Giorno per giorno – 28 Maggio 2014

Carissimi,
“Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà” (Gv 16, 12-14). A volte, noi ci spazientiamo. Con gli altri, ma anche con noi stessi. Perché non riusciamo a vedere un senso univoco nelle cose che ci accadono. Quel senso che dovrebbe essere, almeno per noi che diciamo di credere, la verità di Gesù, che è poi la verità del Padre. Lui riusciva a vederlo e a viverlo pienamente. Pur nella paura e nell’imminenza della morte, una sorta di salto nel vuoto, aveva la certezza che il Padre non può smentire se stesso e tutto e tutti riconduce all’unità del suo disegno di salvezza. Che non è una salvezza solo temporanea, limitata al qui ed ora, ma, pur iniziata qui, supera poi, come non lo sappiamo, le barriere del tempo e dello spazio. Noi ci siamo trovati stasera, a casa di Regina, assieme a parenti, amici e vicini, per celebrare con frei Mingas, un’eucaristia per la salute di sua mamma, Maria das Dores, che da qualche settimana sta combattendo la sua battaglia contro una serie di mali, in ospedale, a Goiânia. La chiesa di qui deve molto a Maria das Dores, una donna che, durante tutto l’arco di una vita (che ci auguriamo duri ancora a lungo), ha saputo, come pochi, testimoniare la sua fede, nel concreto delle lotte della nostra gente, soprattutto dei sem-terra, volte a conquistare condizioni di esistenza dignitose, che inverassero la promessa di Gesù: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10). Beh, stasera ci dicevamo che Maria das Dores ha sempre avuto l’udito fino, e in ogni occasione ha saputo ascoltare la voce dello Spirito che ci suggerisce come attualizzare ogni volta, nelle più diverse occasioni, il significato di Gesù. Noi, la sua famiglia, i suoi amici, la sua chiesa, dovremmo un po’ fare come lei: armarci di pazienza, con noi, con gli altri, per i nostri e gli altrui ritardi, limiti, incomprensioni, errori, ma anche lieti per le cose belle che ci riesce di fare, e camminare, qualche volta alla luce e, forse più spesso al buio, sapendo però che tutto finirà bene.

Il calendario ci porta la memoria di Andrea, Folle in Cristo, e di Rabí‘a al-‘Adawíyya, mistica islamica, “testimone dell’amore di Dio”.

Secondo il suo agiografo, tale Niceforo, prete di Santa Sofia, a Costantinopoli, Andrea era uno schiavo originario della Scizia, che il suo stesso padrone aveva istruito per farne il suo segretario. Improvvisamente, però, il giovane cominciò a manifestare evidenti sintomi di follia, così il padrone lo fece rinchiudere e incatenare nei pressi della chiesa di Santa Anastasia, ma invano. Ebbe così inizio l’avventura del folle in Cristo più amato di Costantinopoli. Da quel momento, la sua vita sarà la simulazione di un degrado esteriore, volto a fargli occupare l’ultimo posto nel consesso umano. Gratificato di numerose visioni, affascinato dal futuro ultimo dell’uomo, Andrea, con la sua vita e con i suoi dialoghi, esprimeva la sua attesa del Regno e il giudizio che sovrasta la storia. Spesso, suo interlocutore era Epifanio, uomo di profonda saggezza, che fu in seguito patriarca di Costantinopoli (520-535). A differenza di Simone il Folle, che aveva vissuto un’esperienza analoga alla sua ad Emesa (l’attuale Homs, in Siria), Andrea non simulava la follia per smascherare i peccati di quanti incontrava, ma per manifestare l’esistenza di un mondo invisibile e di una sapienza “altra”. Questa è la ragione per cui è tanto amato dai monaci bizantini, che gli dedicarono una miriade di piccole chiese nei luoghi più impensabili. Nella Chiesa russa, la memoria di Andrea è legata alla festa della Protezione della Madre di Dio, che egli aveva profetizzato in una delle sue più celebri visioni.

Rabí‘a era nata in una povera famiglia della regione di Bassora, nell’attuale Iraq, all’inizio del VIII secolo. Ancora giovanissima, a causa di una carestia, era stata venduta schiava ad un ricco signore che tuttavia, impressionato dai doni spirituali di cui ella godeva, la rimandò libera. E, libera, lei volle restare, scegliendosi schiava del suo Signore. Così, a chi le faceva notare l’obbligatorietà del matrimonio, soleva rispondere: Hai ragione, il matrimonio è obbligatorio, almeno per chi è libero di scegliere. Ma io appartengo a Dio. È a Lui, dunque, che bisogna chiedere la mia mano. E nessuno sapeva come arrivare da Lui a chiedergliela. Rabí‘a visse per alcuni anni come eremita nel deserto, poi si stabilì a Bassora, dove condusse una vita in assoluta povertà, abitando in una capanna di giunchi in compagnia di una ancella, ‘Abdia, che fece conoscere ai contemporanei e ai posteri parole e vita della santa. Un giorno i suoi devoti le chiesero se amasse il Profeta. Lei rispose: Certo che lo amo, e molto, ma l’amore di Dio non mi lascia il tempo di amare il Profeta. Le domandarono allora: Odi Satana? Certo che lo odio, ma l’amore di Dio non mi permette di occupare il mio tempo ad odiarlo. Un giorno fu vista correre per la strada portando una torcia accesa in una mano e un secchio d’acqua nell’altra. Quando le chiesero dove corresse, ella rispose: “Voglio incendiare il paradiso e spegnere l’inferno perché i credenti adorino Dio non per la speranza nel paradiso o per la paura dell’inferno, ma solo per amore”. Già, liberi. Per amare. Morí nell’ 801, più che ottantenne.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.17, 15.22 -18, 1; Salmo 148; Vangelo di Giovanni, cap.16, 12-15.

La preghiera del mercoledì è in comunione con quanti ricercano l’Assoluto della loro vita nella testimonianza per la pace, la fraternità e la giustizia.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura una poesia di Rābiʿa al-ʿAdawiyya (tradotta da una traduzione inglese di Daniel Ladinsky). Che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Ironico, ma uno degli atti più intimi / del nostro corpo è / la morte. // Così bella apparve la mia morte – sapendo chi allora io bacerei, / che sono morta mille volte prima di morire. // ‘Muori prima di morire’, ha detto il Profeta / Maometto. // Hai ali che temono / di toccare il Sole? // Io sono nata quando tutto ciò che una volta / temevo – l’ho potuto / amare. // (Rābiʿa al-ʿAdawiyya, Die before you die).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sirelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 28 Maggio 2014ultima modifica: 2014-05-28T22:17:35+02:00da fraternidade
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