Giorno per giorno – 08 Giugno 2019

Carissimi,
“Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava. Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: Signore, e lui? Gesù gli rispose: Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi” (Gv 21, 20-22). È l’ultimo vangelo che la liturgia ci fa ascoltare prima della festa di Pentecoste. Ed è, forse, un’allusione ai diversi cammini in cui si dà la sequela del Signore. O, per estensione, anche l’incontro, e i tempi dell’incontro, con Lui. A Pietro, che pure giunge in ritardo rispetto al “discepolo amato”, che non ha mai abbandonato il Maestro, neppure ai piedi della croce, è dato un ruolo primaziale, ed ora egli si preoccupa del suo non accompagnarlo da vicino, nella destinazione disegnata per lui. Con le debite differenze, è ciò che spesso succede anche a noi, di guardare con apprensione, se non con diffidenza o sospetto, chi, nella comunità piccola o grande, o in famiglia, non condivide la nostra maniera di pensare, di credere, di celebrare, o che altro. Anche a noi, Gesù risponde: a te che importa? Tu seguimi. Ciascuno ha i suoi tempi e modi, i suoi incontri e disincontri. Noi si può solo pregare che la volontà del Padre giunga a compimento, secondo la fantasia dello Spirito, nel cammino umano di tutti.

Il calendario eecumenico ci ricorda oggi le figure di Matta el Meskin (Matteo il Povero), monaco copto e maestro spirituale; August Hermann Francke, teologo, pedagogo e filantropo pietista; e Mohammed, profeta dell’Islam.

Jussef Scandar era nato a Benha, el Kaliobia (Egitto), il 20 settembre 1919. Laureatosi brillantemente in farmacia all’Università del Cairo, aveva intrapreso con successo la professione, garantendosi uno stile di vita ricco e invidiabile. Ma, a 29 anni, sentendo la chiamata del Signore che gli chiedeva tutto, lasciò ogni cosa ed entrò in uno dei monasteri più poveri dell’Egitto, Deir Amba Samuil, a Qualmun, dove vivevano ormai solo pochi monaci vecchi e malati. Fu allora che prese il nome di Matta el Meskin. Alla fine degli anni cinquanta, decise di compiere una scelta ancor più radicale, optando per la vita eremitica, nel deserto di Wadi El Rayan, dove, qualche anno più tardi cominciarono a raccogliersi attorno a lui giovani monaci desiderosi di vivere come lui la radicalità dell’evangelo. Nel 1969 la piccola comunità rispose positivamente all’invito del papa Cirillo VI che la voleva nel deserto di Wadi El Natroun, per dare nuovo vigore all’antico monastero di San Macario, abitato da soli sei monaci. In pochi anni il centro spirituale avrebbe conosciuto una sorprendente rinascita spirituale e materiale, arrivando ad ospitare oggi oltre cento monaci e richiamando dai luoghi più disparati pellegrini alla ricerca dell’Assoluto. Matta el Meskin è morto come oggi, l’8 giugno del 2006.

August Hermann Francke nacque a Lubecca (Germania) il 22 marzo 1663. Conseguito nel 1686 il dottorato in teologia all’università di Lipsia, vi divenne professore di ebraico due anni più tardi. Convertito assai presto alle idee di Philipp Jakob Spener, il fondatore del movimento pietista, creò, sull’esempio di quello, delle scuole per la spiegazione pratica e devozionale delle Sacre Scritture, aperte ai suoi concittadini. Osteggiato dall’ortodossia luterana, fu dimesso dall’insegnamento e esonerato dall’incarico di pastore. Accettò allora l’invito di Spener di insegnare lingue orientali nell’Università di Halle, e nel contempo assunse l’incarico di pastore in uno dei più miserabili sobborghi della città. L’impatto con la miseria del popolo, lo spinse a dedicare tutte le sue forze nella creazione di scuole per i figli dei mendicanti e diseredati, case di riposo per anziani e laboratori artigiani, seguiti da un orfanotrofio e infine dall’Istituto Biblico Canstein, dotato di una propria tipografia, che stampò e fece distribuire 80.000 Bibbie complete e 100.000 copie del Nuovo Testamento in soli sette anni. Nominato, nel 1715, pastore dell’importante chiesa di St. Ulrich e rettore dell’università di Halle, Francke morì l’8 giugno 1727. Le sue fondazioni, attive ancor oggi, furono decisive per lo sviluppo del missionariato luterano pietista del XVIII e XIX secolo.

