Giorno per giorno – 13 Dicembre 2018

Carissimi,
“In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11, 11-12). Il più grande dell’antica alleanza è dunque Giovanni, che, chiudendo il tempo della profezia, intravvide in Gesù il messia promesso, pur non cogliendo pienamente la novità della sua proposta. Novità che è resa esplicita nell’evento di Gesù, in cui Dio sceglie di identificarsi con Colui (coloro) che il Sistema del Dominio pone all’ultimo posto, oggetto di sfruttamento e di violenza, carne da macello, in vista della perpetuazione dei propri privilegi. Paradossalmente la violenza immane sofferta, in ogni epoca, sulla Croce (e sulle croci) dal Figlio (e dai figli) del Regno, si trasforma nella violenza nonviolenta del più forte, capace di sgominare le forze demoniache che controllano la storia umana (cf Mt 12, 29). Processo, questo, che sembra non aver mai fine, ma che questo tempo di Avvento ci anima a vivere con operosa speranza. Perché si compia la profezia, là dove, dopo essersi chiesta angosciata: “Si può forse strappare la preda al forte? Oppure può un prigioniero sfuggire al tiranno?”, afferma con sicurezza: “Eppure dice il Signore: Anche il prigioniero sarà strappato al forte, la preda sfuggirà al tiranno. Io avverserò i tuoi avversari; io salverò i tuoi figli” (Is 49, 24-25). E Dio sa quanto ce ne sia bisogno, di questi tempi, qui da noi, e altrove.

Il nostro calendario ecumenico ci porta oggi le memorie di Lucia, martire a Siracusa, di Alexandre Schmemann, teologo ortodosso, e quella di Mosè Maimonide (Rambam), sapiente d’Israele.

Si sa poco di certo sulla vita della giovane cristiana, Lucia, morta martire a Siracusa, per ordine del governatore Pascasio, in questo giorno nell’anno 304. Ma sappiamo quanto basta. Ed è il fatto che una semplice donna come lei abbia saputo dire il suo “no” all’impero, alla sua idolatria del potere, alla sua religione alienante, ed abbia scelto, come norma di vita, la buona notizia di Gesù e la verità che essa ci trasmette: la fede in un Dio che è padre universale, l’amore solidale per il prossimo, che da questa fede deriva, il rifiuto di ogni sistema oppressivo.

Alexandre Schmemann era nato il 13 settembre 1921 a Revel (oggi Tallin) in Estonia in una famiglia russa di radici tedesche. Ancora bambino, si trasferì con la famiglia in Francia, a Parigi, dove, nel 1940, si iscrisse all’Istituto di teologia ortodossa San Sergio. Il 31 gennaio 1943 si sposò con Juliana Ossorguine, da cui avrà tre figli: Anne, Serge e Marie. A partire dal 1946, dopo essere stato ordinato prete dal metropolita Vladimir Tikhonitsky, insegnò Storia della Chiesa nella stessa facoltà che l’aveva visto studente. Nel 1951, su invito di padre Georges Florovsky, si trasferì nel seminario di San Vladimiro, allora a New York, per insegnarvi Storia ecclesiastica e Teologia Liturgica. Quando il seminario di San Vladimiro si trasferì a Crestwood (New York), nel 1962, padre Alexandre vi assunse la funzione di decano, che mantenne fino alla morte. Ricevette il titolo di protopresbitero, la più alta distinzione che può ricevere un sacerdote sposato. Fu designato osservatore ortodosso al Concilio Ecumenico Vaticano II, dal 1962 al 1965. Nel 1970 fu uno dei membri attivi per la creazione della Chiesa Ortodossa in America, riconosciuta come indipendente dalla Chiesa ortodossa russa dal Patriarcato di Mosca. I suoi libri e i suoi sermoni acquistarono crescente notorietà e cominciarono ad essere diffusi un po’ ovunque, Unione Sovietica compresa, sotto forma di samizdat anonimi. Nel settembre 1982 gli fu diagnosticato un tumore ai polmoni con metastasi al cervello. Continuò comunque a lavorare, ultimando il suo ultimo libro sull’Eucaristia, poco tempo prima della morte, avvenuta a Crestwood il 13 dicembre 1983.

