Giorno per giorno – 21 Novembre 2019

Carissimi,
“Quando Gesù fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo: Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi” (Lc 19, 41-42). Pianto di Gesù, pianto di Dio sulle Gerusalemme di ogni tempo. Sulle vittime di ogni violenza, distruzione, repressione. Stamattina ci siamo limitati a ricordare alcune di queste drammatiche realtà e a pregare la parola della Pace su di loro: Bolivia, Colombia, Cile, Nicaragua, le favelas e le aree indigene del nostro Paese, le zone dell’Africa in cui perdura la guerra civile, Siria, Palestina, e le infinite guerre bianche messe in atto un po’ ovunque, ma soprattutto nel Sud del mondo, dagli sfruttamenti disumani. Che Pace, Giustizia, Fraternità, non tardino a far breccia nel cuore degli uomini.

Oggi è memoria di un grande monaco-profeta del vostro paese: Benedetto Calati. Ricordiamo anche la promulgazione della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, ad opera del Concilio Vaticano II.

Gigino Calati era nato a Pulsano (Taranto) il 12 marzo 1914 ed entrò come novizio, a soli sedici anni, nell’Eremo di Camaldoli, assumendo il nome di Benedetto. Dopo aver terminato gli studi teologici, negli anni ’40, nel monastero di Fonte Avellana, fu maestro dei chierici ed ebbe modo di approfondire la conoscenza spirituale dei Padri della Chiesa e delle fonti camaldolesi. Dal 1951 fu procuratore presso la Santa Sede e superiore del monastero di San Gregorio al Celio in Roma, fino a quando, nel 1969 fu eletto Priore generale della Congregazione Camaldolese. Per 18 anni ricoprì quella funzione, fornendo un sostanziale contributo a trasformare l’eremo aretino in un importante centro di spiritualità e di cultura, conosciuto anche all’estero, per la sua apertura al dialogo e alla collaborazione tra personalità e forze di ispirazione diversa. Fu “uno dei più appassionati sostenitori del Concilio e tra i più convinti assertori della necessità di una profonda riforma della Chiesa, ispirata alla povertà evangelica e al primato dell’amore”. Negli ultimi anni della sua vita, P. Benedetto continuò con la lucidità di sempre a riflettere sui temi che gli erano più cari e a richiamare l’esigenza di dare passi più spediti in direzione di un maggior ecumenismo e dialogo tra fedi diverse, un minor “clericalismo”, maggiore parità tra uomo e donna. Morì il 21 novembre del 2000.

“Nella storia della Chiesa il giorno che ha segnato la promulgazione della costituzione Lumen Gentium apparirà in avvenire certamente come inizio di un’era nuova. La costituzione Lumen Gentium costituisce innegabilmente, a mio parere, una svolta nell’ecclesiologia cattolico-romana. Si può dire che siamo passati da una Chiesa-istituzione ad una Chiesa-comunità, da una Chiesa-potenza ad una Chiesa povera e pellegrina”. È il giudizio dato dal teologo Georges Dejaifve su questo importante documento del Concilio Vaticano II, emesso il 16 novembre 1964 e promulgato da Paolo VI il 21 novembre dello stesso anno. La Lumen Gentium, evitando nuove definizioni dogmatiche e senza ricorrere a formule teologiche tecniche e rigorose, con un linguaggio semplice di stile biblico, dà ampio rilievo ad aspetti che l’ecclesiologia post-tridentina aveva in larga misura ignorati. I tratti più originali della sua ecclesiologia risultano essere: – la distinzione tra Regno di Dio e Chiesa: la Chiesa è soltanto l’inizio, il “germe” e non ancora la piena attuazione del Regno; – la comunionalità: c’è parità essenziale tra tutti i membri della Chiesa, in quanto tutti godono delle stesse grazie fondamentali e degli stessi doveri; – la sacramentalità, che investe non soltanto alcuni segni particolari ma la chiesa stessa nella sua natura profonda; – la cattolicità, intesa come attitudine ad abbracciare il molteplice e a far spazio al diverso; – la politicità, ossia attenzione per i problemi socio-politici che interessano l’umanità. Visione rinnovata della Chiesa, che recupera con forza le sue radici bibliche e cristologiche, e con esse la tensione, la vocazione, il mistero, della comunità delle origini, ma che richiede lo sforzo, il coraggio, la passione sempre nuova, da parte di tutta l’ecumene cristiana per essere ogni volta incarnata nelle concrete sitauzioni e portata così ad attuazione.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
1° Libro dei Maccabei, cap. 2,15-29; Salmo 50; Vangelo di Luca, cap. 19,41-44.

La preghiera del giovedì è in comunione con le religioni tradizionali indigene.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura, il brano di un’omelia di Benedetto Calati, tenuta 29 maggio 1975. Pubblicata, assieme ad altre, nel libro uscito postumo con il titolo “Conoscere il cuore di Dio. Omelie per l’anno liturgico” (EDB), è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
La cena del Signore non può esaurirsi con una serie di riflessioni, perché, mentre sottolineiamo il dono di Dio per noi e la sua chiamata ad associarci alla sua vita, proprio allora scorgiamo tutta una serie di preoccupazioni che ci riconducono agli uomini, al mondo, alla situazione concreta. Mentre mangiamo il pane vivo che è la carne di Cristo, non possiamo dimenticare che è “per la vita del mondo”. Come potremmo fissare, allora, la nostra contemplazione su un Dio che ci visita fino a farsi nostro cibo, senza tener presente che la sua carne è per la vita del mondo? È questa realtà che ci invita a considerare l’apostolo Paolo quando richiama il fatto che allo spezzare il pane, mentre entriamo in “comunione con il corpo di Cristo”, formiamo un “corpo solo” e siamo dunque noi questo corpo di Cristo. La forza creatrice dello Spirito Santo, espressa nell’affermazione: “La sua carne per la vita del mondo”, è tale che il mondo, che ha in se stesso la divisione, può essere una sola cosa con lui, una volta vivificato dall’amore di Cristo. E in questo processo di unità e di amore si colloca la nostra comunità di fede, particolarmente quando celebra la cena, per essere stimolo, segno, forza vivificante del cammino della redenzione nella storia. La cena del Signore, l’eucaristia, rompe i confini strettamente culturali e si pone come giudizio sulla storia – giudizio alla luce della misericordia -, sulla capacità con cui i credenti in Cristo sono veramente segno di unità e di amore. Tuttavia la stessa cena può essere giudizio di condanna se coloro che si dicono credenti non vivono nel mutuo amore. C’è una specie di vanificazione dell’opera del Signore, della sua carne data per la vita del mondo. La preghiera che la chiesa rivolge al Padre nel momento dell’eucaristia, invoca il dono dell’unità dei credenti, insieme alla “conoscenza” quale nutrimento della Parola. Ora, la presente situazione ci fa scorgere che tutto il mondo è in questa attesa per un amore più grande, per una giustizia più profonda, per un risanamento delle sue profonde divisioni. Questo “mondo”, che non ci giunge più attraverso la narrazione favolosa degli antichi viaggiatori ma che è alla portata di tutti, pone in crisi la nostra responsabilità di cristiani deboli e increduli all’amore di Cristo. Con un solo sguardo, mentre scorgiamo il sole e la luce, nello stesso istante siamo condotti a conoscere quanta ingiustizia c’è ancora nel rapporto degli uomini, per i quali Cristo si è donato. Mentre perciò la nostra preghiera interpella il Padre perché anche il mondo sia raccolto dalle sue estremità, come Chiesa siamo urgentemente sensibilizzati a vivere una comunione sempre piú profonda tra di noi. È questa “comunione di vita” il sacrificio spirituale dei credenti a cui è ordinata la celebrazione della cena del Signore. Gregorio Magno parla del “sacrificio spirituale” del cristiano, non nel senso di una dimensione intimistica del sacrificio di Gesù, bensì nel senso di diventare come lui offerta al Padre per i fratelli. (Benedetto Calati, Conoscere il cuore di Dio).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 21 Novembre 2019ultima modifica: 2019-11-21T22:44:05+01:00da fraternidade
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