Giorno per giorno – 26 Febbraio 2020

Carissimi,
“Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6, 5-6). Ed eccoci di nuovo all’inizio della nostra Quaresima. Fernando, stamattina, nell’introdurci alla liturgia di questo Mercoledí delle ceneri, a dare il senso gioioso di questo tempo, citava una frase della Regola Benedettina, là dove dice: “Ciascuno si privi di un po’ di cibo, di vino o di sonno, mortifichi la propria inclinazione alle chiacchiere e allo scherzo e attenda la santa Pasqua con l’animo fremente di gioioso desiderio” (RB 49, 7). Il vangelo di oggi ci proponeva, come ogni anno in questa occasione, le tre pratiche, o, forse, meglio, i tre atteggiamenti, che, sottratti all’esteriorità religiosa, ci dovrebbero caratterizzare, non solo in questo periodo, per riportare la nostra vita sotto il segno dell’autenticità: digiuno, preghiera, carità. Atteggiamenti che dobbiamo imparare a leggere nella loro intima connessione. Digiuno è anche digiuno dalle cose, ma è soprattutto digiuno dal nostro maggiore e più pericoloso appetito, quello del nostro io che tutto tende a riferire a sé. Creare il vuoto in noi, per lasciare spazio alla preghiera, che è l’incontro con la parola di Dio divenuta storia nella storia di Gesù, e che continua a interpellarci nella parola, lamento e grido, degli uomini suoi fratelli, perché noi si possa rispondere loro con la stessa pratica di Gesù, che è di attenzione, cura, guarigione, liberazione, riscatto e, dove è necessario, richiesta e dono di perdono e riconciliazione. Che è ciò che ci introduce alla giustizia del Regno. Quaresima, dunque. Quaranta giorni di allenamento, euforico e intensificato, per avvicinarci al traguardo, dove Lui ci attende. Pazientemente.

I testi che la liturgia di questo Mercoledì delle Ceneri propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Profezia di Gioele, cap. 2,12-18; Salmo 51; 2ª Lettera ai Corinzi, cap. 5,20 – 6,2; Vangelo di Matteo, cap. 6,1-6.16-18.

La preghiera del mercoledì è in comunione con quanti ricercano l’Assoluto della loro vita nella testimonianza per la pace, la fraternità e la giustizia.

Oggi è memoria di due vescovi e un prete: Antonio de Valdivieso, pastore e martire dell’Evangelo del Regno, in Nicaragua; José Alberto Llaguno, “Pepe”, vescovo inculturato degli indigeni Tarahumara, in Messico; e Giulio Girardi, filosofo e teologo della solidarietà internazionale.

Nato a Villa Hermosa in Spagna, da Antonio de Valdivieso e Catalina Álvarez Calvente, attratto dalla vita religiosa, il giovane Antonio era entrato nel convento domenicano di San Paolo a Burgos, dove aveva studiato, emesso i voti religiosi ed era stato ordinato sacerdote. Inviato in America, passò qualche anno come missionario a Santo Domingo, poi fu inviato in Messico e assegnato alla provincia del Nicaragua, dove si distinse per l’azione in favore della libertà e dignità delle popolazioni indigene. Nominato vescovo di Leon, il 29 febbraio 1544, ricevette la consacrazione dalle mani del profetico Bartolomé de Las Casas, il successivo 8 novembre. Non sarebbe durato molto. Le esortazioni, le pubbliche denunce e le lettere inviate al re Carlo V per invitarlo a por fine agli arbitri e ai maltrattamenti crudeli degli indigeni da parte dei conquistadores, gli attirarono ogni giorno di più l’odio dei connazionali. I più accaniti nemici del vescovo erano i fratelli Hernando e Pedro de Contreras, figli di Rodrigo de Contreras, già governatore del Nicaragua, il cui allontanamento dall’incarico essi addebitavano alle severe denunce di Valdivieso. Raggiunti da un provvedimento di scomunica, i due fratelli, dando ascolto ai suggerimenti di un mestatore, tal Juan Bermejo, ai consigli della loro stessa madre, dona Maria de Peñalosa, nonché di un frate apostata dell’Ordine, Pedro de Castañeda, si recarono, accompagnati da alcuni soldati, alla residenza del vescovo. Trovatolo a colloquio con un frate domenicano e un altro sacerdote, lo accerchiarono e, gettandoglisi addosso, lo pugnalarono a morte. Sopraggiunse la madre, richiamata dal clamore e prese il figlio morente tra le braccia. Antonio ebbe il tempo di recitare il Credo, poi additando il Crocifisso, disse: Affido la mia Chiesa a questo Signore: so che la governerà bene. Aggiunse qualche parola di perdono per i suoi assassini e spirò. Era il 26 febbraio 1550. Gli aggressori saccheggiarono la casa, poi uscirono in piazza gridando: “Libertà” e “Viva il principe Contreras”, dando inizio ad un golpe che durò venti giorni e che finì con la morte dei sediziosi.

