Giorno per giorno – 23 Dicembre 2019

Carissimi,
“Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. All’ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: No, si chiamerà Giovanni” (Lc 1, 57.59-60). Che si chiami Giovanni (“Dio è benigno”), quale che sia il nome che risulti all’anagrafe, è tutto ciò che i genitori possono desiderare per ogni loro figlio o figlia. Stasera, ultimo giorno della novena di Natale, che abbiamo tenuto a casa di Nara e Lazinho, i bimbi dell’ultima generazione della comunità erano in buona parte lì, ad animare a modo loro l’ambiente – Giovana, Anna Luisa, João Gabriel, Camila, Isaac, Pedro Lucas – e non sappiamo cosa posssano sognare per loro i genitori, che erano i bambini della comunità di ieri. Probabilmente niente di speciale, sempre che abbiano già avuto tempo di pensarci, o forse sì, una professione comunque da guadagnarsi il pane, che, coi tempi che corrono e quelli che si prevedono, sarebbe già qualcosa. E poi, un matrimonio giusto con la persona giusta, senza pentimenti, se Dio lo concede. Per tutti, però, oltre queste e poche altre cose, il desiderio tacito, cui ha dato voce Rafael, per una volta con noi, libero per tre giorni da impegni di lavoro, che essi possano essere segno di altro, di ciò che via via si è appreso a vivere in comunità, additando, come Giovanni, come proposta il Cammino che è Gesù. C’è davvero di che pregare.

Il calendario ci porta oggi le memorie di Abraham Joshua Heschel, maestro ebreo, mistico e profeta del nostro tempo; di Gabriel Maire, martire per la giustizia in Brasile; e di Edward Schillebeeckx, “teologo felice” del Concilio.

Abraham Joshua Heschel era nato a Varsavia l’11 gennaio 1907, discendente di una famiglia di rabbini e mistici chassidici, tra cui Dov Ber di Mèzeritch e Levi Yitzchak di Berditchev. Pur fedele alla mistica e alla spiritualità dei padri, scelse di intraprendere la carriera accademica, vincendo le resistenze della sua famiglia. Studiò filosofia a Varsavia e poi a Berlino, dove ottenne il dottorato nel 1933, succedendo nell’insegnamento a Martin Buber nella cattedra che questi aveva occupato a Francoforte. Nel 1938, tuttavia, in quanto ebreo straniero, fu espulso dalla Germania e dovette fare ritorno in patria. Da lì si allontanò proprio alla vigilia dell’invasione nazista, dirigendosi prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove sarebbe rimasto per il resto della vita, insegnando in istituti sia ebrei che cristiani. Una serie di libri pubblicati negli anni 50 lo fecero conoscere come una delle voci più significative del suo tempo. Per l’influenza che esercitò anche in campo cristiano, fu chiamato un “nuovo apostolo delle genti”. Fu profeta instancabile del dialogo e della cooperazione tra le religioni. Incontrò Giovanni XXIII e Paolo VI e fu invitato come osservatore al Concilio Vaticano II. Si deve alla sua influenza la storica dichiarazione del concilio sui rapporti della chiesa con l’ebraismo. Fraterno amico di Martin Luther King, con spirito profetico fece sua la battaglia contro ogni forma di razzismo e discriminazione, denunciò la guerra del Vietnam, non evitando prese di posizione su temi squisitamente politici, perché, diceva “moralmente parlando, non c’è limite all’interesse che si deve avere per la sofferenza dell’essere umano, dato che l’indifferenza di fronte al male è peggiore del male stesso, perché in una società libera, alcuni sono colpevoli, ma tutti sono responsabili”. E, “predicare su Dio, ma tacere sul Vietnam è semplicemente una bestemmia”. (Noi dovremmo ricordarcene più spesso, tutti). La religione di Heschel non rappresenta pertanto una fuga in un altro mondo, ma esprime un profondo senso di responsabilità nei confronti di questo mondo, dei suoi problemi e necessità. Poco prima di morire, rivolgendosi ai giovani in un’intervista, dichiarò: “Ricordate che c’è un significato oltre ogni apparente assurdità. Sappiate che ogni atto conta, che ogni parola è potere… Soprattutto, ricordate che siete chiamati a costruire la vostra vita come fosse un’opera d’arte”. Lui ci riuscì. Morì il 23 dicembre 1972.

Gabriel Maire era un prete francese, missionario in Brasile da nove anni, dove aveva assunto l’accompagnamento pastorale delle comunità di base di Campo Grande, a Vitória, nello Stato di Espirito Santo, diventando elemento forte nell’azione di coscientizzazione e organizzazione della popolazione e sostenitore deciso dell’impegno dei cristiani nell’azione politica e sindacale. Ripetutamente minacciato di morte, nonostante le precauzioni prese, il 23 dicembre 1989, di ritorno da una celebrazione tenuta a Castelo Branco, offrì un passaggio in macchina ad uno sconosciuto che gli chiese di essere portato a Porto Santana, dove P. Gabriel era atteso per un’altra celebrazione. In quel tratto di strada, davanti alla stazione Carlos Lindemberg, il prete fu assassinato con un tiro al petto. Aveva 53 anni. Il vescovo di Vitória, dom Silvestre Scandian dichiarò che l’uccisione era l’ultimo atto del martirio di “una vita tutta dedicata al popolo sofferente, massacrato dall’ingiustizia sociale e dall’oppressione”.

