Giorno per giorno – 25 Ottobre 2019

Carissimi,
“Diceva ancora alle folle: Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12, 54-57). Oggi, con i cambiamenti climatici con cui ci troviamo a fare i conti, non siamo sicurissimi, che sapremmo azzeccare con la stessa sicurezza di altri tempi, le previsioni metereologiche. Quel che è certo è che le piogge tardano sempre più spesso, nonostante l’accumularsi delle nuvole ci illudano della loro imminenza. E il calore, nella loro assenza, si fa sempre più intollerante. Oltre ogni immaginazione. Gesù, tuttavia, istituiva il paragone, sotto la specie del contrario, perché era interessato a denunciare l’incapacità delle folle (in cui eravamo già compresi pure noi), di giudicare il giusto da farsi, di fronte alle sfide del tempo. E questo sembra essere in molti casi ancora vero, pur avendo noi (in prospettva cristiana per chi si vuole cristiano), il criterio decisivo per discernere il bene e il male, il giusto e l’ingiusto: la Croce. Che a molti piace esporre e svemtolare (magari come simbolo del potere, che è il suo contrario), ma a davvero troppo pochi piace assumerla come segno di una conversione di vita. Intesa come espressione dell’amore incondizionato di Dio, che, nel Figlio, sceglie di annullarsi (cf Fil 2), per essere l’ultimo degli ultimi, facendo di questi il suo sacramento più vero nella storia. Il luogo per eccellenza dell’adorazione del Santissimo, cui anche il mistero dell’Eucarstia ci rimanda. Corpo donato, Sangue versato, per la vita del mondo: fate lo stesso in memoria di me. E noi, ne diverremo, almeno un po’, capaci?

Oggi facciamo memoria di Henri Perrin, preteoperaio, e di Antonio Llidó, prete al servizio degli ultimi, martire in Cile.

Nato il 13 aprile 1914, Henri Perrin fece parte del gruppo di giovani preti che, durante la II Guerra mondiale, scelsero di accompagnare i lavoratori francesi inviati a lavorare nelle fabbriche tedesche. Lì, lavorò con i suoi connazionali, operando nello stesso tempo come cappellano clandestino. Scoperto, fu imprigionato per un breve periodo e poi rimpatriato. L’esperienza tuttavia lo segnò irreversibilmente. Scoprì infatti la distanza che separava la chiesa dalla classe lavoratrice e, presto, con altri preti che la pensavano uguale, decise che era ora di restituire la chiesa ai poveri e i poveri alla chiesa. Nacque così, nel 1947, con l’approvazione dei vescovi francesi, l’esperimento dei preti-operai. Perrin fu assunto in una fabbrica di plastica. Non rivelò subito la sua identità. Quando comunque i compagni seppero che era prete, la sua maniera d’essere ne aveva già conquistato rispetto, simpatia e cameratismo. Non sarebbe durata a lungo. Il Vaticano nel 1949 emise un decreto che condannava l’adesione dei cattolici ai partiti comunisti e alle organizzazioni ritenute fiancheggiatrici, compresi i sindacati. I vescovi francesi, finché poterono, tergiversarono. Si rendevano infatti conto dell’importanza che la figura dei pretioperai rivestiva nel processo di evangelizzazione del mondo del lavoro e di ri-evangelizzazione della stessa chiesa. E sapevano che non c’era verso di stare in quel mondo, senza assumerne le lotte e gli strumenti organizzativi. Tuttavia, all’inizio del 1954, le insistenti pressioni di Roma posero fine all’esperimento. Molti obbedirono e lasciarono le fabbriche, altri ritennero questo passo un tradimento dei poveri e del Vangelo. Restarono e subirono i provvedimenti ecclesiastici. Lui, il nostro prete, amareggiato, deluso, indignato, non ebbe neppure tempo di decidere. Morì in un incidente di moto, poco più che quarantenne, il 25 ottobre dello stesso anno. Poi sarebbe arrivato il Concilio Vaticano II. E le stagioni successive.

