07/02/2012
Giorno per giorno - 07 Febbraio 2012
Carissimi,
“Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini” (Mc 7, 6-9). Stasera a casa di dona Milza, ci dicevamo che attribuire ad una semplice norma igienica, come è il caso del lavarsi le mani prima delle refezioni, un significato religioso, potrebbe anche avere una sua logica. Nel senso, per esempio, di contribuire a non banalizzare la realtà, nei suoi aspetti più comuni e quotidiani o nell’aiutarci ad essere consapevolmente presenti a ciò che facciamo. Se noi siamo tempio dello Spirito, ogni nostra azione è un atto di culto e di adorazione. E, forse, dovremmo pensarci un po’ più spesso. Era un po’ la stessa intenzione che muoveva san Benedetto a prescrivere ai suoi monaci di trattare tutti gli oggetti e i beni del monastero “con la stessa riverenza dovuta ai vasi sacri dell’altare”, senza tener nulla in poco conto (RB XXXI, 10-11). Però. Però, noi siamo maestri a moltiplicare le norme e dimenticare la loro finalità più profonda. Che è, secondo il Vangelo, la vita, in pienezza e felicità, dei figli del buon Dio. E così, e invece, c’inventiamo, per esempio, il diritto canonico. Circa il quale un’amico ricorda allibito la sparata di un vescovo che lo insegnava, che, cioè, da esso dipende la salvezza. Seguita, dobbiamo riconoscere, da una mezza ritrattazione: o, almeno, ha a che vedere con la salvezza. Il che non è poi molto diverso dalla convinzione che motivò lo sdegno dei farisei davanti alla rilassatezza mostrata da Gesù nei confronti dei discepoli. È la stessa preoccupazione che ha portato a pensare e moltiplicare, nella vita della chiesa, le regole liturgiche, lasciando spazio, il più delle volte, solo alla fantasia romana. Essendo così le altre, e sempre più timide, pratiche e sperimentazioni ricondotte automaticamente alla categoria degli abusi. Da denunciare. Sicché finisce che ci si scanni (ma, a pensarci bene, non era questo che voleva il Vangelo!), se non si seguono per filo e per segno gesti e parole nell’esatta sequenza prevista da chi, avendo tempo da perdere, passò, o passa, la vita a tavolino, tralasciando di occuparsi di coloro che, assaliti dai banditi [della finanza internazionale?], giacevano e giacciono mezzo morti ai bordi delle strade che conducono dalle Gerusalemme alle Gerico del mondo. “Invano mi rendono culto”. Dato che il vero culto a Dio è la cura dei fratelli. Ma, in tutto questo, noi che parte ci facciamo? Beh, a dire il vero, succede spesso che ci si provi anche noi a improvvisare regole e regoline, non necessariamente scritte, sempre, ovvio, con le migliori intenzioni. Per onorare le quali, non si esiterà a togliere la parola ai poveri. Che, bisogna riconoscerlo, il più delle volte, non sanno quasi neppure leggere, parlano sgrammaticato e si presentano senza grazia ed eleganza, nulla, perciò, di più inadeguato, non solo per le nostre liturgie, ma anche per le nostre riunioni pastorali. E finisce che si delega tutto a chi ha doti, qualità, doni e carisma per farlo in fretta e meglio. E gli altri, confinati ai margini. Ma, forse, è bene così, perché è proprio lì che Dio si rivela. L’affannarsi dei primi finirà in nulla.
Oggi il nostro calendario ci ricorda il martirio di Sepé Tiaraju e del suo popolo guaraní; il metropolita Vladimir di Kiev con tutti i nuovi martiri del XX secolo in Russia e Ucraina; e Andraus El Samu’ili, monaco copto e mistico.
Nei secoli XVII e XVIII, i missionari gesuiti, al fine di sottrarre le popolazioni indigene alla schiavitù e allo sfruttamento da parte dei bianchi, crearono nelle colonie spagnole e portoghesi dell’America Latina numerose comunità agricole (reducciones), basate sulla proprietà collettiva della terra e delle macchine, dotate di ampi margini di auto-gestione amministrativa e, soprattutto, tenute separate dal mondo dei colonizzatori. Questo, per proteggerne in primo luogo l’incolumità, ma anche per fornir loro quell’istruzione intellettuale, religiosa, tecnica e associativa che, nella visione dei missionari, doveva più facilmente garantirgli la sopravvivenza. Si trattò, dunque, di un’esperienza improntata all’ideale di un comunitarismo egualitario che risaliva al cristianesimo primitivo. Nel 1732 si contavano una trentina di “reducciones” per un totale di circa 150.000 abitanti. Alla metà del secolo le autorità coloniali, preoccupate per il significato sociale trasgressivo dell’ ordine esistente che le “reducciones” andavano assumendo e per il potere alternativo che i gesuiti vi avevano costruito, posero fine con la forza all'esperimento. È in questo contesto che, nel 1753, Sepé Tiaraju prese l’iniziativa dell’insurrezione indigena della “riduccion” guaranì di São Nicolau, la prima a resistere all’ordine di evacuazione e trasferimento sull’altro lato del fiume Uruguay. A São Miguel (Rio Grande do Sul), Sepé guidò l’attacco ai carri che trasportavano le suppellettili della Chiesa, obbligando la comitiva a far ritorno alla missione. Per tre anni fu la figura centrale della resistenza agli imperi portoghese e spagnolo. Il 7 febbraio 1756 morì combattendo sull’ Arroio Caiboaté. In una scaramuccia, il suo cavallo cadde ed egli fu ferito da un soldato con una lancia. Prima di riuscire ad alzarsi fu ucciso con un colpo di pistola dal governatore di Montevideo che comandava la truppa.
