04/05/2009

Giorno per giorno 04 Maggio 2009

Carissimi,
“In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. [...] In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. [...] Se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita a l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 1-10). Cosa significa che Gesù è la porta, ma anche il Pastore, come è alluso nel brano di oggi e come abbiamo ascoltato più estesamente ieri (Gv 10, 11-18)? Ignazio di Antiochia, che scrive negli stessi anni in cui il Vangelo di Giovanni conosce la sua ultima redazione, afferma nella sua lettera ai cristiani di Filadelfia che Gesù è “la porta del Padre, attraverso cui entrano Abramo, Isacco, Giacobbe, i profeti, gli apostoli e la Chiesa”. Porta, pastore, ci dicevamo stamattina, fanno tutt’uno con il suo significato, prima ancora che con la sua persona: Lui è il principio della cura, l’atteggiamento della misericordia, la volontà di salvezza, l’impegno di liberazione, la pratica della giustizia, che introduce al riparo e al riposo (l’ovile, il recinto delle pecore) e apre sui pascoli, dove, solo, è possibile trovare “vita e vita in abbondanza. Ed è all’opera da sempre e ovunque, anche se, nell’esistenza storica di Gesù, ha trovato la sua esemplificazione somma. Quello che colpisce nelle affermazioni di Gesù (e del Padre che rappresenta) è la sua umiltà, il suo essere in funzione del gregge. Nulla del dio che si insedia al centro dell’universo, dell’esistenza delle persone, del culto, dell’adorazione. Io? Io sono (il mio agire è) solo una porta. Che dà sulla vita. Chi agisce diverso, chi non entra per questa porta, chi non si preoccupa della vita del gregge, della sua fame e sete, delle sue sofferenze, è un furfante, un ladro, un assassino. Stava parlando delle autorità ecclesiastiche del suo tempo. E di ogni tempo.

La maggior parte delle chiese ne celebrano la memoria a ridosso di quella del figlio, Agostino, noi lo facciamo, assieme alla chiesa maronita, nella data del trapasso. Ricordiamo oggi Monica di Tagaste, testimone di amore e dedizione.

04 MÓNICA.JPGMonica era nata a Tagaste (l’attuale Souk Ahras, in Algeria), nel 331 in una famiglia profondamente cristiana. Fu data in sposa a Patrizio, un pagano dal carattere collerico e con una piuttosto scarsa comprensione della fedeltà coniugale, che lei riuscì, comunque, nel corso degli anni, con la sua mitezza e pazienza, ad ammansire fino ad ottenerne la conversione. A 23 anni aveva dato alla luce il primogenito, Aurelio Agostino, cui sarebbero seguiti un altro figlio e una figlia. Rimasta vedova nel 371, presto temette di perdere anche il figlio maggiore, per la vita futile e sregolata che conduceva e le mode culturali e religiose cui lo vedeva aderire. Un sogno tuttavia la esortò a non scoraggiarsi e ad accompagnarlo, con discrezione e sia pure da lontano, con l’affetto materno e la preghiera. Tanta costanza sarebbe stata premiata. Di fatto, fu solo nel 385 che Monica raggiunse a Milano il figlio, chiamato, l’anno precedente, a coprire la locale cattedra di retorica. Qui, favorito da Monica, avvenne l’incontro decisivo di Agostino con il vescovo Ambrogio. Nella Veglia Pasquale del 387, Agostino, il figlio Adeodato e l’amico Alipio ricevettero il battesimo. Poche settimane dopo, sulla via del ritorno per l’Africa, in attesa di imbarcarsi ad Ostia, Monica si ammalò improvvisamente, forse di malaria, e morì all’etá di 56 anni. Aveva ottenuto che si realizzasse ciò che più desiderava e poteva, a questo punto, andarsene.

I testi che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Atti degli Apostoli, cap.11, 1-18; Salmo 42; Vangelo di Giovanni, cap. 10, 1-10.

La preghiera di questo lunedì è in comunione con i fedeli del Sangha buddhista.

Venerdì sera, nella chiesetta dell’Aparecida, durante la partilha della Parola, dona Iraci aveva sentito il bisogno di sfogarsi, e aveva raccontato tra le lacrime il suo dolore e la sua umiliazione per le condizioni del figlio alcolizzato. Sono poche le famiglie di qui che non vivano (o abbiano vissuto a lungo) lo stesso dramma: lì, presenti, c’erano dona Benedita, dona Marlene, dona Joaquina, dona Nady, dona Di, la famiglia di Valdemar, Maria Ferreira e altre ancora. Le proposte e le strutture di recupero che la società civile offre alle vittime delle diverse droghe, legali o illegali, sono a tutt’oggi pochissime. Qui, in città, praticamente, ci sono solo gli incontri dell’ “Amor exigente” e la Chácara Paraíso della diocesi. Così la vicenda di Monica, con la sua ostinata fiducia in una possibilità di riscatto per il figlio, resta uno specchio, una speranza o, se si preferisce, l’ultima “porta”, per molte madri. Noi ci congediamo, offrendovi una pagina delle “Confessioni” di Agostino, in cui egli racconta l’angustia, un sogno e la preghiera persistente di Monica. Una pagina che vorremmo potesse essere vera, un giorno non lontano, anche per i figli delle nostre donne. E non solo per loro. È questa, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Ma tu stendesti la tua mano dall’alto e traesti la mia anima da un tale abisso di tenebre, mentre per amor mio piangeva innanzi a te mia madre, tua fedele, versando più lacrime di quante ne versino mai le madri alla morte fisica dei figli. Grazie alla fede e allo spirito ricevuto da te essa vedeva la mia morte; e tu l’esaudisti, Signore. L’esaudisti, non spregiasti le sue lacrime, che rigavano a fiotti la terra sotto i suoi occhi dovunque pregava. Tu l’esaudisti: perché, da chi le venne il sogno consolatore, per il quale accettò di vivere con me e avere con me in casa la medesima mensa, che da principio aveva rifiutata per avversione e disgusto del mio traviamento blasfemo? Le sembrò, dunque, di essere ritta sopra un regolo di legno, ove un giovane radioso e ilare le andava incontro sorridendole, mentre era afflitta, accasciata dall’afflizione. Il giovane le chiedeva i motivi della sua mestizia e delle lacrime che versava ogni giorno, più con l’intento di ammaestrarla, come suole accadere, che d’imparare; ed ella rispondeva di piangere sulla mia perdizione. Allora l’altro la invitava, per tranquillizzarla, e la esortava a guardarsi attorno: non vedeva che là dov’era lei ero anch’io? Ella guardò e mi vide ritto al suo fianco sul medesimo regolo. Quale origine del sogno, se non il tuo orecchiare al suo cuore, o bontà onnipotente, che ti prendi cura di ciascuno di noi come se avessi solo lui da curare, e di tutti come di ciascuno? [...] Così proprio in quel sogno e molto tempo prima del vero fu predetto alla pia il gaudio che avrebbe provato in un futuro lontano, per consolarla dell’ansia che la struggeva al presente. Passarono in seguito nove anni, durante i quali io mi avvoltolai in quel fango d’abisso e tenebre d’errore ove ad ognuno dei molti tentativi che feci per risollevarmi, più pesantemente mi abbattevo; eppure quella vedova casta, pia e sobria, quali tu le ami, dalla speranza, certo, resa ormai più alacre, ma al pianto e ai gemiti non meno pronta, persisteva a far lamento per me davanti a te in tutte le ore delle sue orazioni. Le sue preghiere penetravano sino al tuo sguardo. (Agostino, Confessioni).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

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