Giorno per giorno – 27 Ottobre 2019

Carissimi,
“O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo” (Lc 18, 11-12). Oggi, può anche darsi che i due della parabola, il fariseo e il pubblicano, non preghino neppure più. Si può, però, constatare, anche fuori di un contesto sacrale, un atteggiamento simile nei confronti della vita, di se stessi e degli altri. Quel fariseo, figura del religioso, aveva comunque ben poco a che fare con Dio, pieno com’era di orgoglio di se stesso e di disprezzo per l’altro. Il quale altro, chiunque e comunque egli fosse, pubblicano, peccatore, pagano, nel suo guardare a se stesso con verità, senza instaurare paragoni, cogliendosi semplicemente nella sua inadeguatezza, limitatezza e povertà, conosceva di Dio assai più di quanto lui stesso potesse immaginare. L’orgoglio del religioso, ci dicevamo stamattina durante l’Eucaristia, è anche peggio dell’orgoglio dell’ateo, dato che fa di se stesso il suo proprio idolo. La sua presunzione di avere il monopolio della verità, di rappresentare una civiltà superiore, di essere meritevole di salvezza, di cui vede un anticipo nella sua prosperità, frutto, in presenza di miseria altrui, di latrocinio, diretto o indiretto, lo rende non giustificato (cf v. 14), e non giusta la società di cui fa parte. Diverso è se e quando ci si rende conto della rete di complicità nell’ingiustizia e nel male, in cui siamo caduti, e decidiamo così di accomunarci alla preghiera del povero e del peccatore, facendoci strumenti della risposta di Dio, che, come diceva il testo di Siracide: “ascolta la preghiera dell’oppresso” (Sir 35, 13). Preghiera che “penetra le nubi, e non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto, rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo l’equità” (Sir 35, 17-18). Fino ad allora, potremmo sottoscrivere quanto Eugene Debs, un leader socialista statunitense, ebbe a dichiarare, nel 1918, durante il processo che lo vide imputato: “Da quando ho riconosiuto la mia parentela con tutti gli esseri umani, ho deciso che non ero neanche solo un pochino migliore della persona peggiore sulla terra. Ho detto allora, e lo dico ora, che finché ci sarà una classe inferiore, io sarò lì; finché ci sarà un elemento criminale, sarò parte di esso; e finché ci sarà qualcuno in prigione, io non sarò libero”. Finché Dio e la Storia non avranno risposto.

I testi che la liturgia di questa XXX Domenica del Tempo Comune propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Libro del Siracide, cap. 35, 12-14.16-18; Salmo 34; 2ª Lettera a Timoteo, cap. 4, 6-8.16-18; Vangelo di Luca, cap.18, 9-14.

La preghiera della Domenica è in comunione con tutte le comunità e chiese cristiane.

Oggi il nostro calendario ecumenico ci porta la memoria di Tukârâm, mistico indiano.

Non abbiamo grosse notizie su di lui, salvo il fatto che nacque nel 1598, a Pandharpour, nello Stato indiano del Maharastra, nella famiglia di un contadino analfabeta, appartenente alla casta dei shudra, la più umile delle caste indiane. Sposatosi, ebbe un figlio, ma perse lui e la moglie durante una grave carestia. Nonostante questa tragedia, non venne mai meno in lui la fede e l’amore nei confronti di Krishna. Scrisse innumerevoli poesie che cantano la sua devozione a lui, in forma di abhanga nella lingua Marathi. Assalito dalla frustrazione e dai dubbi, un giorno era pronto a suicidarsi, ma fu proprio allora che percepì la presenza del divino. Da quel momento la sua vita cambiò. La sua filosofia era semplice ed efficace: “Siedi in silenzio e ripeti il nome di Dio. Questo solo basta per realizzarti”. Costantemente ripeteva che le norme morali e gli insegnamenti religiosi, come lo studio dei Veda, erano solo formalità e che il fine ultimo della religione sta nella realizzazione del divino attraverso l’amore. Morì nel 1650.

Si è spento, oggi, a Ravenna, all’Ospedale Santa Maria delle Croci, dopo una lunga malattia, padre Eugenio Melandri, che aveva compiuto 71 anni lo scorso 21 settembre, pochi giorni dopo essere stato riammesso nelle file del clero bolognese dall’arcivescovo Zuppi, a distanza di 28 anni dalla riduzione allo stato laicale, determinata dalla scelta di candidarsi alle elezioni nelle file di Democrazia Proletaria e in seguito di Rifondazione Comunista. Missionario saveriano, era stato direttore di Missione Oggi, e con il comboniano padre Zanottelli, una delle bandiera del movimento per la pace, la nonviolenza, la scelta degli ultimi. A qualche mese fa risaliva l’incontro con papa Francesco, a cui aveva servito messa, a Santa Marta, e che lo aveva confermato nelle sue scelte di vita. Era poi seguito il ritiro delle misure canoniche. Domenica scorsa, aveva celebrato la sua seconda prima messa. Ora è lassù a intercedere per noi tutti, anche e soprattutto per coloro che, con l’esempio di vita, aveva aiutato a scoprire o riscoprire la fede, dischiudere la speranza, vivere la carità.

Ed è tutto, anche per stasera. E noi ci si congeda qui e prendendo spunto dalla conclusione del Sinodo per l’Amazzonia, vi proponiamo il brano conclusivo dell’omelia pronunciata da papa Francesco durante l’Eucaristia di oggi in San Pietro. È questo, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
In questo Sinodo abbiamo avuto la grazia di ascoltare le voci dei poveri e di riflettere sulla precarietà delle loro vite, minacciate da modelli di sviluppo predatori. Eppure, proprio in questa situazione, molti ci hanno testimoniato che è possibile guardare la realtà in modo diverso, accogliendola a mani aperte come un dono, abitando il creato non come mezzo da sfruttare ma come casa da custodire, confidando in Dio. Egli è Padre e, dice ancora il Siracide, «ascolta la preghiera dell’oppresso» (v. 16). E quante volte, anche nella Chiesa, le voci dei poveri non sono ascoltate e magari vengono derise o messe a tacere perché scomode. Preghiamo per chiedere la grazia di saper ascoltare il grido dei poveri: è il grido di speranza della Chiesa. Il grido dei poveri è il grido di speranza della Chiesa. Facendo nostro il loro grido, anche la nostra preghiera, siamo sicuri, attraverserà le nubi. (Papa Francesco, Omelia nella Messa per la Conclusione del Sinodo).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 27 Ottobre 2019ultima modifica: 2019-10-27T22:38:09+01:00da fraternidade
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