Basil Nikiforovich Bogoyavlensky (che assunse in seguito il nome di Vladimir) era nato il 1° Gennaio 1848 nella famiglia del prete Niceforo, nel villaggio di Malaya Morshka, distretto di Morshansky, provincia di Tambov, in Russia. Frequentata la scuola teologica di Tambov e proseguiti brillantemente gli studi nella Facoltà teologica di Kiev, fu per sette anni professore in seminario, si sposò e fu ordinato prete il 13 gennaio 1882. L’8 febbraio 1886, dopo la morte della moglie e dell’unico figlio, entrò nel monastero della Santa Trinità di Kozlov, di cui fu nominato archimandrita. Il 21 maggio 1889 fu consacrato vescovo di Starorussk e, successivamente, esarca di Georgia, metropolita di Mosca, poi di Petrogrado e infine di Kiev. Ovunque, durante il suo ministero pastorale, si preoccupò di proteggere la sua gente, di combattere l’antica piaga dell’alcolismo, di offrire ai fedeli la luce di un genuino insegnamento cristiano. Nelle vicende drammatiche che accompagnarono la rivoluzione bolscevica, seppe mantenersi pastore di pace e di amore, fedele, onesto, tutto dedito a Cristo e alla Chiesa. La notte del 25 gennaio 1918 (7 febbraio nei calendario gregoriano), un gruppo di bolscevichi entrò nelle grotte della Laura di Kiev e arrestò il metropolita. Lungo la strada fu sommariamente processato e condannato a morte. Prima di morire volle benedire i suoi uccisori. Fu il primo di un numero incalcolabile di vittime, soprattutto monaci, preti e vescovi, che nei decenni successivi furono perseguitati, incarcerati, deportati e uccisi.
Yusef Khalil Ibrahim era nato verso il 1887 nel governatorato di Bani Suef, in Egitto. A tre anni era divenuto cieco. Tredicenne, il padre l’aveva mandato al monastero di San Samuele, sull’altopiano del Qalamun, nel sud dell’Egitto, perché, alla scuola dei monaci, imparasse qualcose di utile per la vita. Yusef vi restò fino a ventidue anni, quando scoperta la vocazione monastica, chiese ed ottenne di farsi monaco. Fece dunque la sua professione religiosa e prese il nome di Andraus El Samu’ili. Da allora e fino alla morte la sua vita si svolse all’insegna dell’infanzia spirituale e della perfetta letizia, immersa nella preghiera, nell’abbandono alla volontà di Dio e nell’obbedienza ai fratelli, senza lamentarsi mai di nulla, in ogni circostanza. Lo chiamavano l’ “ospite celeste”, per dire che era già come un angelo. Morì il 7 febbraio 1989.
I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
1° Libro dei Re, cap. 8,22-23.27-30; Salmo 84; Vangelo di Marco, cap.7,1-13.
La preghiera del martedì è in comunione con le religioni tradizionali del Continente africano.
Noi ci si congeda qui, lasciandovi ad un brano delle memorie di Ol’ga Jafa, un’insegnate e pittrice russa, internata nel lager delle Solovki, dal 1929 al 1931. Lo troviamo nel libro di Jurij Brodskij, “Solovki, Le isole del martirio” (La Casa di Matriona). Ed è, per oggi, il nostro
PENSIERO DEL GIORNO
A tutte le ventisette finestre del primo piano c’era gente affacciata a guardare come quei quattordici uomini sfiniti con la veste talare si sforzavano di trascinare fin sulla cima del colle un grosso carro carico di sabbia; alcuni lo tiravano per le stanghe, altri lo spingevano da dietro, i rimanenti lo sostenevano ai lati per tenerlo in carreggiata. Unendosi nello sforzo, lavoravano insieme un vescovo cattolico ancor giovane, evidentemente molto miope, con occhiali rotondi di corno, e un vecchietto emaciato e scarno con la barba bianca, un vescovo ortodosso, antico di giorni ma forte di spirito, che spingeva energicamente il carico. Nel laboratorio femminile tutte abbandonarono il lavoro per ammassarsi alle finestre. Le monache piangevano.... Anch’io guardavo e piangevo... Chi di noi avrà un giorno la ventura di far ritorno nel mondo, dovrà testimoniare agli uomini quello che vediamo qui adesso... E ciò che vediamo è la rinascita della fede pura e autentica dei primi cristiani, l’unione delle Chiese nella persona dei vescovi cattolici e ortodossi che partecipano unanimi all’impresa, un’unione nell’amore e nell’umiltà, al di là dei concili o dispute dogmatiche... E a questo fatalmente contribuivano, certo senza saperlo, proprio quegli uomini che avevano lo scopo di distruggere e profanare la fede cristiana! Sono veramente imperscrutabili le vie del Signore! Per sera il lavoro era terminato. Lo spiazzo davanti alla facciata dell’eremo era livellato e ricoperto di un fitto tappeto giallo dorato di sabbia. Ed essi se ne andarono, tutti e quattordici, esausti, dopo aver digiunato tutto il giorno, per il sentiero nei boschi che conduceva alla postazione Troickaja... Dal golfo cominciò a soffiare un vento freddo, il cielo si fece livido. Ben presto una neve fitta e abbondante cadde a terra e continuò a cadere ininterrottamente tutta la notte, ricoprendo di un soffice mantello il ghiaccio del golfo, le alture costiere, i sentieri del bosco, il tetto dell’eremo e lo spiazzo antistante appena sgomberato... Al mattino, il sole nascente illuminò le vastità di Anzer scintillanti di un biancore abbagliante. (Ol’ga Jafa, in Jurij Brodskij, Solovki, Le isole del martirio).
Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.
23:16 Scritto da: fraternidade | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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