Mosè ben Maimon era nato a Cordova, all’epoca sotto dominazione islamica, il 30 marzo 1135. Giovanissimo, studiò la Bibbia e il Talmud, ma anche matematica, logica, metafisica, filologia, scienze naturali e medicina. Quando, nel 1148, Cordova cadde nelle mani degli Almohadi, cristiani e ebrei furono costretti a scegliere tra convertirsi all’Islam o emigrare. Dopo alcuni anni di spostamenti nella penisola iberica, la famiglia di Mosè, nel 1160, si trasferì a Fez, in Marocco. Da lì, nel 1165, nuove insorgenti difficoltà sul piano religioso, portarono alla decisione di partire per la Terra Santa e a spostarsi, qualche mese dopo, in Egitto. Qui, dopo la morte del padre e del fratello minore, David, Mosè si diede alla professione medica ed ebbe tanto successo che fu nominato medico alla corte del Sultano Saladino. Nello stesso tempo crebbe la fama della sua sapienza, competenza e capacità di discernimento sia all’interno della locale comunità ebraica che tra le altre della diaspora. In Egitto Maimonide portò a compimento le sue tre opere maggiori: il Commento alla Mishnà, iniziato in gioventù; il Mishneh Torah, il primo vero codice di leggi dall’epoca della Mishnà; e infine l’opera filosofica Moreh nevukhim (Guida dei perplessi). Presto ricopiate da centinaia di amanuensi, le tre opere conobbero una rapida diffusione in tutto il mondo ebraico. Sovraccaricato di lavoro, minato nella salute, Maimonide morì il 13 dicembre 1204 (13 Tevet 4965), a 69 anni. A Fostat (il Cairo), la sua morte fu pianta per tre giorni da ebrei e musulmani e gli ebrei di ogni altro paese decretarono il lutto. Fu seppellito a Tiberiade, in Eretz Israel, dove la sua tomba attira ancor oggi un continuo flusso di pellegrini.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Profezia di Isaia, cap.41, 13-20; Salmo 145; Vangelo di Matteo, cap.11, 11-15.

La preghiera del giovedì è in comunione con le religioni tradizionali indigene.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura un testo di Alexandre Schmemann, tratto dal suo libro “The Christian Way”. Che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Lazzaro, l’amico di Gesù, personifica l’umanità intera e anche ogni uomo, come Betania la casa di Lazzaro, sta per il mondo intero la casa dell’uomo. Ogni uomo è stato creato come un amico di Dio ed è stato chiamato a questa amicizia: per la conoscenza di Dio, per la comunione con Lui, per partecipare della vita con lui: In lui era la Vita e la Vita era la luce degli uomini (Gv 1, 4). E ancora questo amico, che Gesù ama, che Egli ha creato nell’amore, è distrutto, annientato da un potere che Dio non ha creato: la morte. Nel suo proprio mondo, il frutto del Suo amore, della saggezza e della bellezza, Dio incontra un potere che distrugge il Suo lavoro e annienta il Suo disegno. Il mondo “è”, ma è lamento e dolore, è accusa e rivolta. Come è possibile? Come è potuto succedere? Queste sono le domande implicite in Giovanni, nel lento e dettagliato racconto di Gesù che procede verso la tomba del Suo amico. E una volta lì, Gesù scoppiò in pianto, dice l’evangelo (Gv 11, 35). Perché Egli pianse se sapeva che pochi momenti più tardi avrebbe chiamato Lazzaro nuovamente alla vita? […] Egli piange perché contempla il miserabile stato in cui versa il mondo, creato da Dio, e la miseria dell’uomo, il re della creazione… Alla tomba di Lazzaro Gesù incontra la Morte – il potere del peccato e della distruzione, dell’odio e della disperazione. Conosce il nemico di Dio. E noi, che lo seguiamo siamo ora introdotti nel cuore di questa ora di Gesù, l’ora che Egli ha così spesso menzionata. L’imminente buio della Croce, la sua necessità, il suo significato universale, tutto questo ci è dato nel versetto più breve dell’evangelo: “e Gesù pianse”. Ora sappiamo cosa egli pianse, vale a dire, il suo amato amico Lazzaro ed ha pietà di lui, Lui che aveva il potere di ridargli la vita. La potenza della risurrezione non è una Divina “potenza in sé”, ma la potenza dell’amore, o meglio, l’amore come potenza. Dio è Amore, ed è questo amore che genera la vita; è questo amore che piange alla tomba ed è, pertanto, questo amore che ridona la vita… Questo è il senso di queste Divine lacrime. Sono lacrime d’amore e, pertanto, in loro c’è il potere della vita. Amore, che è il fondamento della vita e della sua fonte, che è al lavoro ricreando nuovamente, redimendo, risanando la tenebrosa vita dell’uomo: “Lazzaro, vieni fuori!”. (Alexander Schmemann, The Christian Way).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 13 Dicembre 2018ultima modifica: 2018-12-13T22:43:59+01:00da fraternidade
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