Giorno per giorno – 07 Settembre 2020

Carissimi,
“Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo. Ma Gesù, a conoscenza dei loro pensieri, disse all’uomo che aveva la mano inaridita: Alzati e mettiti nel mezzo!” (Lc 6, 6-8). Di nuovo di sabato e ancora in una sinagoga. E un uomo impossibilitato ad agire come si conviene. Il vangelo di oggi, come succede spesso, ci si presenta come un gioco di specchi. Che dice rispetto al vissuto della nostra fede, alle opzioni della nostra chiesa o comunità, al posto che in essa occupa chi è nel bisogno. L’uomo dalla mano inaridita è denuncia di una comunità (e, più in generale, di una società), essa sì, e ancor più, inaridita, preoccupata della religione (anche solo laica) della legge, del rito, dell’esteriorità, incapace di agire per il bene della persona, come è chiesto dalla fede che professiamo. Ed è sorprendente il fatto che, per la scelta che Gesù intenzionalmente compie di trasgredire la Legge, perché, chi ne è privato, riabbia la sua piena libertà di agire, proprio per questo, i religiosi “pieni di rabbia, discutevano fra di loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù” (v. 11). Il vangelo di Marco, nel passo parallelo, è anche più dettagliato: “I farisei, usciti subito, tennero consiglio con gli erodiani contro di lui per farlo morire” (Mc 3, 6). L’alleanza tra la religione e il potere perché la logica di Gesù non finisca per imporsi è quanto si è visto spesso nella storia delle chiese. Ed è ciò che sperimentiamo ancora oggi, qui da noi, nella [in]azione (se non nella collusione con le pratiche di un potere oppressore) di molti che si dicono cristiani, rispetto ai temi dell’emarginazione, discriminazione, criminalizzazione, fino all’eliminazione fisica, che interessano ampi strati della popolazione, soprattutto negri, indigeni e abitanti delle periferie. Nei cui confronti l’atteggiamento del cristiano non può che essere lo stesso di Gesù: Alzati, che è come dire, risorgi, e mettiti al centro. Dell’attenzione e dell’azione della chiesa e della società.

Oggi il nostro calendario ci porta le memorie di Beyers Naudé, profeta della lotta anti-apartheid in Sudafrica e dell’Igumeno Nikon, asceta ortodosso. Noi ricordiamo anche la Conferenza di Medellín, esperienza di una nuova Pentecoste in America Latina.

Primo di otto figli, Christiaan Frederick Beyers Naudé, era nato 1l 10 maggio 1915 da Jozua François Naudé e Adriana Johanna van Huysteen, a Roodeport, nel Transvaal (ora Gauteng), in Sudafrica. Il padre era stato tra i fondatori del Broederbond (in Afrikaans, “Lega dei fratelli”), una potente società segreta Afrikaner a sostegno della segregazione razziale, e il giovane Beyers seguì a lungo le impronte paterne, entrando egli stesso a far parte della Broederbond, dopo essere stato ordinato pastore della Chiesa Riformata Olandese, nel 1939, servendo poi per venti anni numerose congregazioni, in differenti località del paese, predicando ovunque la giustificazione religiosa dell’apartheid. Nel frattempo, il 3 agosto 1940, Naudé aveva sposato Ilse Weder, figlia di un missionario della Chiesa morava. Insieme avrebbero avuto tre figli e una figlia. Il massacro di Sharpeville, avvenuto il 21 marzo 1960, che costò la vita a 69 manifestanti neri, che protestavano contro l’inasprimento delle restrizioni alla libertà di movimento, introdotte dalla legge, segnò una svolta decisiva nella vita di Naudé, che cominciò da allora a battersi risolutamente contro le teorie razziste e segregazioniste della sua chiesa. Nel 1963 Naudé fondò il Christian Institute of Southern Africa, un’organizzazione ecumenica avente come scopo quello di favorire la riconciliazione attraverso il dialogo interraziale, la ricerca e le pubblicazioni. Questo gli costò la perdita dello stato di pastore e Naudé, secondo l’espressione dell’arcivescovo Tutu “divenne da allora come un lebbroso nella comunità Afrikaner”. Dal 1977 al 1984, Naudé fu messo agli arresti domiciliari, che prevedevano rigide limitazioni di movimento e alla possibilità d’incontrare altre persone. Nonostante la costante sorveglianza della polizia di stato, egli riuscì comunque ad aiutare segretamente il movimento anti-apartheid, dentro e fuori il Sudafrica. Nel 1980, fu accolto come pastore nella Chiesa Riformata Olandese in Africa, una denominazione di neri sudafricani e, nel 1985, scaduti gli arresti domiciliari, succedette all’Arcivescovo Desmond Tutu, come segretario generale del Consiglio Sudafricano delle Chiese. Scaduto il suo mandato, Naudé continuò a dedicarsi instancabilmente alla causa della “sua” gente, partecipando, tra l’altro, come unico membro afrikaner alla delegazione dell’African National Congress nelle negoziazioni che sfociarono nella nascita del nuovo Sudafrica. Alla sua morte, avvenuta il 7 Settembre 2004, Naudé fu definito da Georges Lemopoulos, allora segretario del Consiglio Mondiale delle Chiese, “uno dei veri profeti cristiani del nostro tempo”.

