Giorno per giorno – 14 Agosto 2019

Carissimi,
“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me” (Mt 18, 3-5). Comincia così il discorso detto ecclesiologico, o comunitario, perché riunisce le norme che dovrebbero reggere la vita della chiesa. Una sorta di diritto canonico ante litteram. E il primo e fondamentale articolo, che definisce quando e come si è chiesa, sacramento del Dio delle beatitudini, è questo che abbiamo appena enunciato. La prima cosa che i bambini non sono è essere gente di potere. Come i poveri della prima beatitudine, a cui Gesù dice appartenere la regalità di Dio (nel suo disegno trinitario, che avremmo conosciuto solo in seguito): lo spazio della gratuità delle relazioni, del servizio gioioso, del dono generoso di sé. Come in un gioco, non ancora preda dei mercati. E subito viene specificato: chi accoglie i piccoli, i senza-potere, senza-diritti, senza-voce, senza-opportunità, senza-futuro, accoglie niente meno che Dio. Chi si nega all’accoglienza, si nega alla verità di Dio. Crede qualcosa d’altro, anche se agita simboli religiosi come amuleti. In ogni caso, e definitivamente, là dove la religione si presenta ammantata di potere, o il potere si traveste di categorie religiose, c’è con certezza odore di zolfo. Come ci è dato sperimentare di questi tempi, nel palazzo del Planalto e paraggi.

Oggi, il calendario ci porta le memorie di Massimiliano Maria Kolbe, martire ad Auschwitz; di Alceu Amoroso Lima, militante della vita in Brasile; e di Xavier Thévenot, teologo, “traghettatore di umanità”.

Francescano conventuale, Raimondo Kolbe nacque l’8 gennaio 1894 a Zdunska Wola (Polonia). A partire dal 1917 si dedicò ad un’intensa attività missionaria, prima in patria, poi in Giappone, da cui ritornò, minato dalla tubercolosi, nel 1936. L’attività pubblicistica lo mise ben presto nel mirino delle autorità naziste. Arrestato il 7 febbraio 1941, a Varsavia, nel mese di maggio venne inviato ad Auschwitz e condannato ai lavori forzati. Lì non cessò di esercitare il suo apostolato tra i compagni di sventura, incoraggiandoli a resistere con fermezza d’animo. È qui che, il 30 luglio 1941, si offrì di prendere il posto di Francesco Gajowniczek, uno sconosciuto padre di famiglia, condannato a morte con altri nove compagni come rappresaglia per la fuga di un prigioniero dal campo. Rinchiuso con gli altri in un bunker, Kolbe resistette per quindici giorni alla fame, alla sete, alla disperazione, nell’oscurità del carcere, consolando i compagni che, uno dopo l’altro morirono. Lo finirono con un’iniezione di acido fenico il 14 agosto 1941.

Alceu Amoroso Lima. Nato a Petropolis (Brasile), l’11 dicembre 1893, fu filosofo, scrittore, giornalista, critico letterario, ma, soprattutto, militante cristiano della vita. Sposato a Maria Teresa de Faria, con cui ebbe sette figli, convertito al cattolicesimo a 35 anni, segnò la vita intellettuale, religiosa e politica del Brasile per mezzo secolo, restando sempre fedele a ciò che descriverà come “quel fondo di apertura dello spirito, pluralismo, comprensione… che mi fu connaturale dalla mia adolescenza e gioventù: aperto a tutti i venti dello spirito”. Dopo il golpe militare del 1964, pubblicò una serie di articoli contro la dittatura, valendosi del suo prestigio di intellettuale ed ebbe un atteggiamento aperto e coraggioso nella difesa dei diritti umani. Il che, sfortunatamente (come spesso accade) non si può dire caratterizzasse tutti gli ambienti ecclesiali, gerarchie religiose incluse. Ma tant’è. Alla fine ciascuno risponde per sé. Alla figlia, religiosa di clausura, con cui mantenne una corrispondenza quotidiana per oltre quarant’anni, scrisse di sé: “Entrai nella Chiesa, non come in un porto sicuro o in una fortezza, ma, al contrario, come ad un punto di partenza verso il mare aperto, per un’avventura maggiore: la scoperta del soprannaturale, dell’esistenza di Dio, dell’immortalità dell’anima, di tutto ciò che è arricchimento, apertura… Mai come a qualcosa di chiuso, di definitivo…”. Morì novantenne il 14 agosto 1983.