Mohammed era nato alla Mecca verso il 570 d. C., figlio di Abdallah e di Amina. Rimasto orfano ancora bambino, fu accolto dal nonno paterno e in seguito adottato dallo zio Abd al-Muttalib, che lo introdusse nel mondo del commercio. Entrato al servizi della ricca vedova Khadija, accettò, successivamente, di sposarla. All’età di 35 anni, inquieto e insoddisfatto della vita che conduceva, Mohammed prese a rifugiarsi in una grotta del monte Hira vicino alla Mecca, dedicandosi alla meditazione. Dopo cinque anni di questa sua ricerca spirituale, la notte del 27 di Ramadan del 610 d.C. udì una voce che gli recitò e gli fece ripetere questa sura: “Leggi! In nome del tuo Signore che ha creato, ha creato l’uomo da un grumo di sangue. Leggi, ché il tuo Signore è il Generosissimo, Colui che ha insegnato mediante il càlamo, che ha insegnato all’uomo quello che non sapeva” (Corano, XCVI, 1-5). Con questa rivelazione (cui seguirono le altre che costituiranno l’insieme del Corano), iniziava la missione profetica di Mohammed, che fu vista da subito come una minaccia dal potere economico che dominava la società meccana del tempo e come tale avversata duramente. Vedendosi abbandonato dal suo stesso clan hascimita, Mohammed decise di fuggire con i suoi discepoli a Yatrib (la futura Medina). Era l’anno 622, che divenne così il primo anno dell’era egiriana (da Hejira = espatrio). Fu redatto un Patto che, sottoscritto da tutti i gruppi presenti in città, dava vita alla Umma, la comunità politica dei credenti. Dopo una serie di battaglie ad esiti alterni, Mohammed e le sue truppe entrarono nel 630 alla Mecca, ponendo fine ai culti idolatrici che vi erano praticati. Stabilitosi nuovamente a Medina, Mohammed moriva, l’8 giugno 632, poche settimane dopo aver compiuto il suo ultimo pellegrinaggio alla Mecca. Qui aveva pressantemente invitato gli oltre centomila pellegrini presenti a non dimenticare i princípi da lui predicati: l’uguaglianza tra i popoli e le razze di tutto il mondo, il rispetto reciproco tra uomini e donne, la sollecitudine nei confronti dei subalterni, la fraternità tra i credenti, la pratica dei cinque pilastri dell’Islam (la testimonianza di fede nell’unico Dio, la preghiera, l’aiuto ai bisognosi, il digiuno solidale, il pellegrinaggio alla Mecca).

I testi che la litugia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.28, 16-20. 30-31; Salmo 11; Vangelo di Giovanni, cap.21, 20-25.

La preghiera del sabato è in comunione con le comunità ebraiche della diaspora e di Eretz Israel.

Il tramonto di stasera ha segnato, per il Calendario ebraico, l’entrata nel sesto giorno del mese di Sivan, quando si celebra la festa di Shavuot, ovvero delle [sette] Settimane da Pesach (Pasqua). Essa è detta anche Pentecoste, ad indicare il Cinquantesimo [giorno], sempre a partire dalla Pasqua, o Chag Habikkurìm (Festa delle Primizie del raccolto), o ancora, Zmàn Mattàn Toratènu (Tempo del Dono della nostra Legge). La festa dura un giorno solo in Israele, mentre nelle comunità della diaspora si prolunga sino a domani. È una delle tre feste che, prima della distruzione del Tempio, erano caratterizzate dal pellegrinaggio a Gerusalemme, e per questo erano dette Shelosh Regalim (tre pellegrinaggi). È celebrazione del duplice miracolo del Sinai: il discendere di Dio verso il suo popolo e la proclamazione del Decalogo, ma è anche confermazione della promessa fatta allora dal popolo a Dio: “na’assè venishmà”, “faremo e ascolteremo”. Praticheremo la tua legge, prima ancora di capirla a fondo, anzi, prima ancora di ascoltarne i precetti. Come succede tra innamorati, quando ci si fida e ci si ama davvero.

Oggi compie novantuno anni Gustavo Gutiérrez, teologo peruviano dell’ordine dei frati predicatori, fondatore della teologia della liberazione. AD MULTOS ANOS!

È tutto. Congedandoci, noi vi si lascia a una pagina di Matta El Meskin, tratta dal suo libro “Comunione nell’amore” (Edizioni Qiqajon). Che è, per stasera il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Cristo è disceso dalla gloria del suo regno alla ricerca di coloro che sono nell’abisso profondo, di coloro che hanno raggiunto il massimo grado di miseria, di perdizione e di oscurità abominevole, di coloro che non hanno più speranza in se stessi. In loro si manifesta il suo potere d’azione e la potenza del suo essere Dio, quando il suo amore immolato si precipita a tirar fuori il peccatore dal pantano e dal letamaio e si affretta ad aspergere e lavare con il santo sangue ogni membro contaminato. In persone di questo tipo è glorificata la giustizia di Dio; in esse egli trova un terreno per la compassione, la misericordia e la tenerezza, e nelle anime di coloro che sono disprezzati e scartati la sua umiltà trova conforto, poiché nell’essere condiscendente verso di loro egli trova un’opera degna della sua mitezza. Oh, se soltanto i peccatori sapessero di essere l’opera di Dio e la gioia del suo cuore! “Siamo opera delle sue mani” (Ef 2,10). Se il peccatore fosse sicuro che la sua condizione agli occhi di Dio è sempre stata tra le preoccupazioni dell’Onnipotente ed è stata presa in considerazione fin dall’eternità, e che la mente di Dio di è data pensiero nel corso dei secoli del uso ritorno, e che i cieli e quanto contengono restano in attesa della sua conversione, allora non si vergognerebbe mai di se stesso, non disprezzerebbe la propria possibilità di conversione, non rimanderebbe il suo ritorno. Se solo il peccatore sapesse che tutte le sue trasgressioni, le sue colpe e le sue infermità non sono altro che il motivo della compassione, della remissione e del perdono di Dio, e che per quanto grandi e atroci possano essere, non potranno mai disgustare il cuore di Dio, né estinguerne la misericordia, né ostacolare – neanche per un solo istante – il suo amore! Se solo il peccatore sapesse questo, allora non si aggrapperebbe mai al suo peccato né cercherebbe nell’isolamento da Dio un velo per impedire alla sua vergogna di vedere il volto di Cristo, quel volto che sta cercando di dimostrargli l’amore che nutre per lui e che lo sta chiamando! (Matta El Meskin, Comunione nell’amore).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 08 Giugno 2019ultima modifica: 2019-06-08T22:21:13+02:00da fraternidade
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