Giorno per giorno – 25 Novembre 2019

Carissimi,
“Alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli e disse: In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti. Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere” (Lc 21, 2-4). Il testo originale è anche più categorico: “ha dato tutta la vita che aveva”. È l’ultima delle teologhe, da cui Gesù apprese, o in cui riconobbe, l’immagine del Padre e perció il suo destino di Figlio. A partire da sua madre, la Maria del Magnificat, da cui aveva imparato l’opzione dei poveri, alla suocera di Pietro, che gli insegnò il valore del servizio, alla donna pagana siro-fenicia, da cui seppe che Dio non fa distinzione di persona, né di religione, e infine questa vedova, cui non resta più nulla, nella sua miseria, se non la sola vita, che non esita a donare per intero. E se davanti alla morte, Gesù avesse mai potuto tentennare, certo l’avrebbe aiutato, a vincere il dubbio e la tentazione, il ricordo di questa donna. Che è come dovrebbe essere la chiesa. E noi suoi fedeli. Noi ne conosciamo di vedove che vivono cosí la loro testimonianza di fede, senza per altro minimamente pesarla, quale semplice esigenza dell’amore che si portano dentro. Come è di Dio. In particolare, stamattina ne menzionavamo una, della cui dipartita facciamo memoria giusto oggi, ma anche, per fare qualche nome di qui, le due dona Dominga, dona Terezinha, dona Fia, dona Cecilia, dona Almerita, e altre ancora. Che Dio ci conceda la grazia, finché siamo in tempo, di imparare a testimoniare la logica del suo regno con la loro stessa generosità.

Il martirologio latino-americano ci porta la memoria Marçal de Souza Tupã-y, martire della causa indigena. Noi lo ricordiamo assieme alla figura di un rabbino saggio e misericordioso: Rabban Gamaliel, maestro in Israele.

Marçal de Souza Tupã-Y era nato il 24 dicembre 1920, a Rincão do Júlio, nella regione di Ponta Porã, nel Mato Grosso do Sul (Brasile). Rimasto orfano a otto anni, fu mandato nella Nhanderoga (la “nostra casa”), come si chiamava l’orfanatrofio dei bambini indigeni della Missione Caiuá, nell’area indigena di Dourados. A 12 anni si trasferì con una coppia di missionari presbiteriani a Campo Grande. Lì conobbe un ufficiale dell’esercito che lo portò, diciottenne, con la sua famiglia a Recife, dove lavorò in cambio di vitto, alloggio e studio. Due anni dopo, Marçal era però già di ritorno a Dourados, dove prese a lavorare per la Missione Caiuá come insegnante e interprete di guaranì. Nel 1959, terminato un corso dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità, divenne infermiere, una professione che esercitò sino alla morte. Nel 1963, Marçal fu eletto cacicco della Riserva Indigena di Dourados. Dall’inizio degli anni 70 cominciò a denunciare l’espropriazione delle terre indigene, il taglio illegale di legname, la riduzione in schiavitù degli indigeni e il traffico di bambine indigene. Nel 1976 conobbe e integrò il CIMI, un’organizzazione della chiesa cattolica, impegnata ad aiutare l’organizzazione indigena. Nel 1980, fu scelto a rappresentare la comunità indigena nell’incontro previsto con Giovanni Paolo II, durante la sua prima visita in Brasile. L’11 luglio 1980, quando il papa stava congedandosi dalla popolazione all’aeroporto di Manaus, Tupã-Y fece un discorso in cui denunciò senza mezze parole le aggressioni dei bianchi contro gli indigeni e la perdita dei diritti indigeni lungo i secoli. In quello stesso anno, Marçal lasciò nella riserva di Dourados la sua sposa meticcia, dona Aristídia, con i suoi dieci figli, di cui tre adottivi, e se ne andò a vivere alla maniera guaranì in una piccola regione, a Campestre, nel municipio di Antonio João, nei pressi della frontiera col Paraguay. Lì, il 25 novembre 1983, aprendo la porta a qualcuno che stava chiedendo un medicinale per il padre malato, fu aggredito da due individui, che lo finirono con cinque tiri a bruciapelo. Lasciava la seconda moglie, l’india Celina Vilhava, di 27 anni, gravida di nove mesi. Le prime indagini additarono il mandante dell’assassinio in un fazendeiro che aveva cercato di corrompere Tupã-Y per ottenere l’allontanamento degli indios kaiowá dal villaggio di Pirakuá, a Bela Vista (MS). Inutilmente. La cosa non ebbe seguito e i responsabili dell’assassinio rimasero impuniti.

Nipote di Hillel, Gamaliel, nato intorno al 40 a.C., resse la presidenza del grande Sinedrio di Gerusalemme tra il 22 e il 50 d.C., prima della distruzione del Tempio. Vero discendente di Hillel, era misericordioso e indulgente nell’interpretare e applicare la Legge, dandosi da fare per proteggere le fasce più deboli della popolazione, in particolare le donne, e tutelarne i diritti. Fu il primo a meritare il titolo di Rabban, Nostro Maestro. Diceva: Nessuno può imporre agli altri una legge che la maggioranza non è in grado di rispettare. Aperto e rispettoso con tutti, insegnava che gli ebrei devono trattare gli altri popoli con lo stesso affetto e carità che riservano a quelli della loro stirpe. Anche in relazione al gruppo dei giudei-cristiani, il suo atteggiamento fu molto tollerante e comprensivo. Intervenne in difesa degli apostoli e ne ottenne la liberazione. Fu per alcuni anni maestro di Paolo (At 22,3) e nel Nuovo Testamento è definito “dottore della legge rispettato da tutto il popolo”(At 5,34). Secondo una tradizione, morì nel 62 d.C. La Chiesa Ortodossa ne sostiene una (per molti improbabile) segreta conversione al cristianesimo, e lo venera come santo il 2 agosto, data in cui una tradizione vorrebbe fossero state ritrovate le sue ossa assieme a quelle di un figlio di nome Abibas, di santo Stefano e di Nicodemo.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Profezia di Daniele, cap. 1,1-6.8-21; Salmo (da Dn 3,52-56); Vangelo di Luca, cap.21, 1-4.

La preghiera di questo lunedì è in comunione con i fedeli del Sangha buddhista.

Oggi si celebra anche la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle Donne, voluta a partire dal 1998 dall’ONU per sensibilizzare opinione pubblica e governi circa le molteplici forme di violenza, discriminazione, abusi e molestie, di cui sono vittime le donne nel mondo. Varrà la pena ricordare, a questo proposito, che la violenza familiare in Europa è la prima causa di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni. La data di oggi è stata scelta nel ricordo di tre sorelle, Minerva, Maria Teresa e Patria Mirabal, sequestrate, torturate, violentate e uccise da agenti della polizia segreta del dittatore Trujillo, il 25 novembre 1960, nelle Repubblica Dominicana, mentre si recavano in visita ad alcuni loro congiunti, detenuti politici.

Stasera, nel Centro di Pastorale della Diocesi, abbiamo festeggiato i venti anni di quello che si chiama “Amor-Exigente” (“Amore esigente”), un programma di auto-aiuto per dipendenti chimici e le loro famiglie, basato sulla pratica di 12 Principi basici ed etici, sulla spiritualità e sugli incontri settimanali dei gruppi locali, che attraverso lo scambio di esperienze e il lavoro di volontari, sensibilizza le persone, portandole a percepire la necessità di cambiare il corso delle loro vite e del mondo, a partire da se stesse. Si deve all’attuazione di questo gruppo, proposto da Dom Eugenio, al suo arrivo in Diocesi, e animato instancabilmente, dai suoi primi passi fino ad oggi, dalla nostra amica Norma e dagli altri volontari, l’iniziativa della creazione della Chácara Paraíso, diciassette anni fa, dove tante vite sono state e sono riscattate. La serata ci ha proposto una panoramica del lavoro fin qui svolto, con l’intervento dei coordinatori regionali dell’Amor Exigente Cesario Daniel de Oliveira e Vera Lúcia Badial a illustrarne la filosofia, la testimonianza di dom Eugenio e di Alice Passos, che ne fu, qui in città, la prima coordinatrice, e la presenza di giovani passati attraverso la devastante esperienza della droga e del successivo processo di recupero. Il tutto si è concluso nella migliore tradizione di qui, con una ricca e allegra confraternizzazione.

E oggi è anche il giorno natalizio di papa Giovanni, essendo egli nato il 25 novembre 1881, a Sotto il Monte, provincia di Bergamo. Scegliamo così di congedarci, offrendovi in lettura un brano del suo “Giornale dell’anima”, redatto il 25 novembre 1948, durante un ritiro spirituale tenuto, in occasione del suo compleanno, nel monastero benedettino del Sacro Cuore a En Calcat (Francia). È questo, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Oh, la semplicità del Vangelo, del libro della Imitazione di Cristo, dei Fioretti di san Francesco, delle pagine più squisite di san Gregorio, nei Morali: “La semplicità del giusto è derisa”, con quel che segue! Come sempre più gusto quelle pagine, e torno ad esse con diletto interiore! Tutti i sapienti del secolo, tutti i furbi della terra, anche quelli della diplomazia vaticana, che meschina figura fanno, posti nella luce di semplicità e di grazia che emana da questo grande e fondamentale insegnamento di Gesù e dei suoi santi! Questo è l’accorgimento più sicuro che confonde la sapienza del mondo, e si accorda egualmente bene, anzi meglio, con garbo e con autentica signorilità, a ciò che vi è di più alto nell’ordine della scienza, anche della scienza umana e della vita sociale, in conformità alle esigenze di tempi, di luoghi e di circostanze. “Questo è il vertce della filosofia, essere semplice con prudenza”. Il pensiero è di san Giovanni Crisostomo, il mio grande patrono d’Oriente. Signore Gesù, conservatemi il gusto e la pratica di questa semplicità che, tenendomi umile, mi avvicina di più al vostro spirito ed attira e salva le anime. Il mio temperamento, incline alla condiscendenza ed a cogliere subito il lato buono nelle persone e nelle cose, piuttosto che alla critica ed al giudizio temerario, la differenza notevole di età, carica di più lunga esperienza e di più profonda comprensione del cuore umano, mi pongono non di rado in affliggente contrasto interiore con l’ambiente che mi circonda. Ogni forma di diffidenza o di trattamento scortese verso chicchessia, soprattutto se verso i piccoli, i poveri, gli inferiori; ogni stroncatura ed irriflessione di giudizio, mi dà pena ed intima sofferenza. Taccio, ma il cuore mi sanguina. Questi miei collaboratori sono bravi ecclesiastici: ne apprezzo le qualità eccellenti, voglio loro molto bene, e lo meritano tutto. Ma soffro del disagio interiore del mio spirito, in rapporto col loro. In certe giornate e circostanze sono tentato a reagire con forza. Ma preferisco il silenzio, confidando che questo riesca più eloquente ed efficace per la loro educazione. Non è debolezza la mia? Debbo, voglio continuare a portarmi in pace questa leggera croce, che si aggiunge al sentimento già mortificante della mia pochezza, e lascerò fare al Signore che scruta i cuori (Ger 20,12), e li attira verso le finezze della sua carità. (Giovanni XXIII, Il Giornale dell’anima, 829-830).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 25 Novembre 2019ultima modifica: 2019-11-25T22:48:52+01:00da fraternidade
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