivono alla base della struttura oppressiva. (Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 19 Settembre 2020ultima modifica: 2020-09-19T22:24:57+02:00da fraternidade
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