Giorno per giorno – 02 Febbraio 2019

Carissimi,
“Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli” (Lc 2, 27-31). Al vecchio Simeone, lo Spirito Santo “aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore” (v. 26). Stamattina, ci dicevamo che questa è la promessa che desidereremmo veder compiuta tutti, prima di andarcene. Promessa di una salvezza, non come soddisfazione di un qualche successo personale, la prosperità della propria famiglia, la ricchezza della propria nazione, l’affermazione della propria chiesa o religione, tutte forme di un egoismo che possiamo credere santo, ma è solo vile e a buon mercato come e più di ogni altro egoismo, ma quella salvezza preparata da Dio per tutti i popoli. Che sta racchiusa nel nome di Gesù (Dio-salva) e che noi siamo chiamati a testimoniare, se crediamo davvero che egli è il Messia di Dio. Giorno questo, perciò, di grandi decisioni da rinnovare, mossi non da una qualche forma di paura, che così spesso le religioni tendono a inculcarci, ma dalla tenerezza che suscita il Dio che entra nel suo tempio, in ogni tempio che noi siamo, con l’apparenza inerme di un bambino, in tutto simile ad ogni altro bambino, per presentarci con lui al Padre e riscoprirci insieme come figli e figlie, uniti tutti dall’amore dello Spirito. In un’economia in cui non ci sia più spazio per contrapposizioni, violenza, disprezzo, sfruttamento, odio.

Oggi è la Festa della Presentazione del Signore.

Quaranta giorni dopo la nascita, Gesù fu portato da Maria e Giuseppe al Tempio, in ottemperanza alla legge mosaica che prevede l’offerta a Dio e il successivo riscatto del figlio primogenito, oltre al rito di purificazione per la madre. Quattrocentonovanta giorni sono trascorsi dall’annuncio della nascita di Giovanni alla presentazione di Gesù al Tempio; si compie così la profezia di Daniele: “Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua città santa per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi” (Dn 9, 24). In questa festa la Chiesa celebra il primo incontro tra Cristo e il popolo credente, rappresentato da Simeone ed Anna. Fu nel VI secolo che l’imperatore Giustiniano estese a tutto l’impero d’Oriente la festa di Ipapante (l’Incontro), che le comunità cristiane celebravano da quasi duecento anni il 2 Febbraio. La Chiesa di Roma l’avrebbe introdotta, un secolo più tardi, con il nome con cui la conosciamo oggi. Il papa Sergio I (687-701) istituì in tale data la più antica delle processioni penitenziali romane, che partiva dalla chiesa di S. Adriano al Foro e si concludeva a S. Maria Maggiore. Il rito della benedizione delle candele, praticato già nel sec. X, fu ispirato alle parole di Simeone: “Con i miei occhi ho visto il Salvatore. Tu l’hai messo davanti a tutti i popoli: luce per illuminare le nazioni”. Da questo rito è derivato il nome popolare di festa della “candelora”

Il nostro calendario ci porta anche la memoria di Alfred Delp, martire del totalitarismo nazista.

Alfred era nato a Mannhheim in Germania il 15 settembre 1907, da madre cattolica e padre protestante e, quattordicenne, aveva ricevuto la sua Confermazione nella chiesa luterana, salvo passare, poco dopo, nella chiesa cattolica. Completati brillantemente gli studi, era entrato nella Compagnia di Gesù nel 1926. Ordinato prete nel 1937, contò tra i suoi amici il grande teologo gesuita Karl Rahner. Durante la seconda guera mondiale con altri amici entrò a far parte di un gruppo antinazista con lo scopo di individuare proposte nuove, oltre il capitalismo e il socialismo, sulla questione sociale e sulle condizioni di vita dei ceti operai. La Gestapo cercò senza successo di dimostrare una sua collaborazione nel fallito attentato a Hitler. Arrestato nel 1944 a Monaco e poi trasferito a Berlino, nella sua autodifesa, Delp affermerà: “La mia colpa è solo quella di aver creduto che la Germania alla fine saprà uscire da quest’ora di tenebra e di angoscia e di aver rifiutato questo cumulo di arroganza, orgoglio e di forza che costituisce lo stile di vita nazista, e di averlo fatto come cristiano e gesuita”. Confinato in un’oscura cella e mantenuto in catene, nel dicembre 1944 Delp stese una serie di penetranti riflessioni sul tempo di Avvento e sul Natale, sullo sfondo della tragedia della guerra e della sua propria morte che sentiva ormai vicina. Fu impiccato nel carcere di Plotzensee il 2 febbraio 1945. Mentre si avviava alla forca disse al cappellano che l’assisteva: “Tra mezz’ora ne saprò molto più di te”.

I testi che la liturgia propone alla nostra riflessione sono propri della Festa di oggi e sono tratti da:
Profezia di Malachia, cap.3, 1-4; Salmo 24; Lettera agli Ebrei, cap.2, 14-18; Vangelo di Luca, cap.2, 22-40.

La preghiera del Sabato è in comunione con le comunità ebraiche della diaspora e di Eretz Israel.

Oggi, il nostro José Rafael, nonostante la persistente apparenza da ragazzino, ha compiuto trent’anni. La giornata è stata così di azione di grazie per la sua vita, l’armonia coniugale con Laura, la salute in via di recupero dei bambini, Anna Luisa e João Gabriel, che da più di un mese era stata causa di forti preoccupazioni, oltre che per il suo nuovo lavoro, come “caseiro”, di là del fiume, nel terreno di Maria das Graças, nostra amica di lunga data, e, infine, per la sua presenza in mezzo a noi, capace di animare la comunità. Per tutto, insomma. Siamo certi che anche voi, soprattutto quanti lo hanno conosciuto, non mancherete di ricordarlo nella vostra preghiera benedicente.

Ed è tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura una citazione di P. Alfred Delp. Tratta dal libro “The Prison Meditations of Father Delp” (Herder and Herder), è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Questa frase, “sia santificato il tuo nome”, ci insegna a pregare per l’ideale più degno, per il principio irrefutabile, santo, venerato. Gli esseri umani, quando non hanno un valore supremo, qualcosa al centro del loro essere da poter venerare, vanno gradualmente peggiorando. La natura umana è infatti così costituita che deve avere qualcosa di santo da poter adorare, altrimenti si degrada e distorce, e invece di un santo oggetto di venerazione lascia che qualcos’altro prenda il suo posto. Questi valori sostitutivi sono poi molto più dispotici ed esigenti dello stesso Dio vivente. Non hanno idea di cosa significhi cortesia o aspettare il proprio turno… Tutto ciò che sanno è esigere, costringere, forzare, minacciare e liquidare. E guai a tutti coloro che non si adeguano. La parola di Dio dovrebbe evocare e ricevere la grande venerazione che questa frase suggerisce: lode, riverenza, timore… Il nome di Dio è il sancta sanctorum, il silenzio centrale, la cosa che sopra ogni altra richiede un approccio umile. Noi non dovremmo solo credere nella verità al centro del nostro essere, nello scopo della nostra esistenza, ma dovremmo anche rendere testimonianza a questa convinzione mediante il corretto adempimento degli scopi della nostra vita. Dovremmo sottomettere tutto a questa legge di santità e respingere tutto ciò che non si armonizza con essa. Dio, il grande oggetto della nostra venerazione, sarà allora anche la nostra intera vita. “Non c’è salvezza in nessun altro nome” (Atti 4,12). Quanto poco c’è da dire una volta che abbiamo detto questo. E quanto si dice è semplicemente impossibile. Abbiamo così tante frasi pie che sono completamente prive della vera riverenza a Dio. La castità religiosa e il silenzio procedono bene insieme. (Alfred Delp, Meditation on the Lord’s Prayer).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 02 Febbraio 2019ultima modifica: 2019-02-02T22:30:44+01:00da fraternidade
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