Giorno per giorno – 10 Dicembre 2018

Carissimi,
“Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui. Non trovando da qual parte introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza. Veduta la loro fede, disse: Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi” (Lc 5, 18-20). Loro, quelli che calarono l’uomo dal tetto, sapevano che Gesù aveva una parola che l’avrebbe guarito. Dalla sua infermità, ma più ancora l’avrebbe liberato dalla sua colpa, o meglio dal senso di colpa, generato in lui dalla trasgressione e, paradossalmente, da una religione che, sorta da un evento di liberazione, come prassi di riscatto, inchioda invece l’uomo al suo male e lo condanna. Leggere questo racconto con gli amici della chácara di ricuperazione ha tutta un’altra risonanza, anche perché loro sanno bene la difficoltà a uscire dall’immobilismo, in cui li imprigionava tanto la dipendenza dalla sostanza, quanto la sfiducia nutrita a riguardo di loro stessi (oltre che l’ostilità di molta gente, anche di chiesa), sulla reale possibilità di perdonarsi e sentirsi perdonati e accolti, dopo il male fatto, come condizione prima per tentare di rimettersi in piedi. E ciò che vale per gli amici della chácara, vale per ogni altra esperienza che ci porta lontani dal cammino di Dio. È per questo che si ha bisogno della chiesa, o meglio di una certa parte di chiesa, che ci fa conoscere Gesù, come parola che salva e non come pietra di ostacolo che impedisce di conoscere il suo progetto di felicità. Avvento ha a che fare con questa esperienza di comunità, che rende vera ogni volta l’affermazione finale del vangelo di oggi: “Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: Oggi abbiamo visto cose prodigiose” (v. 26).

Le memorie di oggi sono quelle di: Karl Barth, teologo e “gioioso partigiano di Dio”; Thomas Merton, monaco e profeta del dialogo interreligioso; Franz Rosenzweig, ebreo fedele e fautore del dialogo ebraico-cristiano; e Caspar Schwenckfeld, mistico e riformatore.

“Gioioso partigiano di Dio” era la definizione che a Karl Barth píaceva dare di sé. Era nato il 10 maggio 1886, a Basilea, in Svizzera, dove il padre Fritz era professore di Nuovo Testamento. Dal 1904 al 1909, il giovane Karl studiò teologia alle Università di Berna, Berlino, Tubinga, e Marburgo. Nel 1913 sposò Nelly Hoffman, da cui ebbe cinque figli. Barth si fece presto conoscere per la critica radicale sia della teologia liberale, allora dominante, quanto dell’ ordine sociale allora vigente. Nel suo commento famoso alla Lettera ai Romani (1919), Barth sottolineò la discontinuità tra messaggio cristiano e mondo. Dal 1921 al 1930, egli fu professore di teologia riformata a Gottinga e poi a Münster, e dal 1930 al 1935 a Bonn. È questo il periodo del suo scontro decisivo con il nazismo. Hitler salì al potere il 30 gennaio 1933. Il 25 aprile dello stesso anno venne firmato l’osceno manifesto dei cristiani tedeschi, che intendevano sopprimere l’ Antico Testamento, degiudaizzare Gesù e trasformare il Crocifisso in un eroe del cristianesimo positivo. Barth rispose con durezza che compito della Chiesa è di annunciare il Vangelo “anche nel Terzo Reich, ma non sotto di esso e nel suo spirito”. E, poco dopo, stilò le sei tesi del Sinodo di Barmen (29-31 maggio 1934), che diedero origine alla Chiesa Confessante tedesca, che sarà di esempio per tutte le Chiese cristiane alle prese con il totalitarismo dell’ideologia e dello Stato. Il 7 novembre 1934, Karl Barth rifiutò di prestare giuramento al Führer. Il 26 novembre dello stesso anno venne sospeso dall’ insegnamento e in seguito privato della facoltà di parlare. Il 2 luglio 1935 ritornò in Svizzera, a Basilea, dove, insegnerà nella locale Università fino al 1962 e dove abiterà fino alla sua morte, avvenuta il 10 dicembre 1968.

Thomas Merton era nato in Francia il 31 gennaio 1915 da padre neozelandese e da madre americana, entrambi pittori. Studiò in Francia, poi in Inghilterra e successivamente negli Stati Uniti, dove si laureò in Lettere alla Columbia University de New York. Dopo molte esperienze culturali e politiche, nel 1939 si convertì al cristianesimo, entrando nella Chiesa cattolica e, nel 1941, divenne monaco trappista nell’Abbazia di Gethsemani, nei pressi di Louisville, nel Kentucky. Verso la fine della vita, maturò un crescente interesse per le vie spirituali alla contemplazione proprie delle religioni orientali, soprattutto del Buddhismo, interessandosi alla loro relazione con l’approccio cristiano. Mentre si trovava a Bangkok, in Thailandia, per partecipare alla prima Conferenza inter-monastica internazionale, morì fulminato da un elettrodomestico, il 10 dicembre 1968. Nel suo ultimo intervento ebbe a dichiarare: “Il monaco appartiene al mondo ma, in quanto egli si è dedicato completamente a liberarsi da esso per liberarlo, il mondo appartiene al monaco. Non possiamo immergerci nel mondo e lasciarci trasportare dalle cose. Questa non è salvezza. Se vogliamo tirare su dall’acqua uno che sta annegando, dobbiamo avere un punto d’appoggio. Se uno sta annegando e noi siamo su uno scoglio, possiamo farlo, oppure possiamo tenerci a galla nuotando. Ma non c’è niente da guadagnare a saltare semplicemente in acqua e affogare con l’altro”.

Franz Rosenzweig era nato il 25 dicembre 1886 a Cassel, in Germania, da Georg Rosenzweig e Adele Alsberg, una coppia ebraica non praticante. La sua educazione fu perciò essenzialmente di carattere secolare e agnostico. Nel 1913, deciso a convertirsi al cristianesimo, sull’esempio del cugino, Eugen Rosenstock, volle almeno per una volta (che doveva nelle sue intenzioni essere la prima e l’ultima), vivere l’esperienza dello Yom Kippur (la grande festa ebraica del Perdono). Tale esperienza fu decisiva per il suo “ritorno” alla religione dei Padri. Discepolo di Hermann Cohen e grande amico di Martin Buber, scrisse La Stella della Redenzione, in cui illustra la sua visione filosofica circa i modi in cui si esprime la relazione tra Dio, essere umano e mondo: creazione, rivelazione e redenzione. Rosenzweig fondò anche la Lerhaus, un istituto che si proponeva di permettere il recupero dell’eredità ebraica a quegli ebrei che avevano perduto la loro identità religiosa e culturale. L’istituzione produsse numerosi eminenti esponenti dell’intellettualità ebraica. Nel 1922 Rosenzweig venne colpito da una paralisi che, lasciandogli intatta la lucidità della mente, lo immerse nella più dura sofferenza, privandolo progressivamente dell’uso dei muscoli, degli arti, del corpo intero e della parola, ma che non gli impedì di continuare a riflettere e approfondire le tematiche più stimolanti del pensiero ebraico. Benché il medico gli avesse diagnosticato al massimo un anno di agonia, egli sopravvisse sette anni, ridotto a comunicare con la moglie solo attraverso il battito delle ciglia che essa aveva imparato a interpretare e tradurre in parola. La morte lo colse il 10 dicembre 1929.

Caspar Schwenckfeld nacque ad Ossig (Osiek), nella regione tedesca (ora polacca) della Slesia nel 1489, da una famiglia nobile di devoti cattolici. Dopo gli studi all’università di Francoforte, fu avviato alla carriera diplomatica, svolgendo funzioni di consigliere a diversi nobili dell’epoca. Nel 1518 sperimentò quella che egli chiamò una “visita del Divino” e decise di dedicarsi allo studio approfondito delle Sacre Scritture, dei primi scritti della Chiesa e delle lingue ebraica e greca. Nel 1521 aderì alla Riforma, ma già negli anni immediatamente successivi sorsero i primi dissapori con Lutero, soprattutto circa l’interpretazione della Santa Cena, la natura della Chiesa, e le commistioni di questa con lo Stato. Tutto ciò gli costò persecuzioni, una vita raminga e continui spostamenti, spesso in condizioni assai penose. Nel 1541, nella biblioteca del monastero benedettino di Kempten, nella Baviera meridionale, scrisse la sua opera più famosa La grande confessione sulla gloria di Cristo, che costituisce la sintesi del suo pensiero. Egli credeva che il vero cristiano, partecipando alla Cena del Signore, si ciba del corpo spirituale di Cristo, che cresce poi come un seme piantato in lui, trasformandolo a immagine di Dio e della persona di Cristo. Il suo maggior desiderio era di adorare, lodare e glorificare Cristo. Lo scopo della sua azione evangelizzatrice era di insegnare l’unità con il Cristo reale, vivente, spirituale, al fine di vivere una vita radicalmente trasformata. Continuamente minacciato dai suoi nemici, proseguì nella sua instancabile opera d’evangelizzazione attraverso tutta la Germania meridionale. Ospite di una famiglia amica, nella città di Ulm, il 10 Dicembre 1561, morì, ammalato e stremato dalle persecuzioni. Oggi la Chiesa Schwenckfeldiana, autonoma da altre denominazioni e organizzata in cinque comunità, tutte in Pennsylvania, conta circa tremila fedeli.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Profezia di Isaia, cap.35, 1-10; Salmo 85; Vangelo di Luca, cap.5, 17-26.

La preghiera di questo lunedì è in comunione con i fedeli del Sangha buddhista.

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”: suona così il primo articolo della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”. La quale risulta essere il documento più tradotto nel mondo, anche se dubitiamo fortemente sia quello più tradotto in pratica, anzi siamo convinti che nessun Paese lo applichi ancora per intero. Questo è anche il motivo per cui oggi, nell’anniversaio della sua adozione, avvenuta il 10 dicembre 1948, si celebra la Giornata Mondiale dei Diritti Umani. Per ricordarsene e pensarci un po’ su. E magari darsi da fare per applicarla e farla applicare.

Per stasera, è tutto. Noi ci si congeda qui, offrendovi come ultima cosa una preghiera di Thomas Merton, tratta dal suo libro “Pensieri nella solitudine”. Che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Signore, Tu ci hai insegnato ad amare l’umiltà, ma non lo abbiamo imparato. Abbiamo imparato soltanto ad amare l’apparenza esteriore dell’umiltà — quell’umiltà che rende simpatici e attraenti. Talvolta ci soffermiamo a riflettere su queste qualità, e spesso pretendiamo di possederle e di averle acquistate con “la pratica dell’umiltà”. Se fossimo veramente umili, conosceremmo fino a qual punto siamo bugiardi! Insegnami a sopportare una umiltà che mi mostri incessantemente che sono un bugiardo ed un mentitore e che, pur essendo tale, ho l’obbligo di lottare per giungere alla verità, per essere quanto più posso sincero, anche se troverò inevitabilmente che tutta la mia verità è avvelenata dall’inganno. Ecco il terribile dell’umiltà: non ha mai pieno successo. Se fosse almeno possibile essere davvero umili su questa terra. Ma no, ecco il guaio. Tu, o Signore, sei stato umile. Ma la nostra umiltà consiste nell’essere orgogliosi e nel saperlo bene, e nell’essere schiacciati da questo peso insopportabile e nel poter fare tanto poco per liberarcene. Come sei severo nella tua misericordia, eppure devi esserlo. La tua misericordia dev’essere giusta perché la tua verità dev’essere vera. Eppure, come sei severo nella tua misericordia: perché più lottiamo per essere sinceri, più scopriamo la nostra falsità. È misericordioso da parte della tua luce di portarci, inesorabilmente, alla disperazione. No — non è alla disperazione che Tu mi porti, ma all’umiltà. Perché l’umiltà vera è in certo senso una reale disperazione: dispero di me stesso per poter porre soltanto in Te tutta la mia speranza. Chi può sopportare di cadere in una tale oscurità? (Thomas Merton, Pensieri nella solitudine).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 10 Dicembre 2018ultima modifica: 2018-12-10T22:40:17+01:00da fraternidade
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