Xavier Thévenot era nato il 20 dicembre 1938, a Saint-Dizier (Haute-Marne), in Francia. Allievo salesiano, fu presto attratto dalla figura e dal carisma di don Bosco, che gli trasmise il gusto per la pedagogia e gli ispirò la vocazione religiosa. Conseguita la licenza in scienze all’Università di Caen, nel 1958 entrò nel noviziato salesiano, pronunciando i suoi primi voti l’anno seguente. Fu ordinato prete, nella città natale, il 21 dicembre 1968. Dopo un periodo come maestro dei novizi della provincia di Francia, venne indirizzato dai superiori allo studio della teologia morale, di cui diverrà in seguito professore alla Facoltà di Teologia dell’Istituto Cattolico di Parigi. Amava definire la morale “ciò a cui il genere umano si obbliga quando vuole dare un senso alla vita”, o, anche, come “un insieme di regole e valori che permettono di trovare poco a poco e liberamente dei cammini di umanizzazione e di felicità”. Profondamente radicato nella lezione del Concilio Vaticano II, divenne, su tutte le questioni morali, un teologo di riferimento, insegnando alle persone a riflettere e a discernere, quando il bene e il male sembrano inestricabilmente congiunti. Colpito, poco più che quarantenne dal morbo di Parkinson, fece della malattia, nel suo progressivo aggravarsi, nei successivi ventanni, lo spazio del suo apostolato e l’occasione di una riflessione in prima persona sul mistero della sofferenza che ci raggiunge inaspettata. Scrisse: “Tu sei battezzato: sei stato immerso nella mia morte e nella mia risurrezione. Abbi l’audacia di accompagnarmi nelle profondità di questo mistero pasquale; capirai allora meglio che io sono via, verità e vita, e che la mia gioia, nessuno la può rapire”. Thévenot è morto a Parigi il 14 agosto 2004.

I testi che la liturgia propone oggi alla nostra riflessione sono tratti da:
Libro del Deuteronomio, cap.34, 1-12; Salmo 66; Vangelo di Matteo, cap.18,15-20.

La preghiera del mercoledì è in comunione con quanti, spesso lontani dalle istituzioni religiose tradizionali, vivono la ricerca e l’incontro con l’Assoluto nell’impegno per un mondo di pace, giustizia, fraternità e libertà.

E, per stasera, è tutto. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura un brano di Xavier Thévenot, tratto dal suo libro “Avance en eau profonde! Carnet spirituel” (Desclée de Brouwer/Cerf), che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Da un punto di vista teologico, è chiaro, soprattutto se si seguono le analisi dell’apostolo Paolo, che esistono risoluzioni false e autentiche. Le prime sono prese sotto l’effetto mortifero di un attaccamento legalistico alle esigenze etiche della Scrittura. Sono il frutto di un’illusione fondamentale, nella linea diretta del peccato di Adamo: credere che la salvezza derivi dalla scrupolosa fedeltà alla legge e debba essere conquistata con le proprie forze. Chiunque, in questo stato d’animo orgoglioso, prenda delle “ferme risoluzioni” deve aspettarsi un giorno o l’altro di poter far proprie le parole di Paolo che descrivono il soggetto peccaminoso: “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto […]; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rom 7, 15. 18-19). Il peccatore percepisce la sua volontà come scissa, vittima di una profonda alienazione. Quindi, per uscirne, in una sorta di sfida lanciata a se stesso e a Dio, piega ancora e sempre di più la sua volontà alla legge. Ma questo è solo uno sforzo vano che rivela rapidamente i suoi effetti mortiferi. Così che non tarda a “toccare il fondo”. Se però accetta, sotto la grazia di Dio, di porre fine a questa sfida e alle risoluzioni alienanti che essa comporta, allora tutto cambia. Comprende che “è giustificato dalla fede, indipendentemente dalle opere della legge” (Rm 3, 28). Soprattutto, scopre che “ciò che era impossibile alla legge… Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio nella condizione della nostra carne di peccato” (Rm 8, 3). Può quindi riceversi dal potere salvifico dello Spirito che “tende alla vita e alla pace” (Rm 8, 6). Più ancora, sperimenta che invece delle sue vane risoluzioni arrivano le “risoluzioni” dello Spirito. Questi sciolgono poco a poco i suoi legami mortali e gli fanno trovare un giusto rapporto con la legge, quella a cui Cristo invita nel sermone sulla montagna (Mt 5-6). Né la negazione perversa, perché, dice Gesù, “non sono venuto per abolire la legge, ma per adempierla” (Mt 5, 17), né sottomissione legalistica il cui frutto è l’ipocrisia. Ma, nello Spirito, percepire che la legge è, in profondità, abitata dal requisito del rispetto incondizionato di ogni uomo, e vivere secondo questa percezione. Bisogna aver assistito a delle conversioni per rendersi conto di quanto non ci sia nulla in comune tra la volontà che ricerca, da sola, la perfezione e la volontà che si lascia guidare dallo Spirito. La prima è catturato da una corrente che accresce incessantemente tensioni e dolori. La seconda è portata dalla corrente della gioiosa spensieratezza di coloro che si conoscono salvati e animati dall’amore di un Padre amorevole, la cui legge è benefica. (Xavier Thévenot, Avance en eau profonde! Carnet spirituel).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 14 Agosto 2019ultima modifica: 2019-08-14T22:31:42+02:00da fraternidade
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