Antonio Llidó era nato a Xábia (Alicante, Spagna), il 29 aprile 1936. Terminati gli studi di Magistero, entrò in seminario nel 1957 e fu ordinato prete nel 1963. I villaggi alicantini di Quatretondeta e Balones (settecento anime in tutto) furono la sua prima destinazione. Lì, con l’aiuto di un maestro e di un gruppo di giovani universitari, elaborò uno straordinario progetto sociale, pedagogico e pastorale, che permise di accompagnare negli studi quaranta ragazzi senza futuro fino alla soglia dell’università. Nel 1967, per aver rifiutato di votare all’ennesimo referendum franchista e dopo aver firmato un manifesto di protesta contro la repressione degli studenti antifascisti, venne mandato per castigo dal suo vescovo come cappelano all’ospedale della marina militare, a El Ferrol. Naturalmente non durò molto. Nel 1969, decise di partire missionario per il Cile, stabilendosi nella città di Quillota, nella diocesi di Valparaiso, dove gli fu affidata la cura della chiesa della Madonna degli Abbandonati e della Medaglia Miracolosa. Conobbe livelli di miseria che gli parvero intollerabili. Scoprì che in una baraccopoli di sole dieci case abitavano 115 bambini. Con un confratello organizzò una manifestazione di protesta contro la costruzione di una nuova palestra in un esclusivo collegio marista della città, che doveva sorgere a poche centinaia di metri da un’altra palestra di un altrettanto esclusivo istituto religioso. Questo gli procurò naturalmente l’inimicizia dei religiosi e del vescovo locale. Era solo l’inizio del suo impegno a fianco dei poveri e delle forze politiche che ne portavano avanti le aspirazioni. Il vescovo gli impose di far ritorno in Spagna, ma Llidó non potè accettare di abbandonare i già abbandonati da tutti. Questa fedeltà gli costò la sospensione a divinis. L’11 settembre 1973, un sanguinoso golpe militare pose precocemente fine al governo di Unità popolare di Salvador Allende, che aveva sollevato tante speranze, e Llidó entrò in clandestinità. Il 1º Ottobre 1974 venne scoperto e arrestato da agenti della DINA, la famigerata polizia segreta di Pinochet. Secondo le testimonianze raccolte, benché ripetutamente torturato, riuscì a mantenersi saldo e imperturbabile, continuando a infondere coraggio agli altri detenuti. Se ne persero definitivamente le tracce il 25 ottobre dello stesso anno, quando la polizia segreta lo prelevò dal carcere di Quatro Álamos, senza destinazione conosciuta.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Lettera ai Romani, cap.7, 18-25a; Salmo 119, 66.68.76.77.93.94; Vangelo di Luca, cap.12, 54-59.

La preghiera del Venerdì è in comunione con i fedeli dell’Umma islamica, che confessano l’unicità del Dio clemente e misericordioso.

Bene, superfluo dire, come ci è già capitato di sottolineare qualche volta in passato, che ogni memoria di pretioperai ci porta a pensare a chi, tra i nostri amici, lo è stato per tanti anni e continua ad esserlo nel cuore, nonostante abbia raggiunto l’età della pensione (per quanto riguarda almeno un pezzo della sua identità, dato che l’altra prevede il servizio permanente effettivo in aeternum). Ci riferiamo a don Augusto, la cui storia (e quella dei suoi amici) si è intrecciata anche con quella del nostro bairro e che, per questo, portiamo sempre nella preghiera della comunità, con tutte le sue necessità personali e pastorali. A lui soprattutto e a quanti, in qualunque stato si trovino e in qualunque modo vi si possano riconoscere (ma anche a tutti), dedichiamo il brano di una riflessione di Dietrich Bonhoeffer, tratta dal suo “Resistenza e resa” (Edizioni Paoline). Una riflessione e una figura, quella del pastore martire, che hanno ispirato, lungo il tempo, anche l’avventura dei pretioperai e che disegnano bene l’insieme delle due memorie di oggi. È questo, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti. Se in questi tempi l’amarezza e l’astio non ci hanno corroso il cuore; se dunque vediamo con occhi nuovi le grandi e le piccole cose, la felicità e l’infelicità, la forza e la debolezza; e se la nostra capacità di vedere la grandezza, l’umanità, il diritto e la misericordia è diventata più chiara, più libera, più incorruttibile; se, anzi, la sofferenza personale è diventata una buona chiave, un principio fecondo nel rendere il mondo accessibile attraverso la contemplazione e l’azione: tutto ciò è una fortuna personale. Tutto sta nel non far diventare questa prospettiva dal basso un prender partito per gli eterni insoddisfatti, ma nel rispondere alle esigenze della vita in tutte le sue dimensioni; e nell’accettarla nella prospettiva di una soddisfazione più alta, il cui fondamento sta veramente al di là del basso e dell’alto. (Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 25 Ottobre 2019ultima modifica: 2019-10-25T22:35:33+02:00da fraternidade
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento