Giorno per giorno – 14 Dicembre 2018

Carissimi,
“Ma a chi paragonerò io questa generazione? Essa è simile a quei fanciulli seduti sulle piazze che si rivolgono agli altri compagni e dicono: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto” (Mt 11, 16-17). Stamattina, ci dicevamo che quei fanciulli seduti sulle piazze sono espressione, in ogni generazione, della delusione di Dio, la cui musica, quale che sia, se di lutto o di allegria, resta il più delle volte inascoltata. A dire il vero questo lutto e allegria rappresentano due facce della stessa medaglia. Si tratta di un invito a convertirci, certo non senza fatica, dal male, nostro e del sistema, che si può presentare come bene e persino come una certa giustizia, nella forma però dell’egoismo, di cui possiamo essere via via soggetti, o anche solo conniventi, con la nostra omissione o indifferenza, per scegliere di partecipare alla giustizia del Regno, che instaura invece gioiose relazioni di solidarietà, di comprensione, di misericordia. L’Avvento è un tempo che ci è offerto per intraprendere questo cammino, che si apre alla sua venuta.

Il nostro calendario ci porta oggi la memoria di Giovanni della Croce, contemplativo e maestro della fede; di Catherine Kolyschkine de Hueck Doherty, mistica; e del Card. Paulo Evaristo Arns, pastore intrepido in difesa degli ultimi.

Juan de Yepez y Alvarez, o, come lo si conosce noi, Giovanni della Croce, era nato a Fontiveros presso Avila (Spagna), nel 1542, ed era entrato poco più che ventenne nel Carmelo, in un tempo in cui la vita monastica era assai rilassata. Dopo gli studi di filosofia e teologia a Salamanca, fu ordinato sacerdote nel 1567 e, in quello stesso anno, conobbe Teresa di Gesù, con cui iniziò a collaborare in vista della riforma del Carmelo. Questo non mancò di causargli problemi e perfino l’esperienza della prigione. Fu in questo periodo che egli scrisse alcune delle sue più belle poesie. Le sofferenze che conobbe lo portarono a scoprire il mistero della croce e ad avanzare sul cammino della più alta contemplazione. Cammino che egli descrisse nelle sue opere di teologia spirituale: La Salita al monte Carmelo, La Notte oscura dell’anima, Il Cantico spirituale, La Fiamma viva di amore. Morì a quarantanove anni, nella notte tra il 13 e il 14 dicembre 1591 a Ubeda. Al centro del suo insegnamento pose l’unione per grazia dell’uomo con Dio, per mezzo di Gesù Cristo, in un itinerario che prevede le tappe della via purgativa, illuminativa e unitiva. Per arrivare al Tutto, che è Dio, occorre che l’uomo dia tutto di sé, non con uno spirito di schiavo, ma di amante. Disse: “Nella sera della tua vita sarai esaminato sull’amore”, e “Dove non c’è amore, metti amore e ne ricaverai amore”.

Catherine Kolyschkine era nata a Nizhny-Novgorod, in Russia, il 15 agosto 1896 da una famiglia aristocratica. Sposa a quindici anni del cugino, il barone Boris de Hueck, durante la prima Guerra mondiale fu al fronte come infermiera. Dopo la rivoluzione bolscevica, Catherine e Boris emigrarono dapprima in Inghilterra e poi, nel 1921, a Toronto, in Canadà, dove entrambi si adattarono a svolgere mansioni umili e sottopagate per sopravvivere e per mantenere il figlio George nato nel frattempo. L’inatteso affermarsi di Catherine come conferenziera di successo, se portò un nuovo benessere alla vita familiare, provocò tuttavia la crisi del matrimonio della coppia, che ottenne il divorzio e, successivamente, il riconoscimento di nullità. La prosperità recuperata generò una nuova e più profonda insoddisfazione nella donna, in cui echeggiavano incessantemente le parole di Gesù: “Vai, vendi tutto ciò che possiedi e dá il ricavato ai poveri, poi vieni e seguimi”. Fu così che Catherine decise di vendere tutte le sue proprietà e, dopo avere provveduto il necessario al figlio, si recò a vivere una vita nascosta negli slums di Toronto. In seguito si spostò a New York, dove ad Harlem fondò la Casa dell’Amicizia, per lottare insieme alla popolazione nera contro il peccato del pregiudizio razziale, dello sfruttamento economico e dell’ingiustizia sociale. Conobbe e ricevette sostegno da Dorothy Day e verso di lei si sentirà debitore il giovane Thomas Merton, in seguito trappista e maestro spirituale di molte generazioni di cristiani impegnati. Nel 1943 Catherine sposò il giornalista Eddie Doherty. Nel 1947 i due si trasferirono a Combermere, nell’Ontario, dove cominciarono a lavorare con i braccianti e i contadini poveri della regione. Da quell’esperienza nacque Madonna House, una comunità in cui confluirono uomini e donne, laici e presbiteri, desiderosi di vivere in comune i valori della solidarietà, della povertà e della preghiera. Nel 1955, Catherine e Eddie fecero voto perpetuo di celibato e, nel 1969, Eddie fu ordinato prete secondo il rito cattolico melkita. Morì nel 1975. Catherine gli sopravvisse fino al 14 dicembre 1985, giorno della sua morte, avvenuta dopo una lunga malattia.

Paulo Evaristo Arns era nato a Forquilhinha (Santa Catarina) il 14 settembre 1921, quinto dei tredici figli di Gabriel Arns e di Helena Steiner, discendenti di immigrati tedeschi, ed era entrato in gioventù nell’Ordine dei Frati Minori. Ordinato sacedote nel 1945, fu consacrato vescovo nel 1966 e nominato arcivescovo metropolitano di São Paulo nel 1970. La sua azione pastorale fu rivolta soprattutto agli abitanti delle periferie e alle classi lavoratrici dei campi e della città, alla formazione delle Comunità ecclesiali di base e, nell’epoca della dittatura, all’intransigente difesa dei diritti umani, alla lotta contro la pratica della tortura e per il ristabilimento della democrazia. Con il pastore presbiteriano Jaime Wright, coordinò il progetto Brasil Nunca Mais (Brasile Mai Più), con la finalità di documentare i crimini commessì da agenti di Stato contro i prigionieri politici. Nel 1972 creò la Commissione brasiliana di Giustizia e Pace, con la scopo di articolare le denunce contro gli abusi del regime militare. Incentivò la Pastorale Operaia e la Pastorale della Casa; con la sorella Zilda, pediatra (che sarebbe morta nel terremoto di Haiti), creò la Pastorale dei Bambini, e più tardi la Pastorale per i Sieropositivi, e il Consiglio arcidiocesano dei Laici. Lasciò scritto: “Gesù non era indifferente o disinteressato al problema della dignità e dei diritti della persona umana, né alle necessità dei più deboli, dei più bisognosi e delle vittime dell’ingiustizia. In ogni momento egli mostrò una solidarietà reale con i più poveri e miserabili (Mt 11, 28-30), lottò contro l’ingiustizia, l’ipocrisia, gli abusi del potere, l’avidità di lucro dei ricchi, indifferenti alle sofferenze dei poveri, richiamando con forza il rendiconto finale, quando tornerà nella gloria, per giudicare il vivi e dei morti”. Dom Paulo è morto il 14 dicembre 2016, a São Paulo, in seguito a complicazioni di una broncopolmonite. Papa Francesco lo additó come “sicuro punto di riferimento per la Chiesa brasiliana”.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Profezia di Isaia, cap.48, 17-19; Salmo 1; Vangelo di Matteo, cap.11, 16-19.

La preghiera del venerdì è in comunione con le comunità islamiche che confessano l’unicità del Dio clemente e ricco in misericordia.

Oggi compie 80 anni Leonardo Boff, instancabile e prolifico teologo della liberazione. Nel congedarci, scegliamo di proporvi il brano di una sua omelia, che troviamo, nel sito de “Il dialogo”, sotto il titolo “Viviamo per morire o moriamo per risuscitare?”. È questo, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
La morte non distrugge la vita, apre solo alla possibilità di un’altra forma di vita più alta e piena, perché realizzata nello spazio dell’eternità. Alla fine non c’è un muro, ma una porta che si apre. La morte violenta di quanti si sono impegnati per la giustizia non è assurda. Apre l’accesso alla pienezza della vita, perché Gesù è stato condannato per il suo impegno a favore della giustizia del Regno di Dio e la sua resurrezione è venuta a legittimare questo tipo di morte. Morire così non è solo degno e santo. È ereditare la resurrezione, che significa pienezza della vita umana in Dio. Questa vita nuova non irrompe dopo la morte. È più forte della morte, è anteriore alla morte. San Pietro, nel suo discorso negli Atti degli Apostoli, descrive, in una frase, com’era questa vita: Gesù di Nazaret, consacrato in Spirito Santo e potenza “passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo” (At 10,38). Un’esistenza totalmente dedita al bene e alla liberazione degli oppressi non avrebbe potuto essere ingoiata dalla morte. Dio avrebbe smesso di essere quello che è, il Dio vivo e creatore di vita. Il trionfo della vita di Cristo è talmente potente che coinvolge la vita di tutti coloro che assumono la sua causa: cominciano anch’essi a resuscitare (cf Rm 6,3-13; 8,11.17). Paolo evidenzia il fatto che siamo già stati resuscitati con Cristo (Col 3,1; Ef 2,5-6); certamente non si tratta di un fatto concluso, poiché abbiamo davanti a noi tutto il pellegrinaggio terreno, ma realmente un fatto già iniziato. È qui che risiede la fonte della gioia e della giovialità cristiane. Dopo che Cristo è resuscitato, non hanno più senso la tristezza e la paura angosciosa della morte. La morte è stata smascherata come uno spauracchio che metteva paura alla vita: “la morte è stata ingoiata per la vittoria” (1Cor 15,54). La resurrezione è un processo di vita nuova nel quadro della vecchia. Tutto ciò che fa crescere la vita nella sua autenticità umana sta alimentando i semi di resurrezione depositati nel nostro corpo mortale. Quello che rende la vita autenticamente umana è la ricerca dell’amore disinteressato, l’impegno per la giustizia di tutti, soprattutto degli oppressi, lo sforzo di creazione di strutture di convivenza fraterna, la capacità di perdonare e di sperare contro ogni speranza. La morte libererà la potenza di questa vita nuova e le affiderà un’espressione simile a quella di Cristo glorioso (cf Col 3,4). La resurrezione è dono prezioso di Dio, ma anche costruzione onerosa dell’essere umano, che già comincia nel presente e maturerà fino all’eternità. (Leonardo Boff, Viviamo per morire o moriamo per risuscitare?).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 14 Dicembre 2018ultima modifica: 2018-12-14T22:45:32+01:00da fraternidade
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