Edward Cornelis Florentius Alfonsus Schillebeeckx era nato ad Anversa (Olanda) il 12 novembre 1914, sesto dei quattordici figli di Johanna e Constant Schillebeeckx. Conclusi gli studi dai gesuiti a Cortenberg in Belgio, entrò ventenne nell’ordine domenicano, studiò teologia a Lovanio e nel 1941 fu ordinato sacerdote. Nel 1945 fu mandato a Parigi, per ottenere a Le Saulchoir la licenza in teologia. Decisivo per il futuro della sua riflessione fu l’incontro con padre Marie Dominique Chenu e il confronto ravvicinato con le problematiche culturali e sociali che agitavano l’ambiente parigino. Tornato in patria, a partire dal 1957 iniziò il suo insegnamento all’Università di Nimega, come professore di dogmatica e di storia della teologia. Fu figura di spicco dell’animata stagione del Concilio, contribuendo alla stesura di uno dei suoi documenti più importanti, la Costituzione “Dei Verbum”, dedicata alla rivelazione divina, alla sua trasmissione e interpretazione. Al termine del Concilio fondò con Karl Rahner la rivista internazionale Concilium, come strumento per portare avanti nella chiesa lo spirito del Vaticano II. All’impostazione teologica di Schillebeeckx si ispirò il Nuovo catechismo olandese, che, tradotto in molte lingue, non mancò di suscitare polemiche nei settori più conservatori, ma consentì a molti di riscoprire la bellezza di una fede che agisce responsabilmente nella storia. Tutta l’attività teologica di Schillebeeckx fu orientata alla pastorale della chiesa e alla passione per il dialogo con un mondo che dice di essere “senza Dio”, sapendo che però, come diceva Barth, Dio non vuol essere senza il mondo. Nel 1979, venne chiamato a Roma per chiarire alcune proposizioni che risultavano dubbie all’orecchio della Congregazione per la Dottrina della Fede (che anche in seguito, ogni tanto, non mancherà di importunarlo). Ma seppe dare sempre risposte soddisfacenti. In uno sguardo retrospettivo sulla sua vita, si definì “un teologo felice”. Morì novantacinquenne il 23 dicembre 2009.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Profezia di Malachia, cap.3, 1-4. 23-24; Salmo 25; Vangelo di Luca, cap. 1, 57-66.

La preghiera di questo lunedì è in comunione con i fedeli del Sangha buddhista.

Ieri sera, quando si è entrati nel 25 del mese di Kislev, i nostri fratelli ebrei hanno acceso la prima delle otto candele di Hanukkah, la Festa della Dedicazione del Tempio. Avvenuta nell’anno 165 a.C., in questo stesso giorno, tre anni dopo che Antioco IV Epifane aveva preso a sacrificare ai suoi dèi su un altare del Tempio di Gerusalemme. Come a dire: qui comando io, voi vi dovete adeguare. Ma Giuda Maccabeo e i suoi avevano replicato: no, grazie! E, appunto, in pochi anni, avevano mandato a spasso i potenti vicini. Il Talmud (Shabbat 21b) racconta che, durante la purificazione del Santuario, si trovò un flacone di olio, quanto bastava per mantenere accesa la menorah un giorno solo. Tuttavia, miracolosamente, l’olio bruciò per otto giorni. Il tempo necessario per prepararne di nuovo, puro. Per questo, ancor oggi, gli ebrei espongono per otto giorni la loro Hanukkià.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura un brano di Abraham Joshua Heschel, tratto dal suo libro “L’uomo alla ricerca di Dio” (Qiqajon). Che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
L’idea della preghiera si basa sull’assunzione che per l’uomo sia possibile accostarsi a Dio, per porre ai suoi piedi speranze, dolori e desideri. Ma questa assunzione non è prendere atto di una particolare abilità della quale siamo stati provvisti. Non sentiamo di possedere il dono magico che consente di parlare all’Infinito; non siamo null’altro che testimoni dello stupore della preghiera, dello sguardo meravigliato di chi si rivolge all’Eterno. L’entrare in contatto con Lui non è una nostra conquista. È un dono che piomba dall’alto su di noi come una meteora, piuttosto che sfrecciare verso l’alto come un razzo. Prima che le parole della preghiera giungano alle labbra, la mente deve credere in un Dio che vuole veramente farsi prossimo all’uomo, e al tempo stesso nella nostra capacità di liberare la strada perché Egli possa avvicinarsi. La preghiera non è un soliloquio. La preghiera è come la luce che proviene da una lente nella quale tutti i raggi che emanano dall’anima vengono fatti convergere in un punto focale. Vi sono dei momenti in cui risplendiamo perché ci rendiamo conto di condividere la segreta sollecitudine di Dio per la terra. Siamo in preghiera. Veniamo trasportati verso di Lui che si sta avvicinando a noi. Tentiamo di cogliere la sua volontà e non solo il suo comando.La preghiera è la risposta a Dio: “Eccomi. Questo è il rendiconto della mia vita. Scruta il mio cuore, le mie speranze e i miei rimpianti”. Riprendiamo il cammino nella vergogna o nella gioia. Ma la preghiera non finisce mai, perché la fede ci fa desiderare con audacia che Egli si accosti a noi e ci interpelli come un padre, non solo come un sovrano; non solo attraverso il nostro procedere nelle sue vie, ma anche con il suo irrompere nel nostro errare. Lo scopo della preghiera è essere portati alla sua attenzione, essere ascoltati, compresi da Lui; non si tratta di conoscerlo ma di essere conosciuti. Pregare è cogliere la vita non solo come frutto della sua potenza, ma come oggetto a cui la sua volontà rivolge la propria sollecitudine. Perché l’aspirazione più recondita dell’uomo non è quella di dominare, bensì quella di diventare oggetto della sua conoscenza. Vivere “alla luce del suo sostegno”, diventare un pensiero di Dio, questa è la vera occupazione a cui l’uomo è destinato! (Abraham Joshua Heschel, L’uomo alla ricerca di Dio).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 23 Dicembre 2019ultima modifica: 2019-12-23T22:32:11+01:00da fraternidade
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