José Alberto Llaguno era nato a Monterrey (Nuevo Léon, Messico) il 7 agosto 1925. A 18 anni entrò nella Compagnia di Gesù. Durante la sua formazione trascorse due anni nella regione abitata dagli indigeni rarámuris (o tarahumaras), di cui in seguito sarebbe divenuto vescovo. Ordinato prete nel 1956 e conclusi i suoi studi a Roma, tornò a La Tarahumara, da cui non si sarebbe più allontanato. Lì, gli furono affidate diverse mansioni e ministeri, fino alla sua ordinazione episcopale nel 1975. “Pepe”, come lo chiamavano, entrò nell’anima e nell’universo degli indigeni e la sua preoccupazione maggiore fu da subito quella che esprimerà anche nella sua ultima lettera prima di morire: “Dobbiamo vivere più pienamente, con maggior generosità e dedizione la nostra opzione per i poveri, per le loro culture, per una Chiesa autoctona, in cui l’indigeno, l’emarginato sia davvero suo membro attivo”. Un’opzione che egli cercò di concretizzare incontrando sistematicamente tutte le comunità. Come presidente della Commissione Episcopale per gli Indigeni e come membro del Comitato di Difesa dei Diritti Umani, denunciò torture e omicidi di indigeni e contadini da parte della polizia. Sempre appoggiò un’evangelizzazione inculturata, a partire dalla realtà di La Tarahumara: “un altro mondo” geografico, culturale e ecclesiale, ma pur sempre nella prospettiva della Chiesa messicana e latinoamericana. La sua impronta pastorale e il suo pensiero trovarono ulteriore espressione a Puebla, durante la III Assemblea del CELAM, come responsabile della redazione finale del capitolo sulla “opzione preferenziale per i poveri”. Ammalatosi di cancro, quando seppe dello stato terminale della sua malattia, chiese di essere ricoverato e di morire nel piccolo ospedale di La Tarahumara, dove venivano ricoverati gli indigeni. Morì il 26 febbraio 1992. I suoi funerali, all’aperto, nella splendida cornice delle cime innevate, furono accompagnati dalle danze e dai cori del rituale indigeno.

Giulio Girardi era nato a Il Cairo, da padre italiano e da madre siro-libanese, il 23 febbraio 1926. La sua prima infanzia si svolse tra Parigi, poi, in seguito alla separazione dei genitori, visse con la madre e la sorella, dapprima, a Beirut, poi ad Alessandria d’Egitto, dove frequentò la scuola dai salesiani. Qui maturò la sua vocazione religiosa, che lo portò ad entrare, nel 1939, nell’aspirantato salesiano a Mirabello Monferrato, per proseguire poi tutto il corso degli studi filosofici e teologici, fino all’ordinazione sacerdotale nel 1955, quando era ormai già professore alla Facoltà di Filosofia del Pontificio Ateneo Salesiano, prima a Torino e, dal 1958, a Roma. Dal 1962 gli fu chiesto di coordinare la compilazione dell’enciclopedia internazionale “L’ateismo contemporaneo”; nel frattempo, chiamato come perito al Concilio Vaticano II, collaborò all’ideazione e alla stesura dello Schema XIII, confluito poi nella Costituzione apostolica pastorale Gaudium et Spes, uno dei documenti più significativi dello stesso Concilio. Nel 1966 pubblicò quello che doveva diventare il suo lavoro più noto: “Marxismo e Cristianesimo”. Nel clima di radicalizzazione delle posizioni e di progressiva restaurazione che conobbe il dopo-Concilio, dopo l’estromissione dalla sua congregazione e la sospensione a divinis (1977), Girardi seppe nondimeno, nella fedeltà al Vangelo, mantenersi in costante dialogo con le realtà di base della Chiesa, e in ascolto attento dei molti, che, in situazioni diversissime, vivevano e vivono l’esperienza dell’oppressione, dello sfruttamento e dell’emarginazione, dalla prospettiva e con gli strumenti che gli erano più congegnali. Qui a Goiás, era passato nel 2000, nell’ambito degli incontri del movimento di spiritualità macroecumenica “Assemblea del Popolo di Dio”. Ebbe a scrivere: “Oggi c’è una dominante ‘cultura del realismo’ che il più delle volte sfocia in quella del fatalismo e della rassegnazione. Tra certezze assolute e disperazione c’è una terza strada: quella della scommessa, del rischio, dell’aprirsi un varco, del puntare su ipotesi che si ritengono giuste”. È un po’ il suo lascito spirituale. Colpito da un ictus cerebrale nel 2006, morì a Rocca di Papa, il 26 febbraio 2012, memoria del martirio del vescovo Antonio Valdivieso. Del Centro ecumenico a lui intestato, Girardi, appassionato del Nicaragua uscito dalla rivoluzione sandinista, aveva fatto a lungo la sua seconda casa.