Nikolaj Nikolajevic Vorob’jev era nato nel 1894 da famiglia contadina del distretto di Bjezeck nel governatorato di Tvjer’ (Russia). Dopo gli studi al liceo scientifico, deciso di dedicarsi alla psichiatria, s’iscrisse all’Istituto Neuropatologico di Pietroburgo, dove tuttavia ben presto, maturò la convinzione dell’impossibilità per la scienza di conoscere l’uomo e sentì nel suo intimo la voce di Dio. Abbandonati, perciò, gli studi, si dedicò a vita ascetica e solitaria consacrandosi allo studio della Scrittura e dei Padri. Nel 1917 s’iscrisse all’Accademia teologica di Mosca, ma quando questa venne chiusa nel 1919, egli ritornò alla vita ascetica che condusse solitario per dieci anni nella cittadina di Suhivici. Fu tonsurato monaco a Minsk nel 1931 e l’anno successivo fu ordinato ieromonaco. Nel 1933 fu arrestato e mandato per quattro anni nei campi di concentramento della Siberia. Dopo la liberazione visse a Vysnij Volock facendo l’inserviente di un medico. Quando alla fine della guerra Stalin concesse una certa libertà di culto, lo ieromonaco Nikon fu nominato parroco a Kozel’sk, donde dovette allontanarsi per l’invidia dei suoi confratelli e nel 1948, dopo aver esercitato l’attività pastorale a Bjelov, Iefremov ed a Smoljensk, fu mandato, praticamente in esilio, in una parrocchia abbandonata a Gzatsk. Il successo che ottenne con la predicazione tra i fedeli fu tale che per un certo tempo gli fu vietato dalle autorità di polizia di ricevere visite. Come egli stesso riconosce, qui egli raggiunse l’umiltà fondamentale, cioè il fermo convincimento del cuore che noi non siamo nulla, ma solo creature di Dio, e che “in noi non c’è alcunché di nostro, ma soltanto la misericordia di Dio”. Da questo convincimento deriva il leitmotiv delle sue lettere: l’uomo deve sopportare tutte le angosce e malattie, perché il Cristo stesso c’insegnò che chi voleva seguirlo, prendesse la propria croce. Con questa intima persuasione è strettamente connesso il suo consiglio di rivivere continuamente in noi stessi l’esperienza del pubblicano e del buon ladrone, il quale riconobbe sulla croce d’aver meritato la sua pena. Fu conosciuto come illuminato maestro spirituale. Morì il 7 settemnbre 1963, durante le persecuzioni antireligiose di Kruscev.

Il 7 settembre 1968, si concludeva a Medellín (Colombia) la II Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano. Inaugurata il 24 agosto, alla presenza di Paolo VI, aveva visto riuniti 86 vescovi, 45 arcivescovi, 6 cardinali, 70 tra preti e religiosi, 6 religiose, 19 laici, e 9 osservatori non cattolici, in uma sorta di piccolo Concilio continentale. La proposta della Conferenza è ben espressa dal titolo dato all’insieme dei documenti da essa prodotti: “La Chiesa nell’attuale trasformazione dell’America Latina alla luce del Concilio Vaticano II”. Fu allora che le Chiese lì rappresentate, superando una visione intimista e individualista della fede e della pratica religiosa, fecero propria – benché l’espressione in quanto tale non apparisse ancora in nessuno dei suoi documenti – , l’opzione per i poveri, denunciando l’oppressione di cui essi sono vittima da parte delle strutture di peccato della società. Convalidarono altresì l’esperienza delle Comunità di base che, cominciata in Brasile, si stava diffondendo con forza in tutta l’America Latina. Un altro elemento caratteristico dei lavori di questa assise fu l’adozione del metodo di “vedere, giudicare, agire”, mutuato dalla JOC (Jeunesse Ouvrière Chrétienne) del card. Joseph Cardijn e già additato come assai valido da Giovanni XXIII nell’enciclica Mater et Magistra. Esso chiede, in primo luogo, di leggere la realtà concreta di povertà, oppressione, ingiustizia, esclusione, che ci circonda, per poi giudicarla alla luce della Parola di Dio e scoprire le linee d’azione che ci portino a trasformarla. Le decisioni della Conferenza di Medellín – come del resto quelle del Concilio Vaticano II – furono in molti casi disattese, se non apertamente osteggiate dai settori più conservatori e fondamentalisti della Chiesa, e rappresentano, pur con le indispensabili correzioni imposte dalla mutata realtà, una sfida aperta per la coscienza dei credenti.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
1ª Lettera ai Corinzi, cap.5, 1-8; Salmo 5; Vangelo di Luca, cap. 6, 6-11.