Alludendo alle ceneri ricevute oggi, papa Francesco diceva stamattina: “Siamo polvere nell’universo. Ma siamo la polvere amata da Dio. Il Signore ha amato raccogliere la nostra polvere tra le mani e soffiarvi il suo alito di vita (cf Gen 2,7). Così siamo polvere preziosa, destinata a vivere per sempre. Siamo la terra su cui Dio ha riversato il suo cielo, la polvere che contiene i suoi sogni. Siamo la speranza di Dio, il suo tesoro, la sua gloria”. Che noi se ne abbia, allora, sempre più, piena coscienza. Ed è tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura il brano di un articolo di Pierangelo Sequeri, segnalatoci dall’amico Ambrogio de Verderio. Pubblicato sul quotidiano Avvenire, sotto il titolo “Quaresima non quarantena. Saper condividere anche nell’emergenza”, è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
La vita, in tutte le sue dimensioni, come ci ricorda il Messaggio del Santo Padre Francesco per la Quaresima 2020, è un Mistero d’amore il cui principio e la cui destinazione non sono alla nostra portata. La sua custodia è affidata alla nostra responsabilità, ma la sua risoluzione va accolta nella fede. Il passaggio della morte e della risurrezione di Gesù è il passaggio di Dio attraverso il buco nero della nostra indifferenza e della nostra impotenza a risarcire l’amore della vita delle sue promesse mancate. Dio non si comporta come un padrone della vita e della morte, ma come il presidio delle promesse irrevocabili dell’amore, che egli stesso ha sigillato nella nostra origine e nella nostra destinazione. “Chi crede in questo annuncio respinge la menzogna secondo cui la nostra vita sarebbe originata da noi stessi, mentre in realtà essa nasce dall’amore di Dio Padre […]. Se invece si presta ascolto alla voce suadente del ‘padre della menzogna’ (Gv 8, 45) si rischia di sprofondare nel baratro del nonsenso, sperimentando l’inferno già qui sulla terra”. La cifra dell’appello odierno è racchiusa nella bellissima parola di Paolo: “Vi supplichiamo, in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2 Cor 5, 20). La congiuntura presente, in cui la potenza della razionalità strumentale e l’alienazione della psiche collettiva crescono impetuosamente insieme, ci lascia forse indifferenti alla potenza di questo appello. Non dovremmo. La perdita dei legami comunitari apre un abisso di non senso per la vita individuale. L’uso fuorviante dei mezzi di comunicazione scaccia le parole di verità e decreta il trionfo della chiacchiera. L’idolatria della sete sfrenata del guadagno provvede al continuo rifornimento di idoli ai quali consegnare sacrifici umani. La politica cede il passo ai litigi di ringhiera e alle demagogie del capro espiatorio, dell’untore occulto, della vittima designata. Dall’appello di Paolo non sono certo esonerati i credenti. Essi per primi, invece, vi si devono esporre (e Dio sa se oggi non ne abbiamo bisogno). Lasciamoci riconciliare con Dio o saremo tutti in ostaggio di piccoli padreterni di complemento, che ci convinceranno che vale la pena di vivere soltanto se siamo perfetti e invulnerabili. La Quaresima è il tempo che il Signore ci concede anche quest’anno come un tempo propizio per la nostra riconciliazione con il passaggio di Dio fra la morte e la vita, in cui il nostro passaggio tra la vita e la morte è sottratto alla irresponsabilità del suo spreco. (Pierangelo Sequeri, Quaresima non quarantena. Saper condividere anche nell’emergenza).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 26 Febbraio 2020ultima modifica: 2020-02-26T22:50:05+01:00da fraternidade
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