La preghiera di questo lunedì è in comunione con le religioni del subcontinente indiano: Vishnuismo, Shivaismo, Shaktismo.

Oggi il Brasile celebra il suo “Giorno dell’Indipendenza” che ricorda l’atto con cui Dom Pedro de Alcântara Francisco António João Carlos Xavier de Paula Miguel Rafael Joaquim José Gonzaga Pascoal Cipriano Serafim de Bragança e Bourbon, che, malgrado le apparenze, era una sola persona ed era Principe reggente del Regno Unito di Portogallo, Brasile e Algarves, dichiarò l’indipendenza del nostro Paese dalla madrepatria, il 7 settembre 1822, regalandoci questo giorno di festa. In tale occasione le Pastorali sociali della Chiesa cattolica organizzano dal 1995 in tutto il Paese le manifestazioni del “Grito dos Excluídos” (Il Grido degli Esclusi), per richiamare l’attenzione di credenti e non credenti su temi cruciali della congiuntura del Paese. Giunto alla sua 26ª edizione, il Grido è sceso (spesso solo virtualmente) in piazza, con lo slogan “Basta con la miseria, il pregiudizio e la repressione. Vogliamo lavoro, terra, casa e partecipazione”.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi il brano di una lettera dell’Igumeno Nikon ad una figlia spirituale. La troviamo nel sito di “Tradizione cristiana. Vita e ascesi in Cristo” ed è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Carissima M. B., quanto l’uomo realmente e non con la fantasia, è vicino a Dio, tanto più egli si sente indegno peccatore, maggiormente peccatore che i suoi simili. Così si sentivano i Santi Padri. Gli esempi non mancano e lei stessa li ricorda. Il pubblicano si riteneva peccatore per un’altra ragione. Ma, avendo coscienza del suo stato di peccatore, non si giustificava e chiedeva solo pietà e perdono al Signore e l’ottenne. Tutti gli uomini hanno un debito non pagato con il Signore. Nessuna lotta spirituale può pagarlo. Il Signore stesso dice che se anche mettete in pratica tutti i comandamenti, dovete considerarvi servi inutili, obbligati a fare tutto ciò che impone loro il padrone. Il che significa che noi tutti, che continuamente trasgrediamo i comandamenti, dobbiamo essere nel nostro intimo come il pubblicano. Non è il caso di cercare in noi stessi alcuna dignità, qualsiasi lotta spirituale abbiamo affrontato. Rimaniamo sempre servi inutili e solo la misericordia divina perdona a coloro che si pentono e li “include” nel Regno di Dio. Ecco la ragione per cui la ricerca di condizioni spirituali elevate è proibita dai Santi Padri e dal Signore. Tutta la nostra attività interiore deve concentrarsi nella penitenza ed in tutto ciò che ad essa contribuisce. Quello che spetta a Dio verrà da sé, quando il luogo sarà pulito e se lo vorrà lui. Se nell’asceta non c’è un sincero sentimento del suo stato di peccatore e manca la penitenza, un simile asceta inganna se stesso. Particolarmente colui che si dedica alla preghiera, deve avere nel cuore la preghiera del pubblicano e provare il suo sentimento di penitenza, poiché, altrimenti egli sarà ingannato dai demoni, diventerà presuntuoso, vanitoso e s’ingannerà. Ecco la mia risposta al suo desiderio di sapere che cosa significhi avere lo stato d’animo del pubblicano. Con la parabola del pubblicano e del fariseo il Signore volle dimostrarci come e con quale stato d’animo dobbiamo pregare, e quale è la condizione di spirito che dobbiamo evitare (quella del fariseo). Dopo la venuta del Salvatore e le sue sofferenze, la preghiera del pubblicano è stata sostituita dai Padri con la preghiera di Gesù. Il significato è lo stesso. (Igumeno Nikon, Lettere ai figli spirituali).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 07 Settembre 2020ultima modifica: 2020-09-07T22:34:16+02:00da fraternidade
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